Lo scorso 14 ottobre, la Bbc, in un articolo sul ritiro delle truppe americane dalla Siria e la conseguente offensiva della Turchia nei territori controllati dai curdi, descriveva l’ultima mossa della Casa bianca come un “momento disastroso” per la politica americana in Medio Oriente.

A pensarci bene, però, il ruolo degli Stati Uniti nelle vicende mediorientali degli ultimi 20 anni è sempre stato accompagnato da errori clamorosi e disastri non solo umanitari, ma anche e soprattutto strategici.

La mossa di Trump in Siria è stata quindi solamente l’ultima di una lunga serie di errori e disfatte militari che mostrano una totale assenza di strategie e piani a lungo termine da parte della più grande potenza militare del mondo.

Otto anni di guerra in Siria hanno profondamente plasmato e cambiato il Medio Oriente. In meno di una settimana però gli Stati Uniti sono riusciti a imprimere una svolta finale, lasciando campo libero alle forze turche e proclamando, di fatto, la supremazia della Russia, dell’Iran e della Turchia in Siria.

Come ha commentato il media britannico “forse l’abitudine di Trump di seguire il suo istinto è un grave errore quando si tratta delle infinite complessità del Medio Oriente”.

La vera questione però, oltre agli errori di Trump, sembra essere la mancanza di lucidità in Medio Oriente in tutte le ultime amministrazioni americane. Un tema che pone in serio dubbio anche il ruolo stesso degli Stati Uniti a livello globale, specialmente per i risvolti che la leadership americana, dalla fine della Guerra Fredda fino ad oggi, ha e continuerà ad avere per il futuro equilibrio geopolitico internazionale.

Perché, dunque, la politica americana è stata così disastrosa in Medio Oriente negli ultimi 20 anni? Ma soprattutto, come è stato possibile che da potenza egemone nella regione gli Stati Uniti abbiano lasciato via libera alla Russia in uno degli scenari più importanti per il controllo degli equilibri globali?

Dall'”unipolar moment” al “disastrous moment”?

L’unipolar moment, ovvero il periodo di assoluta egemonia degli Stati Uniti dopo la fine della Guerra fredda come lo definiva Charles Krauthammer, ha avuto, tra i vari effetti, il totale controllo degli Usa nello scenario mediorientale. Qui gli Stati Uniti hanno mostrato a più riprese la loro leadership indiscussa non solo nella regione ma più in generale a livello globale e sempre qui, in Siria, quella stessa leadership sembra oggi essere decaduta con l’uscita di scena di Washington che apre ufficialmente la porta alla Russia di Vladimir Putin.

Come ha sottolineato qualche tempo fa sulla rivista Foreign Affairs Eugene B. Rumer, direttore del programma Russia ed Eurasia al Carnegie Endowment for International Peace, la Russia è diventata la “nazione indispensabile” nel Medio Oriente.

“In tutto il Medio Oriente, dal Nord Africa al Golfo Persico, la Russia è onnipresente, con i suoi ufficiali e diplomatici di alto livello, le sue armi, i suoi mercenari e i suoi accordi per costruire centrali nucleari. La Russia è stata coinvolta in questa regione proprio mentre gli Stati Uniti si stanno ritirando da essa, una tendenza che anche il successo del raid di Baghdadi può fare ben poco per nascondere”.

Il passaggio dall’”unipolar moment”, al “disastrous moment” degli Stati Uniti in Siria, che ha sancito il ritorno allo status di superpotenza globale di Mosca, è stato segnato da una serie di interventi militari sfortunati e da una mancanza di strategie su cui negli scorsi anni, molti tra i massimi esperti di politica internazionale hanno focalizzato le loro critiche e hanno messo in guardia le amministrazioni americane, da George W. Bush a Barack Obama, fino a Donald Trump oggi.

Ristabilire la leadership americana

In un articolo pubblicato nel 2008 sulla rivista Survival e intitolato Recovering American Leadership, Joseph Nye, il padre della teoria del Soft Power, analizzando il ruolo degli Stati Uniti come superpotenza a seguito dell’intervento militare in Iraq, sosteneva che la strategia americana, non solo a livello del Medio Oriente, ma anche a livello globale, dovesse basarsi sul multilateralismo ed evitare ad ogni costo l’isolazionismo, per concentrarsi sull’implementazione dello smart power.

“Gli Stati Uniti sono ben posizionati per rimanere la potenza principale nel ventunesimo secolo, ma dovranno imparare a lavorare con altri paesi per condividere il ruolo di leader. Washington dovrebbe adottare una strategia di fornitura di beni pubblici globali analoga al ruolo svolto dal Regno Unito nel diciannovesimo secolo e dovrà combinare le sue risorse di soft-power e hard-power in una strategia di smart-power”.

Nye ritiene infatti che:

il paradosso della potenza americana in questo secolo è che la più grande potenza dai tempi dell’impero romano non può raggiungere i suoi obiettivi agendo da sola

È tuttavia indubbio, spiega il professore della Harvard University nonché ex Assistant Secretary of Defense, che a seguito delle logoranti guerre degli ultimi anni in Afghanistan e in Iraq, moltissimi americani siano inclini a pensare che gli Stati Uniti possano ridurre la loro vulnerabilità solamente se ritirassero le truppe da scenari come il Medio Oriente, riducessero le alleanze e seguissero una politica estera più isolazionista. “Ma l’isolazionismo – ammonisce Nye – non rimuoverebbe affatto la vulnerabilità degli Usa”.

Gli Stati Uniti rimarranno stabilmente alla guida della politica mondiale nei prossimi anni, a patto che “non diventino così unilaterali e arroganti nella loro forza da sperperare il considerevole fondo di soft-power della nazione”.

Molto più cinica, invece, la risposta di John Mearsheimer agli infiniti disastri americani in Medio Oriente e all’evidente lacuna strategica nello scenario più importante per gli Stati Uniti. 

Secondo Mearsheimer, l’unica tattica economicamente e strategicamente efficace, in grado di proteggere i reali interessi degli Stati Uniti in Medio Oriente, sarebbe quella dell’“offshore balancing” che prevede lo stanziamento dell truppe americane appena fuori dalla regione e con il “bilanciamento” che farebbe affidamento su potenze regionali come Iran, Iraq e Arabia Saudita per controllarsi a vicenda. 

“Washington rimarrebbe diplomaticamente impegnata e, se necessario, aiuterebbe la parte più debole in un eventuale conflitto. Utilizzerebbe anche il suo potere aereo e navale per rispondere rapidamente a minacce inaspettate. Ma interverrebbe solo se l’equilibrio del potere locale si spezzasse gravemente e un paese minacciasse di dominare gli altri”.

L’offshore balancing non è del tutto una novità per gli Stati Uniti. Già negli anni della Guerra fredda hanno perseguito con successo una simile strategia proprio in Medio Oriente aiutando prima l’Iraq a contenere l’Iran rivoluzionario negli anni ’80, per poi bilanciare la minaccia militare di Saddam Hussein in Kuwait rispondendo con una coalizione internazionale nella vincente operazione Desert Shield, in seguito diventata Desert Storm con l’inizio della Guerra del Golfo. 

Secondo Mearsheimer, questa strategia avrebbe tre virtù particolari. In primo luogo, ridurrebbe significativamente le possibilità di essere coinvolti in un’altra guerra sanguinosa e costosa come l’Iraq. “L’America non ha bisogno di controllare il Medio Oriente con le proprie forze; deve semplicemente garantire che nessun altro paese lo faccia”.In secondo luogo, l’offshore balancing migliorerebbe il problema del terrorismo contro gli Stati Uniti. “Gli occupanti stranieri generano un forte risentimento. Tenere lontane le forze militari americane minimizzerebbe la rabbia creata facendole stazionare sul suolo arabo”.Infine, l’offshore balancing ridurrebbe i timori di Paesi come Iran e Siria che gli Stati Uniti siano pronti ad attaccarli da un momento all’altro per rimuovere i loro regimi, come successo in Iraq e in Libia con Saddam Hussein e Muammar Gheddafi

In questo senso, la strategia permetterebbe anche di risolvere il problema del nucleare con Teheran, attualmente una delle principali crisi che stanno destabilizzando il Medio Oriente.

L’importanza della regione mediorientale

La centralità del Medio Oriente per il presente e il futuro della politica estera americana è spiegata in maniera molto dettagliata da Noam Chomsky, uno dei più noti studiosi e critici della foreign policy di Washington.

“Il controllo del Medio Oriente strategicamente significativo, con le sue enormi e facilmente accessibili riserve di petrolio, è stato al centro della politica da quando gli Stati Uniti hanno guadagnato la posizione di egemone globale dopo la seconda guerra mondiale. Le ragioni non sono oscure. Il Dipartimento di Stato ha riconosciuto che l’Arabia Saudita è ‘una meravigliosa fonte di potere strategico’. Eisenhower l’ha descritta come la “parte strategicamente più importante del mondo”. Quel controllo del petrolio in Medio Oriente produce ‘un sostanziale controllo del mondo, un aspetto ben chiaro a tutti i consiglieri e agli strateghi militari americani” analizza Chomsky in un suo recente articolo intitolato We Must Stop War with Iran Before It’s Too Late.

Per quanto dispendioso, il controllo e la stabilità del Medio Oriente sono da sempre fondamentali per gli Stati Uniti, ed ecco perché risulta ancora più sorprendente la mancanza di strategie a lungo termine e di un percorso chiaro da seguire nei prossimi decenni, in cui si stima che il petrolio sarà ancora una risorsa primaria a livello globale. 

Qual è il futuro degli Stati Uniti in Medio Oriente?

La volontà degli Stati Uniti di uscire militarmente dai principali conflitti nella regione è chiara, ed è condivisa sia dai leader repubblicani sia dai democratici. 

Il punto è che, nonostante tutti i candidati alle prossime elezioni americane del 2020 si siano detti favorevoli ad un massiccio ritiro delle forze militari americane dal Medio Oriente, in particolare dall’Afghanistan, dall’Iraq, dallo Yemen e dalla Siria, nei fatti la riluttanza ad abbandonare del tutto questi terreni di scontro continua a prevalere e l’ipotesi di lasciare almeno una “presenza militare residua” è sempre più concreta. 

Basti pensare al caso dell’Afghanistan, dove la volontà di Trump di portare via le truppe americane dal conflitto più lungo mai combattuto da Washington si è dovuta scontrare proprio nei giorni del 18esimo anniversario dell’11 settembre con la realtà di un accordo impraticabile con i talebani e dell’impossibilità di un vero e proprio ritiro dal Paese.

Come evidenzia Richard Fontaine su Foreign Affairs, nelle campagne presidenziali degli ultimi 20 anni, Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Donald Trump si sono tutti impegnati a non portare più il Paese in nuove avventure militari all’estero e uscire dalle operazioni militari in corso. Una volta in carica però, ciascuno di loro ha proceduto non solo a continuare le guerre esistenti ma anche a lanciare nuove offensive. 

D’altro canto, la scarsa disponibilità – nonché la limitata capacità – delle potenze europee e degli altri alleati Nato ad assumere un ruolo di controllo in regioni instabili come il Medio Oriente sembra destinata a richiamare ciclicamente l’intervento americano. L’ipotesi di un offshore balancing come teorizzato da Mearsheimer sembra invece lontanissima dalla realtà attuale, considerando le fortissime tensioni tra i principali attori della regione mediorientali, in primis lo scontro tra Arabia Saudita e Iran che sembra sempre più vicino ad esplodere.

Ora, mentre il mondo entra nella sua fase successiva alla transizione dell’unipolar moment del periodo post-guerra fredda, gli americani devono riflettere seriamente sul futuro del loro ruolo in Medio Oriente e a livello globale. 

Come spiega Fontaine, infatti, “il loro Paese rimane una potenza globale, con interessi e valori fortemente sostenuti che richiedono difesa. Gli Stati Uniti non devono cercare all’estero mostri da distruggere. Ma non devono neppure compiacersi nel credere che tali mostri siano scomparsi”.