“Gas naturale: l’energia di domani.” Questo il titolo del libro, edito da Innovative Publishing, di Gianni Bessi, esperto del settore energetico. Il volume ha registrato un diffuso consenso e ha contribuito a rilanciare il dibattito sulle future politiche industriali nazionali, indicando i possibili scenari su cui l’Italia si dovrà confrontare e proponendo alcune ipotesi di azione.

Bessi, partiamo dai possibili scenari geopolitici legati al settore energetico. Lei parla di una corsa all’oro azzurro. Cosa intende?

È un modo di chiamare il gas naturale. Il gas è una delle materie prime più importanti al mondo: stiamo assistendo a una corsa all’approvvigionamento di risorse energetiche – essendo aumentata in maniera drammatica la “fame” di energia – in cui il gas si sta ritagliando un ruolo preminente. Per capirne la portata basti pensare a quanto questo fenomeno stia incidendo sugli equilibri geopolitici mondiali, con le reti di gasdotti che sono una delle priorità delle strategie nazionali: dal North Stream al Turkstream e al Power of Siberia, per andare alle reti che collegano Giappone, Cina e India con la Russia e, infine, al Gnl americano.

Il gas come arma politica…

È così. Basti pensare proprio alla decisione degli Stati Uniti, dall’alto della loro potenza economica, di ricominciare a esportare gas naturale e petrolio grazie a una produzione garantita dalle nuove tecnologie non convenzionali come lo shale o il fracking. In questo modo stanno facendo saltare gli equilibri dei rifornimenti mondiali e, aggiungo, cercando di bilanciare la perdita di competitività mondiale nel settore manifatturiero, ormai a favore di Cina e India. È una scelta dell’amministrazione Trump che permette agli Usa di acquisire una posizione di primo piano nel mercato dell’energia e, in questo modo, di accrescere il valore delle esportazioni.

Chi sta risentendo maggiormente di questa nuova strategia americana?

La Russia. La potenza competitiva del colosso a stelle e strisce, che gli deriva dalla riduzione dei tempi di percorrenza delle gasiere verso l’Oriente grazie all’allargamento del canale di Panama. sta mettendo in difficoltà proprio il più grande produttore mondiale di gas naturale, che per rispondere deve cercare di stringere nuove alleanze e consolidare quelle storiche. Però non ha vita facile perché deve comunque fronteggiare importanti cambiamenti di scenario. Infatti, ha iniziato a trasportare il gas naturale via mare e non solo con le pipeline, alle quali comunque non ha rinunciato tanto che sta incrementando in modo significativo la rete di gasdotti.

Una vera e propria “guerra del gas”, quindi.

Una vera ‘guerra fredda’ del gas, mi si passi l’espressione. La concorrenza ormai si gioca a tutto campo e non è solo mia convinzione che il mercato del gas naturale cominci ad assomigliare a quello petrolifero, dove sono i prezzi e non la geolocalizzazione a determinare il valore delle transazioni. Questa partita vede in campo molti giocatori fra i quali la Cina, i cui piani energetici legati a questa fonte sono già stati decisi: da oggi al 2030 è previsto che la domanda di gas naturale raddoppierà e al fine di soddisfarla i Cinesi hanno firmato un accordo con la Russia per l’utilizzo della megapipeline Power of Siberia, che permette di trasferire fino a 61 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno. Ovviamente, questo fiume energetico non è sufficiente a coprire tutto il fabbisogno cinese ed è che qui entra in gioco lo shale gas statunitense. L’altro grande player orientale, l’India, ovviamente non sta a guardare: il gas naturale russo fa gola anche a lei e il governo si è mosso per aggiudicarsi una parte dei flussi di approvvigionamento.

In questo scenario rientra il recente dibattito sul Trans Adriatic Pipeline che è previsto passi dall’Italia, per essere precisi dalla Puglia. Al netto delle polemiche, qual è importanza della costruzione del metanodotto Tap?

Nell’ottica di una strategia energetica fondata sul mix gas naturale – rinnovabili, allora… il gas naturale ci serve. Sul commercio dell’energia si stanno decidendo i futuri equilibri internazionali tra i Paesi economicamente più avanzati e l’Italia non può permettersi di chiamarsi fuori. Siamo il quinto consumatore mondiale di gas naturale. Eppure ancora una volta, esitazioni e veti incrociati, magari nascosti dietro l’esigenza di aspettare un decreto taumaturgico o una legge quadro, ci stanno escludendo dal numero dei protagonisti della corsa all’oro azzurro. In Italia le resistenze, spesso corporative o politiche, sono più forti degli interessi generali. E creano danni all’economia di tutto il Paese: come ha sintetizzato molto bene il presidente di Omc Renzo Righini quando ha affermato che “non è giusto che poche centinaia di persone, conquistando le prime pagine dei giornali, possano fermare la costruzione del metanodotto Tap, che è una priorità strategica per l’approvvigionamento energetico dell’Ue mentre gli oltre 20mila operatori che si sono ritrovati all’Omc di Ravenna nell’aprile del 2017 per cercare la strategia migliore per assicurare la transizione energetica sembrano invisibili ai media”.

Quanta ricchezza è in grado di produrre e muovere il comparto energetico?

Molta. Come spiego nel libro Gas naturale l’energia del futuro, il settore energetico può essere, come è stato in passato, uno dei settori in grado di produrre ricchezza e, soprattutto, occupazione per il nostro Paese. Ma dobbiamo scegliere senza esitazioni una ‘via italiana al gas’, da realizzarsi puntando a un mix energetico, pulito e futuribile che ci permetterà di gestire la transizione in maniera efficiente e di produrre, appunto, ricchezza e benessere diffuso su molti territori del Paese. Ma se vogliamo essere fra i protagonisti ‘della rivoluzione del gas’ dobbiamo abbattere un ostacolo, cioè dobbiamo essere attori attivi e non quelli che sanno solo dire di no a tutto. Se i grandi player mondiali si stanno muovendo per garantirsi un approvvigionamento consistente di gas, noi dobbiamo essere lì a contendercelo. Abbiamo le competenze per farlo e, soprattutto, un’impresa tra le più grandi e le più tecnologicamente avanzate del mondo, l’Eni, che potrebbe giocare un ruolo chiave in questo scenario.

Un ruolo che i vertici di Eni hanno più volte confermato di volere giocare…

Come accennavo, Eni da tempo ha indicato che la propria mission è trasformarsi in una produttrice di energia derivata da due fonti pulite, il gas e le rinnovabili. Questo significa che deve essere messa nelle condizioni di potere lavorare anche nell’estrazione del gas nazionale, a meno che non vogliamo che operi solo all’estero portando benefici ad altri Paesi. Del resto i numeri confermano che l’Eni è una risorsa insostituibile, che produce ricchezza ma anche innovazione: nel quarto trimestre 2017 per quanto riguarda il gas naturale la produzione di Eni è stata di 159 milioni di metri cubi al giorno con una crescita di 12 milioni rispetto al corrispondente periodo del 2016. Eni inoltre continua a essere un player di primo piano soprattutto nell’upstream dove ha raggiunto il massimo storico della produzione a fronte di una contrazione degli investimenti, rispetto alla baseline 2014, del 40 %: i risultati esplorativi sono stati definiti eccellenti da Claudio Descalzi, e sono stati messi in produzione in tempi record i progetti più rilevanti, a cominciare dal megagiacimento egiziano di Zohr.

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Cosa può fare la politica perché Eni possa seguire la propria vocazione?

Il cane a sei zampe è la nostra bandierina nel Risiko mondiale dell’oil&gas, quella che ci permette di sederci al tavolo con i Paesi produttori e avere voce in capitolo. Per questo serve una strategia nazionale che metta Eni nelle condizioni di sfruttare il proprio enorme potenziale. L’amministratore delegato Claudio Descalzi in un’occasione ha affermato che l’obiettivo di Eni è coniugare solidità finanziaria e sostenibilità sociale e ambientale. È un impegno che saprebbe svolgere benissimo, ma serve che la politica lo sostenga. Il principale azionista di Eni è lo Stato italiano, che detiene il 30 per cento delle azioni, suddiviso fra Cassa depositi e prestiti e il Ministero dell’economia e delle finanze, il che significa non solo dividendi preziosi, ma anche che ogni scelta strategica avrebbe ricadute benefiche sull’economia italiana in generale e, in particolare, su quella dei territori coinvolti.

Lei nel suo libro sostiene una proposta molto forte, cioè che bisogna affidare alla Cdp la cabina di regia dell’energia made in Italy.

Non solo dell’energia, ma delle politiche industriali. L’idea è di approvare un piano di organizzazione di rete delle nostre eccellenze industriali come Eni, Saipem, Versalis, Enel, Leonardo, Syndial, ecc. fino alle grandi municipalizzate, che faccia capo a una cabina di regia super partes, operante a un livello superiore rispetto ai singoli Cda, dove Cdp giocherebbe un ruolo centrale. Non dimentichiamo che lo Stato ha identificato proprio la Cdp come lo strumento in grado di fornire le risorse economiche per sostenere le strategie di sviluppo. Ovviamente, la Cdp non deve diventare una nuova IRI, ma uno strumento operativo che sostenga le imprese che, per know how, sono in grado di essere competitive. Sostenere i nostri campioni nazionali non è una scelta di politica protezionistica: molti Paesi che competono sul libero mercato, scelgono politiche che favoriscono, quando possono e all’interno delle leggi della libera concorrenza, le proprie aziende e le proprie le filiere. Mi aspetterei che la cabina di regia di cui parlo scegliesse una via italiana per rafforzare la filiera del settore energetico in modo di garantire il massimo dell’efficienza di prodotto e di processo. Senza contare che la spinta a far sistema sotto gli auspici di una cabina di regia e di una moral suasion dello Stato rafforzerebbe il sistema Italia all’estero.

Per una via italiana all’energia sottolinea l’importanza di sfruttare l’enorme ricchezza di gas naturale ancora da estrarre nel mare Adriatico…

In Adriatico sono presenti giacimenti notevoli di gas naturale. Se è vero, come io credo, che sia giunto il momento di rivedere il paradigma dello sviluppo energetico italiano puntando sul mix di gas naturale e rinnovabili, dobbiamo sfruttare anche le risorse a ‘km zero’. Jacopo Giliberto, in un articolo sul Sole 24 ore ha scritto che in Adriatico potrebbe esserci un tesoro di metano, forse una quantità pari ai 100mila ‘barili equivalenti di petrolio’ al giorno di cui parla Eni nei suoi piani di investimento, pari a 2 miliardi, per ammodernare le decine di piattaforme che ora estraggono 53mila barili di gas al giorno. La presenza di così tanto gas in Adriatico è un dato da verificare ed Eni ha gli strumenti per farlo: mi riferisco al supercalcolatore Hpc4, il più grande centro di calcolo italiano del settore industriale, la stessa ‘macchina’ che ha trovato il giacimento di Zohr in Egitto. Bene, se Eni potesse sfruttare i giacimenti adriatici, sarebbe possibile ridurre un poco quella dipendenza dal gas di importazione che ora è un elemento di debolezza del nostro sistema energetico. Dalle informazioni in mio possesso e che riporto nel libro le risorse di gas naturale a km Zero made in Italy sono anche di più. E visto che si parla tanto di sovranismo o nazionalismo, se si vuole metterlo in pratica dovremmo aiutare Eni e tutta la filiera dell’impiantistica, delle manutenzione, del manifatturiero a lavorare a casa nostra e non solo all’estero.

Nel suo libro è contenuta un’altra tesi forte: propone di usare risorse attualmente destinate ad altri scopi, come il sostegno alle rinnovabili, o le royalty delle estrazioni per finanziare le carriere scolastiche dei nostri giovani. L’ha chiamata brain tax.

Giocando con le molte definizioni in inglese che vengono utilizzate comunemente, come tobin tax o carbon tax. Ma credo che renda bene l’idea. Sarebbe un utilizzo delle tasse per sostenere i nostri cervelli, per formarli e poi dare una prospettiva di lavoro anche in Italia, non solo all’estero. Per usare una banalità, comunque vera, il futuro va costruito nel presente: dobbiamo essere in grado di sostenere anche economicamente, come fanno molti Paesi europei, il percorso scolastico dei nostri giovani. Investire sui giovani, sulla loro intelligenza, è investire sul futuro di tutta l’Italia.

Un’ultima curiosità, il suo libro, una cosa strana, non è in vendita ma è stato comunque presentato in tutta Italia. E il tour, mi si passi il termine, non è ancora concluso. Che tipo di reazione ha suscitato una pubblicazione che, meglio ricordarlo, non è tecnica ma politica, cioè spiega perché il gas naturale è strategico, non le procedure per estrarlo o trasportarlo?

Guardi, le anticipo una notizia che mi rende orgoglioso: l’editore Innovative Publishing ha già in programma una seconda edizione. E recentemente il libro è stato lo spunto per organizzare un incontro proprio nella mia città, a Ravenna, nello stesso giorno della manifestazione per il S’ alla Tav di Torino: ci siamo ritrovati a parlare di energia in un teatro pieno di lavoratori del mondo dell’oil&gas e della logistica portuale. Le sinergie e le interazioni tra questi due ‘mondi’ vedono migliaia di persone lavorare insieme: dai nostri porti, con destinazione estero, partono gli impianti di altissima tecnologia che servono all’industria energetica mondiale. Tra gli ospiti, cosa che mi ha inorgoglito, c’era il presidente di Assomineraria Luigi Ciarrocchi, il giornalista de Il Foglio Alberto Brambilla e Giulio Sapelli, che ha scritto la prefazione al libro. E, mi conceda un commento, le analisi del professore sono sempre stimolanti.

Lo immagino: ne può condividere una?

La sfida per costruire il sistema energetico del futuro è appena incominciata e va accettata sapendo che è un passo inevitabile per garantire un futuro non solo del nostro Paese, ma dell’Europa e del mondo. Serve cultura, tecnologia, competenze, organizzazioni complesse e tanto altro. E per arrivarci non ci sono scorciatoie.