Troppo spesso la svolta dell’amministrazione Trump in materia di commercio estero viene frettolosamente interpretata come mero protezionismo. In realtà ciò che porta spesso a quest’errore è il cercare di valutare scelte politiche contemporanee affidandosi a categorie del passato.

Si tratta davvero di semplice protezionismo?

Molti osservatori sono così spesso tratti in inganno anche perché, ingenuamente, ritengono l’attuale Presidente americano un “incompetente”. Questi giudizi affibbiati per antipatie politiche non tengono in realtà conto della carriera precedente alla politica di Donald  Trump. Il passato da imprenditore multisettoriale del tycoon ha permesso all’inquilino della Casa Bianca di avere una profonda conoscenza delle dinamiche economiche americane e del contesto internazionale.

Questo ha permesso a Donald Trump di arrivare a Washington con idee molto chiare circa le mosse da intraprendere per gli Stati Uniti, con l’obiettivo di mantenerne il ruolo da protagonista nel futuro. Così quella che è superficialmente interpretata come una semplice politica protezionistica, ha in realtà delle motivazioni profonde e più che giustificate, almeno agli occhi della società americana. Se infatti i dazi all’Unione europea rappresentano una forma di tutela americana contro il surplus commerciale tedesco, anche la guerra commerciale con la Cina sembrerebbe nascondere qualcosa di più.

La più grande guerra commerciale della storia economica

Lo scorso venerdì è arrivato l’annuncio che per molti osservatori segna l’inizio ufficiale della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Sono entrate infatti in azione le nuove tariffe americane per un totale di 34 miliardi di dollari su una vasta gamma di prodotti esportati dalla Cina. Una mossa replicata a specchio da Pechino che ha annunciato così l’inizio della “più grande guerra commerciale nella storia economica”. Sono proprio le dimensioni di questa contrapposizione a dover far drizzare le antenne degli osservatori per chiedersi se ci sia qualcosa di più oltre a un nostalgico desiderio di nazionalismo.

La risposta è il 5G. Secondo un articolo della CNBC sarebbe la nuova tecnologia che regolerà la futura generazione di connessioni nel mondo ad aver scatenato l’escalation tra Pechino e Washington. I rispettivi governi si sono infatti accorti che la prossima rivoluzione digitale avrà bisogno di benzina affidabile e il petrolio del nuovo corso è proprio la nuova generazione di connessione.

Il 5G è il petrolio del futuro

Per comprendere meglio questo concetto occorre immaginarsi il futuro aspetto delle città, il luogo ove si svolgono la maggior parte delle relazioni umane. Nelle smart cities del futuro, per esempio, la maggior parte delle automobili sarà del modello driverless, ovvero senza guidatore, e per muoversi correttamente avranno bisogno di un server potentissimo in grado di elaborare i miliardi di dati inviati. Ovviamente per fa funzionare questa tecnologia è necessario avere la migliore connessione possibile. Ecco che il 5G diventa fondamentale se si pensa alla costruzione dell’economia del futuro.

Era già stato scritto su gli Occhi della Guerra come questa competizione tra Cina e Stati Uniti verso il futuro digitale fosse in atto già da tempo e che Pechino fosse in netto vantaggio. La CNBC avrebbe confermato questa supremazia. Il primato cinese starebbe nella stretta programmazione statale rispetto agli investimenti delle poche grandi aziende che detengono il monopolio del mercato cinese delle nuove tecnologie. Un modello di controllo statale impossibile da attuare nella patria della libera iniziativa americana, ove semmai l’obiettivo degli imprenditori è di liberarsi dalle catene dell’apparato pubblico. Questa mancanza di comunità di intenti avrebbe però creato uno svantaggio nei confronti della Cina, il cui salto in termini di qualità dei prodotti, come il Huawei nella telefonia, è sotto gli occhi di tutti.

Europa fanalino di coda del progresso

I dazi di Trump, applicati a molti prodotti tecnologici cinesi, sono un tentativo degli Stati Uniti per riequilibrare il tavolo e provare a recuperare il gap con Pechino. La mossa dell’amministrazione americana non ha una motivazione protezionistica, bensì è il modo per dare agli Stati Uniti la possibilità di essere ancora una volta leader mondiale di un cambiamento storico. In questo scenario occorre sottolineare come l’Europa non compaia pressoché mai. In molte analisi di osservatori economici il Vecchio Continente è il fanalino di coda di questa corsa verso il futuro, complice le strette regole di bilancio europeo che impediscono di competere con gli investimenti fatti dagli Stati Uniti e dalla Cina.