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A oltre 12 mesi dall’accordo di cessate il fuoco che ha sancito ufficialmente la tregua in Libia, il futuro dell’ex principale alleato dell’Italia nel Mediterraneo è più incerto che mai. La tregua regge, ma i mercenari e le forze straniere continuano ad avere i loro stivali ben piantati sulla sabbia del deserto libico, mentre i dubbi attorno alle elezioni (si faranno? quando? con quali garanzie? non si sa) rischia di far ripiombare il Paese nordafricano nel caos. Dal marasmo libico una figura sembra spiccare su tutte le altre: l’attuale primo ministro “ad interim”, Abdulhamid Dbeibah, imprenditore di Misurata scelto a sorpresa lo scorso febbraio dal Foro di dialogo politico libico (Lpdf).

Dbeibah for president

Nonostante il suo Governo provvisorio di unità nazionale non sia né unito, né nazionale (il generale Khalifa Haftar, infatti, non ne riconosce l’autorità), Dabaiba è riuscito in questi pochi mesi a guadagnare interni consensi grazie ad un mix di welfare assistenziale e sussidi. Qualcuno lo accusa di essersi comprato i voti, ma intanto è lui il politico più popolare secondo i sondaggi riservati. All’estero, il premier “ad interim” ha saputo tessere una fitta trama di relazioni con tutti gli attori internazionali coinvolti, nell’intento di accreditarsi come interlocutore credibile e non a “scadenza”. Ma in Libia i colpi di scena sono all’ordine del giorno e non sono esclusi colpi di coda del generale Haftar, un’ennesima manovra machiavellica del presidente del parlamento di Tobruk, Aquila Saleh, o un clamoroso ritorno in campo di Saif al Islam Gheddafi, secondogenito del defunto rais con ambizioni in politica.

Mercenari arroccati

Il 23 ottobre del 2020, quando mezzo mondo entrava nella seconda ondata di Covid-19, i membri del Comitato militare libico 5+5 – composto da cinque ufficiali scelti dall’allora Governo di accordo nazionale dell’ex premier Fayez al Sarraj e altri cinque dall’autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar – raggiungevano un insperato accordo per un cessate il fuoco permanente dopo mesi di guerra a bassa intensità. La tregua prevedeva, tra le altre cose, la riapertura della strada costiera tra Misurata e Sirte, l’ingresso di osservatori Onu e l’uscita di forze e mercenari stranieri dal Paese. Quest’ultimo passaggio aveva un termine preciso: non oltre due mesi. Peccato che le forze straniere non solo sono ancora in Libia, ma addirittura i mercenari del gruppo russo Wagner hanno costruito una sorta di “Linea Maginot” nel deserto che da Sirte arriva fino a Jufrah. La Turchia, che con il suo intervento nel 2019 ha invertito le sorti del conflitto ricacciando Haftar e alleati in Cirenaica, non ha alcuna intenzione di rinunciare alla base aerea di Al Watiya e al porto di Misurata. Anzi, secondo l’Agenzia Nova i turchi starebbero facendo pressioni per sloggiare l’ospedale da campo dell’Italia a Misurata e mettere le mani anche sull’aeroporto.

Elezioni sotto tiro

Difficile che le elezioni in Libia possano essere davvero “libere, trasparenti ed eque” sotto il tiro degli AK-47 dei mercenari siriani o dei cecchini russi. Il mantra delle Nazioni Unite è che il voto debba tenersi assolutamente il 24 dicembre, nel giorno del 70mo anniversario dell’indipendenza del Paese nordafricano. Ma il quadro elettorale e costituzionale libico al momento è un pasticcio senza capo né coda. Basti pensare che l’Alta Commissione elettorale della Libia ha prima annunciato “per errore” e poi ritirato le 14 condizioni per candidarsi alle presidenziali, scatenando un putiferio. Nella migliore delle ipotesi, le elezioni saranno uno “spezzatino” con un primo turno delle presidenziali 24 dicembre e le parlamentari ben 52 giorni dopo, quindi a metà febbraio, in concomitanza con il ballottaggio per scegliere futuro il capo dello Stato. Insomma, un quadro alquanto confuso che rischia di produrre l’ennesima situazione di stallo, con gli sconfitti che non riconosceranno i vincitori come peraltro fu nel 2014.

La stagione delle conferenze inutili

E intanto si è aperta in Libia la stagione delle inutili conferenze internazionali, buone soprattutto a gonfiare l’ego di chi le organizza ma di scarso impatto sul terreno. Venerdì 12 novembre, Parigi riunirà i capi di Stato e di governo interessati al dossier libico per dare una “spintarella” alle elezioni del 24 dicembre. La Francia ha offerto la co-presidenza a Italia e Germania nella speranza di ottenere maggiore successo, ma il problema è la tempistica. Organizzare una nuova (ennesima) conferenza a ridosso di quella che dovrebbe essere una delicata campagna elettorale, potrebbe infatti peggiorare le condizioni politiche interne alla Libia. Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha già annunciato che non andrà nella capitale francese. Per gli Stati Uniti sarà presenta la vicepresidente Kamal Harris, non esattamente un’esperta di Libia, mentre è difficile ritenere che per la Russia possa muoversi Vladimir Putin. L’annunciata iniziativa francese, peraltro, non è stata accolta benissimo dai libici. Su cinque politici interpellati da Agenzia Nova, infatti, tutti hanno respinto la proposta dell’Eliseo al mittente. Non esattamente il migliore dei biglietti da visita per i cugini d’Oltralpe.