Il cambio della guardia alla Casa Bianca promette attese novità nelle relazioni con l’estero, se non nella sostanza, quanto meno nei modi. Uno dei principali nodi da sciogliere riguarda l’America Latina, al momento insidiata da disordini politici, dalla pandemia che avanza e anche dalle infiltrazioni cinesi. Biden ha profondi legami con la regione, avendo servito come delegato de facto dell’amministrazione Obama in loco mentre era vicepresidente. Gli Stati Uniti, nei prossimi quattro anni, dovranno affrontare sfide urgenti nel proprio backyard, dove la pandemia e le crisi economiche stanno aggravando le sollecitazioni sulle precarie istituzioni democratiche regionali. Si tratterà, presumibilmente, di una rotta diplomatica più facilmente prevedibile, tra multilateralismo e diplomazia tradizionale.

Gli errori di Trump e Obama

Nella fase finale dell’amministrazione Obama, quando Washington era assediata dalle vicende legate all’Ucraina e alla Corea del Nord, Biden si era esposto più volte sul tema dell’America Centrale e Latina e su come violenza e povertà stessero distruggendo l’altra metà d’America. All’epoca, si era anche reso protagonista di un suo personalissimo goodwill tour in centro America al fine di costruire relazioni con i leader locali, contribuendo a far pressione sul Congresso nel 2015 per un pacchetto di aiuti da 750 milioni di dollari per la regione.

L’approccio che si va profilando, dunque, sembra una vigorosa sterzata rispetto alle maniere forti dell’era Trump, segnata da un approccio duro in tema di immigrazione e traffico di stupefacenti. Anche il rispolvero della dottrina Monroe nel 2018 sembrò un’operazione più di propaganda che fattiva. L’era Biden, tuttavia, non sembra meramente destinata ad un ritorno ai metodi obamiani, che tra condiscendenza e passività, hanno ha consentito alla Cina di espandere le partnership commerciali, diplomatiche e militari che rappresentano, oggi, una minaccia strategica pronta a rivolgersi verso Washington.

Ciò che emerge, dunque, dall’analisi degli ultimi dodici anni della politica estera americana, è la totale assenza di un piano, di una visione per l’America Latina, un disinteresse progressivo oscillante tra due poli opposti, frutto di ben altre sfide geopolitiche che hanno preso il sopravvento. Una tendenza accentuatasi sempre più dopo la fine della Guerra Fredda, quando il “cortile di casa” americano smise di essere una priorità per il Dipartimento di Stato.

Alcune reazioni nel mondo latinoamericano

L’elezione di Biden non ha di certo generato un’ondata di euforia collettiva in America Latina, anche se da più parti, il sentiment postelettorale è stato all’insegna della speranza di un clima più conciliante e collaborativo. Il presidente argentino Alberto Fernandez è stato tra i primi a congratularsi con Biden, facendo un ulteriore passo avanti e twittando le sue lodi per il popolo americano nell’esercizio del proprio diritto di voto. Il presidente honduregno Juan Orlando Hernandez si è preso il suo tempo per porgere i suoi auguri, definendo poi la vittoria di Biden un “trionfo che rafforza la democrazia americana”. Anche il venezuelano Nicolas Maduro ha offerto una rinnovata disponibilità al dialogo con l’amministrazione entrante: nonostante questa reazione, sotto Biden, pochi si aspettano un forte ammorbidimento degli atteggiamenti verso Maduro o i suoi alleati socialisti a Cuba e in Nicaragua.

Tuttavia, mentre diversi leader applaudivano la vittoria dell’ex vicepresidente, il presidente messicanoAndres Manuel Lopez Obrador è rimasto sospettosamente in silenzio, forse per non irritare l’attuale inquilino della Casa Bianca, adducendo poi come scusa “l’attesa dell’ufficialità”.

I nodi da affrontare

Nei primissimi mesi della nuova amministrazione, Biden dovrà innanzitutto ricostruire un dialogo con il mondo latinoamericano che, nemmeno in campagna elettorale, ha avuto la rilevanza dovuta. Si tratta soprattutto di una questione di immagine, oltre che strategica, in cui dovrà recuperare il terreno perso negli ultimi anni. In tema di America Latina, infatti, l’amministrazione Trump ha seguito un’agenda piuttosto ristretta, concentrandosi sul contenimento dell’immigrazione illegale e prendendo di mira i governi di Venezuela, Cuba e Nicaragua. Trump ha visitato l’America Latina solo una volta mentre era in carica – nel 2018 in Argentina per un vertice del G20 – e dunque per impegni internazionali, non eminentemente regionali.

Le politiche migratorie saranno, per ovvie ragioni, in cima alle priorità dell’amministrazione Biden. Messico, Guatemala, Honduras ed El Salvador in primis: durante l’amministrazione precedente la gestione delle politiche migratorie e di asilo non ha solo subito una stretta, ma anche una gestione caotica. Decine di migliaia di persone in cerca di sicurezza si sono ritrovate ad aspettare in condizioni pericolose e precarie presso il confine americano. Nel caso specifico, poi, di Guatemala, El Salvador e Honduras, sono stati siglati accordi che hanno costretto decine di migliaia di richiedenti asilo a rimanere nei loro Paesi mentre i loro casi venivano valutati dalle autorità statunitensi.

Un ruolo di primo piano sarà legato alla lotta al narcotraffico. L’amministrazione Biden dovrebbe continuare a sostenere gli sforzi delle forze dell’ordine per sradicare i campi di coca, cannabis e papavero da oppio in America Latina, prendendo di mira i cartelli. Allo stesso tempo, il neopresidente sembra intenzionato a rilanciare il concetto di “responsabilità condivisa”: ovvero frenare la vendita da parte dei cartelli, all’estero, ma combattere anche il consumo e la domanda, in patria.

Il dialogo e la dinamicità della nuova amministrazione, tuttavia, potrebbero essere un’arma a doppio taglio. Numerosi leader latinoamericani, infatti, potrebbero non gradire questo eccesso di dinamismo, soprattutto in tema di lotta alla corruzione. Un intervento a gamba tesa negli “affari di famiglia” delle élite politiche corrotte nella regione, ad esempio in Honduras ed El Salvador, che potrebbe indurre ad una recrudescenza della violenza da parte della criminalità organizzata. Anche un altro tema caro a Biden, la protezione dell’ambiente, potrebbe costare caro al prossimo presidente: ne sa qualcosa Jair Bolsonaro, reo di aver mal digerito la dichiarazione di Biden in cui si affermava che il Brasile potrebbe affrontare gravi conseguenze economiche se non riuscirà a frenare la deforestazione in Amazzonia. In risposta, Bolsonaro ha dichiarato che il Brasile avrebbe resistito “con la polvere da sparo”. Tuttavia, la nuova amministrazione, complice qualche compromesso proprio sull’ambiente, sarà molto attenta a non giocare male la carta brasiliana: i due Paesi sono tornati a considerarsi alleati regionali da un paio d’anni, siglando importanti accordi in tema di ricerca, sicurezza e difesa.

Non sono attese novità eclatanti né aperture storiche nei confronti dell’isola di Cuba: sebbene Biden inaugurerà una fase più ispirata al dialogo e meno all’idea di rovesciare governi antagonisti, flebili novelle potrebbero arrivare su questioni pratiche come le restrizioni sui viaggi o le rimesse verso l’isola.