Il piano B degli Stati Uniti: cosa può succedere in Libia

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Gli Usa, per bocca del presidente Donald Trump, lasciano dunque la Siria e ridimensionano il proprio impegno in Afghanistan. Dovrebbe essere questo il piano messo a punto dalla Casa Bianca, a meno di ripensamenti da parte dello stesso Trump. Le dimissioni del segretario della difesa, James Mattis, potrebbero comunque fungere da conferma delle intenzioni del tycoon newyorkese, visto che l’oramai quasi ex titolare del Pentagono non risulta d’accordo con questa strategia. Siria ed Afghanistan rappresentano due degli scenari principali, sotto il profilo militare e politico, che interessano il medio oriente. Il ridimensionamento delle missioni da parte americana sembra voler indicare un preciso intento politico: la regione, pur vitale per diversi interessi collegabili agli Usa, non è più in cima tra le priorità di Washington. Si lascia spazio e si cerca adesso di concentrare risorse ed energie in altri ambiti, almeno sarebbero queste le reali intenzioni di Donald Trump. Alla luce di tutto ciò, viene da chiedersi se questo discorso vale anche per l’altro fronte caldo della regione: la Libia. 



L’attuale impegno americano in Libia

Lo scorso 29 novembre gli abitanti di Al Awinat, piccolo centro del Fezzan non lontano da Ghat, avvertono forti boati provenire da alcune località poco lontane nel deserto. Si intuisce subito che qualcosa di importante è accaduta e le colonne di fumo avvistate poco dopo le esplosioni suggeriscono, come ipotesi più accreditata, un raid aereo. Ed in effetti nel giro di poche ore arrivano le conferme ufficiali. Un bombardamento colpisce, in particolare, alcune postazioni di miliziani appartenenti ad Aqim (Al Qaeda nel Magreb Islamico). Ad annunciarlo è la stessa Africom, ossia il comando militare statunitense in Africa: “Sono stati effettuati – si legge – Alcuni raid contro obiettivi precisi di Aqim nei pressi di Al Awinat. Undici terroristi sono stati uccisi”. Il raid provoca proteste ed indignazione nei giorni successivi da parte della popolazione, la quale sostiene che le vittime siano in realtà undici giovani tuareg che nulla hanno a che vedere con il terrorismo. Ma sotto il profilo prettamente politico e militare, quanto accaduto ad Al Awinat mostra come gli Usa in Libia siano molto attivi e continuino ad usare uomini e mezzi nel paese. 

Rispetto ad Afghanistan e Siria, la Libia dal punto di vista americano ha peculiarità non indifferenti. La guerra in Afghanistan è un conflitto iniziano dagli Usa nel 2001, per cacciare i Talebani rei di nascondere Osama Bin Laden. In Siria invece la missione arriva successivamente allo scoppio del conflitto e quello di Washington altro non è che un intervento nel bel mezzo di una guerra civile ancora in corso. In Libia invece il contesto è ancora più particolare: gli Usa inizialmente sembrano mantenere un ruolo di secondo piano quando la Nato nel 2011 decide di intervenire, lasciando a Francia e Gran Bretagna l’iniziativa. La Casa Bianca ed il Pentagono arrivano soltanto nel 2016, con i raid perpetuati contro l’Isis a Sirte e l’appoggio dato alle milizie di Misurata per strappare la città dal Califfato. Da allora però, gli Usa non sono mai andati via dalla Libia. 

Washington in Libia avrebbe due o tre basi. Una a sud di Sirte, stanziata successivamente alla cacciata dell’Isis per dare manforte alle forze locali contro il possibile ritorno dei jihadisti nella città natale di Gheddafi. Un’altra, come si legge sul sito “AnalisiDifesa”, sarebbe nel sud della Libia e fungerebbe da centro di addestramento. Non ci sono certezze invece su una possibile terza base installata all’interno del territorio dell’ex colonia italiana. A queste basi, bisogna aggiungere quelle stanziate nei paesi limitrofi alla Libia: il riferimento è alla struttura militare di Sigonella in Sicilia, così come alla base presente nel nord del Niger. In questo paese poi, e precisamente ad Agadez, è in costruzione la più grande base per droni degli Stati Uniti nel continente africano. Inevitabile pensare che questa struttura in futuro fungerà da vero e proprio hub per le operazioni che gli americani vorranno intraprendere nel paese nordafricano. Tra basi interne ed esterne alla Libia, gli Usa possono contare su diversi mezzi e diversi uomini operativi sul fronte libico, un segno di come da Washington il dossier viene seguito da vicino e non sembra esserci aria di smobilitazione.

Il ruolo futuro degli Usa in Libia

A Palermo, in occasione del vertice per la Libia tenuto lo scorso mese di novembre, desta non poca curiosità il livello di rappresentanza inviato dagli Usa in Sicilia: da Washington arriva infatti David Satterfield, sottosegretario del Dipartimento di Stato. Né dunque il segretario di Stato, né altri importanti esponenti del governo o del Congresso. A differenza invece di altri paesi, in primis la Russia, che inviano capi di Stato o primi ministri. L’assenza di elementi di rilievo dell’amministrazione Trump lascia la scena alle bizze di Haftar, che fino all’ultimo fa parlare di sé per via dei dubbi circa la sua presenza, così come al primo ministro russo Medvedev ed al ministro degli esteri francese. L’impressione è quella di un atteggiamento politico degli Usa piuttosto defilato sulla Libia, un po’ come ad inizio conflitto nel 2011.

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Un’impressione che sembra confermata nei fatti: a luglio, in occasione della visita del presidente del consiglio Conte a Washington, Donald Trump dà il via libera a Roma per una cabina di regia a guida italiana sul dossier libico. Gli Usa guardano dal dietro le quinte, lasciando spazio all’Italia ed alla missione Onu guidata dal libanese Ghassan Salamè: un atteggiamento in linea con quanto fatto negli ultimi mesi sul medio oriente, ma che non implica affatto un disinteressamento americano. Al contrario, la Libia per gli Stati Uniti continua ad essere di grande importanza soprattutto per la lotta al terrorismo islamista. Da qui anche la presenza di forze Usa all’interno del paese africano ed in alcune delle più importanti basi ad esso vicine. In poche parole, a fronte di un ruolo politico che sembra subire i mutamenti imposti da Trump all’agenda americana, sotto il profilo militare gli Usa in Libia sono presenti e, al momento, sono intenzionati a rimanere. Il ridimensionamento degli impegni in medio oriente non si traduce, per ciò che concerne il dossier libico, in un totale ed integrale disimpegno.