Alcune immagini ripubblicate su Twitter il mese scorso da China Daily, il media di Stato cinese, di un servizio sui laboratori batteriologici di Wuhan datato maggio del 2018, hanno fatto in brevissimo tempo il giro del mondo.

Nel post, successivamente cancellato, si può leggere: “Diamo uno sguardo alla più grande banca di virus dell’Asia! L’istituto di virologia di Wuhan, nella provincia centrale di Hubei, conserva più di 1500 differenti specie virali”. Fin qui non ci sarebbe nulla di particolarmente sensazionale, se non fosse che nelle tre immagini si può vedere un addetto dell’istituto scientifico, probabilmente un ricercatore, prelevare da un congelatore di stoccaggio dei campioni indossando protezioni che sono apparse inadeguate.

La notizia, riportata originariamente dal Daily Mail, è stata ripresa da diversi quotidiani scatenando una ridda di polemiche sulle condizioni di sicurezza dei laboratori batteriologici cinesi, anche a fronte dei recenti sospetti sollevati da un articolo del Washington Post che solleva l’ipotesi che il virus Sars-CoV-2 responsabile della pandemia in atto possa essere stato liberato nell’ambiente proprio a causa della carenza di adeguate misure di contenimento nel complesso di ricerca di Wuhan.

Se le fotografie del ricercatore indossante semplicemente una mascherina chirurgica e un paio di guanti di lattice sembrano dare ragione a questa tesi, anche in considerazione dell’eliminazione del post che non fa altro che alimentare i sospetti, è bene, prima di puntare il dito, cercare di capire quale sia l’effettivo livello di biosicurezza – quello che viene chiamato in gergo Bsl – dei laboratori cinesi che studiano i patogeni più pericolosi.

A questo proposito dobbiamo chiarire in cosa consista il protocollo Bsl ed in questo ci viene in aiuto la certificazione adottata internazionalmente dell’Oms.

Il primo livello, Bsl-1, prevede un tipo di laboratorio per l’insegnamento e la ricerca di base dove non occorrono particolari attrezzature di protezione ma viene richiesta solo una buona pratica di laboratorio agli addetti. Il secondo livello, Bsl-2, riguarda i laboratori di ricerca e diagnostica di base dove è sufficiente avere un banco di lavoro più cappe di sicurezza per le procedure che producono aerosol, e qui sono indispensabili i Dpi (Dispositivi di Protezione Individuale) ovvero mascherine, guanti, camice e occhiali protettivi. Il terzo livello, Bsl-3, riguarda le attività di ricerca e diagnostica specialistica dei patogeni ed occorrono cappe di sicurezza per tutte le procedure: in questo caso oltre alle misure del livello 2 occorrono Dpi speciali, accesso controllato ai laboratori e ventilazione senza ricircolo. L’ultimo livello, il Bsl-4, riguarda la ricerca e lo studio di patogeni pericolosi e pertanto sono necessari diversi accorgimenti come tute pressurizzate con cappe di classe II oppure cappe di sicurezza di classe III (chiamate “glove box”) più autoclave passante e sistema di ventilazione con filtri assoluti: a questo livello il personale è tenuto ad adottare tutte le precauzioni del livello precedente più effettuare una doccia di decontaminazione e adottare un adeguato sistema di smaltimento dei rifiuti.

Per chiarire ulteriormente è bene precisare che è stata stilata anche una classificazione dei patogeni in modo tale da adottare le precedenti misure di sicurezza nel loro trattamento. Sempre l’Oms ha diviso la loro pericolosità in altrettanti livelli, corrispondenti grossomodo a quelli Bsl, che vanno da Rg1 (Risk Group 1) rappresentato da quei patogeni che non hanno praticamente rischio per l’individuo e la comunità, sino a Rg4, per quelli che sono soliti causare serie infezioni nell’uomo o negli animali e che sono in grado di trasmettersi direttamente o indirettamente da un individuo a un altro.

Sars-CoV-2, così come i virus che hanno scatenato la Mers e la Sars del 2003, sono tutti classificati come Rg3, ovvero come “patogeni che solitamente causano serie malattie nell’uomo o negli animali ma non si diffondono in modo sistematico da un individuo a un altro e per i quali sono disponibili misure di prevenzione e trattamenti efficaci”.

Vediamo ora quali sono i laboratori cinesi per ricerche batteriologiche su agenti patogeni pericolosi e quali livelli di sicurezza adottano.

Il Chinese Centere for Disease Control and Prevention di Pechino (China Cdc) è una struttura nata nel 2002 che rappresenta quella più grande dotata di protocolli di biosicurezza di livello 3, ma che negli ultimi anni, così come si legge in un rapporto dell’Oms del 2017, si sta attrezzando per operare con sistemi Bsl-4, sebbene ad oggi non si sappia se siano già operativi o meno.

Il National High Containment Facilities for Anumal Diseases Control and Prevention di Harbin, nell’istituto di ricerca veterinaria, è certificato per operare sino al livello 3 ma a quanto sembra il governo cinese, in considerazione dell’epidemia di Sars del 2003, ha ultimato la costruzione, nel 2016, di strutture tipo Bsl-4 per lo studio delle infezioni animali, che ne farebbero l’unico centro di ricerca in grado di studiare virus animali che necessitano di tali sistemi di sicurezza. Nello stesso anno l’istituto ha così ottenuto la certificazione per poter lavorare con patogeni Rg3, e nel 2018 sembra aver ottenuto la certificazione per poter operare con quelli Rg4.

Il National High-Level Biosafety Laboratory di Wuhan, anch’esso frutto degli investimenti post Sars (pari a circa 44 milioni di dollari), è forse il più grande istituto della Cina per lo studio delle infezioni. Aperto nel 2018 è il risultato di una collaborazione franco-cinese cominciata nel 2004 e conclusasi nel 2016 con la certificazione Iso (Iternational Organization for Standardization). Anch’esso opera sino al livello di biosicurezza 4 e, nelle intenzioni originarie di Pechino, doveva essere una “piattaforma pubblica trasparente”.

Leggiamo, come riferito dal China Cdc, che nel laboratorio di Wuhan, ospitato all’interno del comprensorio dell’Accademia delle Scienze, tutti i protocolli di sicurezza per l’attività Bsl-4 vengono rispettati.Tutti i ricercatori devono cambiarsi dopo essere entrati negli edifici e sottoporsi a doccia decontaminante prima di uscirne, all’interno, se vengono maneggiati patogeni ad alto rischio, vengono regolarmente indossate tute pressurizzate e gli stessi laboratori di ricerca Bsl-4 sono situati in un’ala separata del centro di ricerca per essere indipendenti dal punto di vista dei sistemi di ventilazione, che sono dotati di sistemi di filtraggio.

Attualmente il centro di ricerca di Wuhan sembra l’unico in grado di lavorare con patogeni pericolosi. Ma occorre specificare che esistono protocolli di biosicurezza diversi a seconda della tipologia di operazioni che si effettuano sul medesimo agente patogeno.

Per quanto riguarda Sars-CoV-2, ad esempio, il Center for Disease Control statunitense ha stabilito che per maneggiare campioni infetti di sangue e urina o secrezioni respiratorie siano sufficienti le misure standard del Bsl-2, così come per l’osservazione dell’Rna virale. Le attività che invece vedono il trattamento di alte concentrazioni di virus attivo (ad esempio per studi di propagazione o per l’isolamento), oppure con grandi volumi di campioni infetti, necessitano di misure di tipo Bsl-3, questo perché, come noto, la possibilità di infezione è strettamente correlata alla carica virale.

Questo approccio “scalare”, mutuato da quello già messo in pratica per lo studio di Sars-CoV, il virus della prima epidemia di Sars, è quello che viene messo in pratica per lo studio di qualsiasi agente patogeno, ed ora, con il virus diffuso a livello pandemico, c’è chi sta pensando di abbassare il livello di biosicurezza per poter facilitare e accelerare i tempi della ricerca. La proposta nasce dalla considerazione che il rischio di contrarre il virus sia maggiore andando a fare la spesa e pertanto ora sarebbe controproducente, a fronte della maggiore diffusione dei centri di ricerca certificati Bsl-2, continuare a trattare il virus esclusivamente in laboratori Bsl-3 o superiori.

Tornando alla questione della sicurezza dei laboratori cinesi, anzi dell’istituto di Wuhan, non abbiamo modo di sapere se gli standard di sicurezza siano stati davvero rispettati dal 2018 ad oggi: la collaborazione francese è terminata da prima che cominciasse l’attività di ricerca, e sebbene Parigi oggi affermi che non ci sia prova che Sars-CoV-2 sia fuoriuscito dal laboratorio della provincia di Hubei, il sospetto che tale affermazione sia in un certo modo “di parte”, vista la storia del National High-Level Biosafety Laboratory che lega la Francia alla Cina, resta. Anche in considerazione del fatto che dal febbraio del 2017, quando se ne parla in un articolo di Nature, ad oggi non risulta che nessun ispettore o altro esperto “occidentale” ci abbia più rimesso piede: alla faccia della trasparenza.

Non sappiamo quindi se le tute a pressione siano sempre state utilizzate a dovere oppure se siano rimaste appese ai ganci da quell’unica occasione in cui la stampa occidentale è riuscita a sbirciare nei laboratori di Wuhan, come non sappiamo se, anche se si fossero prese tutte le precauzioni del caso, sia capitato un incidente che ha provocato la diffusione del virus, magari andando a contaminare un ricercatore o addirittura se ci sia stato un caso di cattivo smaltimento dei rifiuti infetti. Gli incidenti, del resto, capitano. E proprio in Cina sono già capitati: nel 2004 la Sars era sfuggita da un laboratorio di Pechino perché due ricercatori, nonostante nei laboratori fossero state prese tutte le idonee norme di sicurezza, sono rimasti contagiati perché non le avevano rispettate. Un errore, anzi, una mancanza che causò il ridiffondersi dell’infezione che fortunatamente fu rapidamente circoscritta.

Non è possibile pertanto sollevare accuse supportate da prove inconfutabili, ma l’atteggiamento cinese lascia spazio a diverse interpretazioni che, in considerazione di quanto sin qui ricostruito, aprono diversi interrogativi sulla diffusione del virus. E che vanno oltre la spiegazione ufficiale fornita da Pechino, quella del “mercato del pesce”. Vista anche l’attuale situazione epidemica su scala globale, è logico che il politburo cinese abbia deciso per la spiegazione naturale, invece di fare un’eventuale assunzione di responsabilità che avrebbe significato minare la propria credibilità ed esporsi al biasimo, e forse a condanne di altro tipo, della comunità internazionale.