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La “bomba” arriva dal solito Luke Harding – insieme Julian Borger and Dan Sabbagh – e dalle colonne del prestigioso Guardian: secondo alcuni documenti esclusivi pubblicati dalla testata britannica, il presidente russo Vladimir Putin avrebbe autorizzato personalmente un’operazione di spionaggio segreta per sostenere un Donald Trump “mentalmente instabile” alle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 durante una sessione riservata del Consiglio di sicurezza nazionale della Federazione russa. L’incontro chiave si sarebbe svolto il 22 gennaio 2016, alla presenza del presidente russo e dei suoi capi dell’intelligence oltre che di alcuni ministri. I vertici della Federazione russa avrebbero concordato sul fatto che l’ingresso di Trump alla Casa Bianca avrebbe aiutato a raggiungere gli obiettivi strategici di Mosca, tra cui il “tumulto sociale” negli Stati Uniti e un indebolimento della posizione negoziale del presidente americano.

Alle tre agenzie di spionaggio russe sarebbe stato ordinato di trovare modi pratici per sostenere Trump, in un atto che sembra portare la firma di Putin. Il Guardian osserva che le agenzie di intelligence occidentali sarebbero a conoscenza dei documenti da alcuni mesi e li avrebbero fatti esaminare con attenzione e spiega di aver mostrato i documenti a esperti indipendenti i quali ritengono che si tratti di materiale autentico. “È assolutamente necessario usare tutta la forza possibile per facilitare la sua [di Trump] elezione alla carica di presidente degli Stati Uniti”, afferma il documento diffuso dalla testata britannica. Secondo il Cremlino, Donald Trump sarebbe un “individuo impulsivo, mentalmente instabile e squilibrato che soffre di un complesso di inferiorità”.

Documenti autentici?

Il portavoce di Putin ha criticato lo scoop del Guardian. “Questa è finzione totale”, ha osservato Dmitry Peskov. “A rigor di termini, è una totale assurdità. Naturalmente, questo è il segno distintivo di una pubblicazione di qualità assolutamente bassa. O il giornale sta cercando di aumentare in qualche modo la sua popolarità o si attiene a una linea rabbiosamente russofoba”. Russia Today accusa inoltre Luke Harding di aver pubblicato in passato falsi scoop, come quello relativo un presunto incontro a Londra fra Julian Assange e e il lobbista americano Paul Manafort che, in realtà, non si è mai verificato.

Veniamo poi al merito dei documenti pubblicati dal Guardian. Premessa: difficile se non impossibile stabilire con assoluta certezza se si tratti di materiale autentico o meno. Detto questo, alcuni esperti esprimono dei dubbi. Secondo il giornalista moscovita e madrelingua Ivan Tkachev il testo pubblicato dalla testata inglese sarebbe molto sospetto per alcuni errori di sintassi e grammatica contenuti in esso. “Ho contato 4 errori linguistici e un paio di casi dubbi sull’uso delle parole” osserva su Twitter. “Quindi, con un notevole grado di sicurezza, posso presumere che si tratti di un testo tradotto da Google da una lingua straniera al russo o di un testo composto con l’aiuto di un russo non istruito, o entrambe le cose. Sarebbe interessante osservare altri documenti originali”. Secondo altri utenti, invece, si tratterebbe di un tipico “documento burocratico russo”, ma anche qui le certezze scarseggiano.

Le agenzie d’intelligence non hanno aiutato Trump

Va sottolineato che se anche la documentazione resa nota dal Guardian fosse autentica, non ci sono prove che le agenzie di intelligence russe – come ordinato da Putin – abbiano poi effettivamente dato una mano a Donald Trump a sconfiggere Hillary Clinton nel 2016. Facciamo un passo indietro e a quanto già evidenziato in più occasione da InsideOver in merito al dossier Russiagate. Come sottolineato da Aaron Maté su The Nation, nel rapporto redatto dall’ex procuratore speciale Robert Mueller, il governo russo avrebbe “interferito nelle elezioni presidenziali del 2016 in modo radicale e sistematico”. Alcuni paragrafi dopo, Mueller spiega che l’interferenza russa si è verificata “principalmente attraverso due operazioni”.

La prima di queste le operazioni consisteva in “una campagna sui social media che favoriva il candidato alla presidenza Donald J. Trump e denigrava il candidato alla presidenza Hillary Clinton”, condotto da una fabbrica di troll russi conosciuta come Internet Research Agency (Ira). Eppure la squadra di Mueller è stata costretta ad ammettere in tribunale che questa era una falsa insinuazione: un giudice federale ha infatti rimproverato l’ex procuratore e il dipartimento di Giustizia per aver “suggerito erroneamente un collegamento” tra l’Ira e il Cremlino. Il giudice distrettuale americano Dabney Friedrich ha osservato che l’accusa di Mueller del febbraio 2018  “non collega l’Ira al governo russo” e sostiene che si tratta di un’iniziativa privata “condotta da privati”. Non solo, dunque, non c’è stata alcuna “collusione” fra Donald Trump e la Russia, come stabilito dallo stesso Mueller, ma un giudice americano smentisce anche vi sia un collegamento fra la citatissima Internet Research Agency (Ira) e il governo di Vladimir Putin. Come se non bastasse, la maggior parte dei contenuti dei social media russi non aveva nulla a che fare con le elezioni (solo il 7% dei post su Facebook dell’Ira menzionava Trump o Clinton). Se non con le fake news sul web, allora il Cremlino si è servito dell’enigmatico professor Joseph Mifsud per aiutare Donald Trump? Come già approfondito da InsideOver, il docente scomparso nulla aveva legami molto più stretti con l’intelligence occidentale – in particolare con i servizi inglesi – che non con il Cremlino. Benché, infatti, l’ex direttore dell’Fbi James Comey abbia definito Mifsud “un agente russo”, nemmeno il Procuratore speciale Mueller si è mai azzardato a definirlo tale.

Trump duro con la Russia. Più di Biden

Veniamo infine alla prova dei fatti: durante la sua presidenza Donald Trump non ha fatto assolutamente nulla per avvantaggiare il Cremlino. Anzi. Trump ha portato avanti una politica estera spesso aggressiva nei confronti della Federazione Russa – che certamente non ha fatto piacere a Putin, come la decisione di ritirare gli Usa dal trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), siglato a Washington l’8 dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbacev, a seguito del vertice di Reykjavík. Sotto Trump, il Congresso ha inoltre approvato una legge che autorizza 250 milioni di dollari di assistenza militare, comprese armi letali, all’Ucraina. Il Congresso aveva votato per due volte il sostegno militare a Kiev durante gli ultimi anni dell’amministrazione di Obama, ma la Casa Bianca ne aveva bloccato l’attuazione. L’amministrazione Trump lo ha invece approvato. Durante l’amministrazione dell’ex presidente Trump, il gasdotto Nord Stream 2 è stato uno dei principali punti di conflitto con Mosca e Berlino: Washington aveva previsto di introdurre misure contro tutte le società europee che collaborano con la Russia alla costruzione del Nord Stream 2: il Presidente Usa Joe Biden, al contrario, ha deciso di risparmiare dalle sanzioni la Nord Stream Ag, la principale azienda impegnata nella costruzione del gasdotto.