La pandemia di coronavirus ha ribadito ciò che, nella politica del Vecchio Continente, era noto da tempo: l’Italia gioca in seconda, se non in terza fascia. Il premier Giuseppe Conte ha rivendicato di aver aumentato il prestigio e l’influenza di Roma in Europa ma in realtà il leader della coalizione M5S-Pd, dopo un’iniziale resistenza alle pretese dei falchi guidati dall’Olanda, è mancato nei tavoli che più contavano al momento della definizione di proposte concrete.

L’asse franco-tedesco, nonostante tutte le voci che parlavano di crepe e instabilità al suo interno, ha blindato il controllo sulla definizione delle politiche comunitarie. Angela Merkel si è sagacemente posizionata a cavallo tra le posizioni dei falchi più intransigenti sulla linea del rigore e i Paesi dell’area mediterranea e del Sud Europa per blindare la sua influenza sulle linee guida comunitarie, ottenendo che a guidare l’iniziale risposta alla crisi pandemica fossero Commissione Europea, Bei e Mes, tre istituzioni guidate da suoi connazionali; Emmanuel Macron e la Francia hanno ottenuto spazio di manovra sulle politiche più espansive e sul Recovery Fund, piazzato Celine Gauer alla guida del gruppo di lavoro creato ad hoc per gestirlo e inserito nei piani di rilancio alcuni progetti, dal digitale alla transizione energetica, che ne alimentano i progetti di autonomia strategica europea. E l’Italia? Ha sempre corso a ruota dei leader del gruppo. Emblematica di questa situazione fu l’esultanza di Conte quando, a giugno, Merkel e Macron trovarono l’accordo sulla proposta iniziale di Recovery Fund da consegnare alla Commissione al termine di un summit in cui il leader giallorosso non era stato invitato.

Davanti all’Italia, nel gruppo dei Paesi con maggior voce in capitolo sugli affari europei, si posizionano senz’altro Olanda e Spagna. La prima per l’oggettiva abilità del premier Mark Rutte di posizionarsi come mediatore tra i Paesi della Nuova lega anseatica, pro-austerità e liberisti, e la Germania; la seconda per il suo legame politico ed economico con l’asse franco-tedesco, vero decisore di ultima istanza. Nei programmi europei, si nota un atteggiamento a due facce verso Roma: sulla carta, una grande disponibilità a concedere fondi e aiuti, dall’altro un potere di condizionamento legato alle contropartite richieste e alla necessità di passare da Parigi e Berlino per mediare politicamente in modo da realizzare i programmi strutturati. Il caso del Recovery Fund e delle importanti condizionalità richieste come contropartita è emblematico.

Secondo quanto ha scritto su Italia Oggi il professor Carlo Pelanda si fa forte “il sospetto che il governo abbia ceduto ad una pressione per accettare gli aiuti europei e relativo condizionamento, evitando soluzioni nazionali pur fattibili. Indizi: l’ostilità verso chi ha invocato l’esplorazione di prestiti irredimibili, della trasformazione in liquidità non a debito dei diritti di prelievo presso il Fmi o abbia ipotizzato che una posizione espansiva prolungata della Bce sia sufficiente, ecc”. Per Pelanda l’asse franco-tedesco ha ingabbiato l’Italia, complici le indecisioni dei giallo-rossi, alla dipendenza dalla sua linea. L’accademico liberale è arrivato a ipotizzare che Roma possa aver firmato sottobanco con Parigi e Berlino un “sovereignity/debt protection swap”, un accordo che prevede “cessione di sovranità e convergenza subordinata in cambio di protezione del debito e qualche aiutino”. La realtà dei fatti potrebbe essere più prosaica: fin dall’inizio l’esecutivo giallorosso ha cercato nell’Europa la fonte di legittimazione, la protezione del debito è arrivata per una precisa politica Bce riguardante tutta l’Eurozona, mentre la pandemia ha, come ricordato in precedenza, accentuato i differenziali di rilevanza politica e di potenza strategica nel Vecchio Continente.

La tesi dell’accordo è difficile da dimostrare, quella del condizionamento ha forti basi e non rappresenta una novità. A mo’ di presidio “europeista”, da oltre un anno sul governo giallorosso e le sue politiche si fa sentire forte il condizionamento della troika del Partito Democratico formata dall’ex premier e commissario europeo Paolo Gentiloni, dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e dal ministro degli Affari Europei Enzo Amendola. Considerando, in quest’ottica, l’Europa come un fine e non come un mezzo si finisce per veder ridotto il raggio d’azione di politiche che dovrebbero far valere l’interesse nazionale italiano.

Di conseguenza per Roma è sempre risultato più facile conformarsi a proposte provenienti dalla parte forte dell’Ue che provare a impostare strategie autonome, rese problematiche dalla fragilità intrinseca dell’esecutivo e dalla difficoltà nel negoziare su più livelli con quelli che dovrebbero essere i nostri naturali alleati, i Paesi del Mediterraneo. Da qui provengono l’atavica fragilità e la retrocessione del Paese, con tutte le conseguenze sulla vulnerabilità del sistema-Paese agli appetiti, soprattutto transalpini, su un sistema economico e industriale non abbastanza presidiato sul piano politico. I movimenti francesi attorno alle imprese strategiche, il braccio di ferro tra Parigi e Francoforte per Piazza Affari, l’assenza di Roma nei grandi programmi industriali per creare “campioni” europei e la ridotta partecipazione a piani come il progetto di cloud Gaia-X testimoniano la considerazione in cui l’Italia è tenuta tra Parigi e Berlino: come un junior partner oramai inoffensivo e tutt’altro che propositivo. Colpa anche di una politica nazionale che non ha saputo farsi valere appieno indicando linee guida e indirizzi strategici, puntando eccessivamente a seguire a ruota l’Europa continentale e ignorando che la maggiore area di interesse di Roma dovrebbe essere il Mediterraneo, la federazione dei Paesi del Sud Europa come gruppo d’influenza autonomo capace di contrastare la linea del rigore olandese e bilanciare l’appiattimento degli altri interessi comunitari sulla direttrice Parigi-Berlino. Un obiettivo per la cui realizzazione forse il tempo è passato.

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