L’Italia è, per tradizione, rilevanza economica, posizionamento geografico, un Paese che gli Stati Uniti non ignorano certamente nel calcolare le loro strategie per il quadrante euro-mediterraneo. Per un certo spirito solipsista, molto spesso, le nostre classi dirigenti esagerano questa percezione fino a considerarsi addirittura centrali nelle discussioni politiche di Washington, e in questa fase di acuta crisi di governo e tensione istituzionale più volte onorevoli, ministri e lo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte lo hanno dimostrato. Discutendo animatamente più dell’agenda presidenziale dell’entrante amministrazione Biden che dei loro programmi per il Paese, elogiandola in Parlamento, definendola la loro stessa agenda esponenti del centro-sinistra e del Movimento Cinque Stelle hanno ricordato come spesso a questo solipsismo si accompagni un inguaribile provincialismo.

Ma quale può essere il ruolo dell’Italia nel quadro della politica estera della nuova amministrazione? C’è chi, come Matteo Renzi, ha scommesso possa essere notevole, a patto di sbarazzarsi del premier in carica, che agli occhi dei democratici Usa appare colpevole del reato di filo-trumpismo. Chi, soprattutto in seno al Partito Democratico, immagina convergenze a tutto campo su ambiente, diritti umani, contrasto al Covid-19 e altri dossier. Chi, più realisticamente, come il ministro della Difesa Lorenzo Guerini cerca di sgusciare via dalla caducità dei cicli politici e con realismo pensa a dossier di lungo periodo, seguito dal collega agli Affari Europei Enzo Amendola: rafforzamento della solidarietà occidentale in ambito tecnologico e nel settore della Difesa in funzione anticinese, continuità diplomatica, convergenza sui dossier strategici e di politica estera.

Comunque vada, la risposta a queste domande non dipende da noi ma dagli umori prevalenti a Washington riguardo l’agenda da tenere nei confronti degli alleati europei degli Usa. Biden e la sua amministrazione intendono riproporre un’agenda multilaterale funzionale a riallineare con decisione l’Europa sotto l’ombrello della solidarietà occidentale in vista di obiettivi comuni: il contenimento della potenza cinese, un rilancio della contrapposizione alla Russia, il raffreddamento degli scenari di crisi aperti nell’Alleanza Atlantica, la ricerca di un modus vivendi con l’Unione Europea. “L’ uscita di Londra dalla Ue, e la fine del mandato di Merkel”, secondo il politologo Charles Kupchan, “spingeranno Biden a cercare un gruppo più ampio di europei per definire le politiche comuni. In questo quadro l’ Italia può giocare un ruolo più importante”, spiega Kupchan sentito da La Stampa.

Idea condivisa anche dal presidente dell’Ispi, Giampiero Massolo, che salutando la nuova amministrazione punta fortemente sul suo sostegno al multilateralismo. Ma l’ambasciatore ed ex direttore del Dis avverte: il mondo non è stato devastato da Donald Trump e non ritornerà in armonia solo con la sua uscita di scena, i dossier strategici su cui Washington si impegnerà saranno in primo luogo di matrice interna (lotta alla pandemia, risposta alla crisi sociale, contrasto alla recessione economica) e l’Italia dovrà essere in grado di trarre il massimo dal dialogo con gli Usa nel suo quadrante geopolitico d’elezione, l’area mediterranea, e negli scenari che ci vedono coinvolti al fianco della superpotenza.

Una delle prerogative ideologiche di cui sono ancora titolari gli Usa è il potere di dettare l’agenda: così come Trump è riuscito a far passare buona parte del suo programma di politica estera ai “sovranisti” europei, così le politiche di Biden condizioneranno fortemente l’agenda dei progressisti nostrani (dall’ambiente alle migrazioni). Spesso la politica nazionale sottovaluta il rischio insito nel portare nel dibattito politico nazionale agende e ideologie originarie di Oltre Atlantico e dunque funzionali a una linea strategica diversa da quella nazionale, salvo poi meravigliarsi quando esse convergono su determinati temi (vedasi la Cina) proprio perché funzionali ai desiderata di Washington. Contro questa tentazione Massolo mette in guardia: l’Italia di fronte all’amministrazione Biden sarà attesa da “una prova di maturità per le nostre capacità di perseguire in modo coerente e unitario l’interesse nazionale. Essa chiamerà in causa tutto il Sistema Paese, dal mondo politico a quello delle imprese, dai media alla società civile”.

Già nell’era Trump la prova di maturità è mancata: i governi di Giuseppe Conte sono oscillati tra facili entusiasmi (dalle aperture al ruolo nel Mediterraneo allargato alle promesse di sostegno sul dossier Libia) e sgarbi plateali mal digeriti dagli Usa (primo fra tutti il memorandum con la Cina), senza tenere nel mezzo una linea chiara sulle priorità dell’interesse nazionale. Che sostanzialmente devono passare per la promozione delle priorità dell’Italia nel quadrante mediterraneo: sostegno alla de-escalation, politiche energetiche costruttive, libertà dei commerci. Possibilmente valorizzando a favore dell’interesse nazionale l’impegno generoso di militari e civili impegnati nelle missioni internazionali, che in sinergia con Washington andrà in futuro riesaminato: le mosse italiane in Kosovo e Libano, ad esempio, sono indubbiamente di alto valore, ma non possono essere considerate a sè stanti. E come dimentciare la patata bollente dell’Afghanistan, Paese in cui a vent’anni dall’intervento ancora ci si ostina a non voler dichiare il fallimento della missione di stabilizzazione del Paese e in cui il ritiro unilaterale Usa rischia di mettere in difficoltà chi, come le truppe italiane, rischia di esser sobbarcato da un peso militare eccessivo nei mesi a venire? Biden dovrà sicuramente dare risposta dopo le mosse di bandiera di Trump.

Insomma, Roma deve saper portare i suoi temi per un aperto confronto con Washington, maturando le priorità per l’interesse nazionale indipendentemente dal colore dei governi sulle due sponde dell’Atlantico. Ogni cambio di governo nella superpotenza genera opportunità e rischi che vanno governati e posti a sistema nell’elaborazione delle strategie nazionali. Negare le prime sarebbe miope, sottovalutare i secondi, principalmente la possibile insorgenza di rallentamenti nei grandi processi di autonomia strategica in ambito tecnologico e digitale dell’Ue in nome della solidarietà atlantica, rischia di condurre al mix di solipsismo e provincialismo andato in scena nei palazzi del potere italiani nelle scorse settimane. Un atteggiamento politicamente immaturo che poca acqua porta al mulino del nostro interesse nazionale.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE