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Non è detto che il cambiamento climatico sia per forza un male per tutti. Sembra un paradosso, né è questa la sede per dibattiti sui cambiamenti climatici, però è interessante costatare che non tutti i Paesi ne siano poi effettivamente colpiti in maniera grave come si vuole credere. Uno di questi Stati, con tutti i limiti dovuti al fatto che si parla di un territorio gigantesco, è la Russia. Come riportato da Giuseppe Agliastro per La Stampa, “il riscaldamento globale sta trasformando gradualmente la Russia in una superpotenza agricola”. Questa affermazione può essere considerata partendo da alcuni dati riportati dallo United States Department of Agriculture pubblicati proprio in questo mese, in cui è evidente una crescita esponenziale della produzione di grano in Russia e della sua conseguente esportazione. Basti pensare al fatto che tra giugno 2016 e giugno 2017, l’esportazione del grano russo è stata di circa 28 milioni di tonnellate, mentre per l’anno in corso dovrebbe raggiungere la quota di 31,5 milioni di tonnellate. La produzione totale, invece, dovrebbe raggiungere la cifra record di 80 milioni di tonnellate di frumento, con un aumento di sette milioni rispetto allo scorso anno. Cifra che renderebbe la Russia fra le maggiori potenze esportatrici di cereali – in particolare di grano – insieme a Unione europea, Cina e India.

Alexander Tkachev, ministro dell’agricoltura della Russia, ha affermato in questi ultimi mesi che c’è la possibilità che i cereali spodestino addirittura gli idrocarburi come principale fonte di entrate dalle esportazioni del Paese. Visione forse eccessivamente “bucolica” quella del titolare del dicastero russo – anche perché in contrasto con quella del Cremlino che non sembra disdegnare un aumento dell’evoluzione tecnologica e dell’estrazione nel settore energetico – ma che può comunque ritenersi non particolarmente lontana dalla realtà dei fatti.

Dati alla mano, la Russia sta aumentando la produzione e l’esportazione di tutti i prodotti agricoli, in particolare i cereali. Questo fenomeno sta avvenendo per diverse ragioni, le quali, combinate fra loro, dimostrano che la scelta della Russia di puntare a un aumento dell’export cerealicolo sia da un lato dovuta a motivi contingenti legati al clima, dall’altra, a una scelta strategica di sfruttare l’aumento della popolazione mondiale nei mercati interessati dalla produzione russa. Il consumo globale di grano, infatti, è cresciuto in media del 2,8 per cento all’anno nel periodo tra il 2011 e 2016 e, come confermato dall’International Grains Council, si prevede un aumento annuo dell’1,4 per cento entro il 2021. Contemporaneamente, la temperatura nelle aree produttrici di grano in tutta l’Eurasia aumenterà di 1,8 gradi entro il 2020 e fino a 3,9 gradi entro il 2050. Quest’aumento delle temperature significherà, in sostanza, una stagione di crescita più lunga e una migliore resa delle colture di cereali, probabilmente a discapito di altre colture più specifiche che però non fanno parte della produzione russa.

Il fattore climatico potrebbe inoltre avere un ruolo fondamentale anche nella competitività sui mercati. Perché mentre la produzione russa sembra destinata a crescere in virtù dei suddetti dati sul cambiamento del clima, dall’altro lato l’aumento delle temperature comporta una carenza d’acqua in costante aumento per gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia, che sono i maggiori competitor per i mercati dell’Asia. Il cambiamento climatico significa inoltre un aumento degli spazi coltivabili, poiché le aziende agricole russe potranno espandersi verso nord, in terre che non sono mai state utilizzate per coltivare grano, mentre nel frattempo, come suggerito da Bloomberg, potranno riappropriarsi di tutti quei terreni caduti in disuso dal 1991 fino al 2000 – circa 140 milioni di ettari – perché richiedevano troppo investimenti o producevano poco rispetto ai costi di produzione. Adesso, con l’aumento della temperatura e con lo sviluppo della tecnologia anche nel settore agricolo, quei terreni potranno essere lentamente riutilizzati dalle aziende russe – cosa che potrà avvenire in parte anche in Ucraina e Kazakistan.

Naturalmente questo non significa che la Russia punterà tutto sul settore agricolo, dal momento che si parla di un settore forse tra i più vulnerabili alle tendenze globali di mercato. La cosiddetta “profezia” del ministro Tkachev va infatti messa a confronto con i prezzi dei prodotti cerealicoli e soprattutto con le infrastrutture che devono garantire rapidità e convenienza. Per ora, a dare una mano alla Russia è stato sicuramente il crollo del rublo, che ha permesso di accedere a mercati tendenzialmente dominati dalle aziende americane ed europee. Tuttavia, va notato come il frumento russo fosse venduto a più di 350 dollari a tonnellata nel 2012, mentre oggi si parla di circa 180 dollari. Inoltre, ad eccezione dell’agricoltura cerealicola, restano problemi legati ad altri tipi di produzione come quella casearia, del latte, della carne e delle verdure: mercati a più alto reddito e margine di crescita ma che la produzione interna fatica a far decollare. Le sanzioni europee, in un certo senso, hanno aiutato il governo russo a far crescere la rendita di certe produzioni, grazie alla “lungimirante” visione di Bruxelles di tagliare le esportazioni agricole alla Federazione russa. Tuttavia, ancora oggi, l’import agricolo in questi settori è particolarmente rilevante, nonostante l’impegno del Cremlino anche con l’imposizione di dazi e con lo sviluppo tecnologico.

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