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La rivoluzione nel campo degli idrocarburi ha un nome: risorse non convenzionali. Queste sono quelle riserve di gas e olio che possono essere estratte solamente con particolari accorgimenti tecnici a causa della natura dei sedimenti in cui sono conservate. Gas e oil shales, oil sands, tight gas e oil sands. Sono i nomi geologici di queste risorse che sono piombate sul mercato da più di un decennio a causa del lievitare dei prezzi del greggio a cui abbiamo assistito qualche tempo fa. Con il prezzo del barile a 140 dollari, infatti, queste riserve non convenzionali sono diventate economicamente sfruttabili e redditizie: il costo di produzione per barile equivalente di petrolio di oil shale ammonta, al momento della produzione, a circa 60 dollari, molto al di sopra di quello estratto convenzionalmente.

Le tecniche di estrazione di queste risorse sono infatti molto complesse e costose: non solo viene utilizzato il “fracking” per estrarre gas dalle arenarie e argille a gas (i gas shales) e a petrolio, bensì esistono altre tecniche impiegate a seconda della tipologia di sedimento impregnato dall’idrocarburo. Per estrarre olio dagli scisti bituminosi (o oil shales) si utilizza un particolare processo chiamato “retorting” ovvero il riscaldamento del sedimento ad alta temperatura per “spremere” l’olio dalla roccia. Questo processo può essere effettuato in situ, tramite l’uso di pozzi, oppure dopo cavatura. 

Perché queste risorse sono importanti? 

A livello globale il massiccio sfruttamento delle risorse non convenzionali da parte degli Stati Uniti, cominciato sotto l’amministrazione Obama, ha permesso a Washington di avere non solo la piena autosufficienza ma anche di inondare il mercato di gas proveniente dalle enormi riserve di questo tipo che possiede. Questo è avvenuto in una particolare congiuntura economica in cui il prezzo degli idrocarburi era particolarmente alto e quindi risultava essere concorrenziale rispetto al gas prodotto tradizionalmente creando quindi apprensione in quel di Mosca, la cui economia è fortemente legata alla produzione e vendita di idrocarburi. Poi c’è stata la crisi ucraina e le sanzioni, che hanno posto la Russia nella condizione di dover cercare di aggirare lo scoglio rappresentato da Kiev per rifornire quello che è il suo maggior cliente di gas: l’Europa. Secondo i dati di Gazprom, la Russia provvede per più di un terzo del fabbisogno di gas europeo corrispondente ad un controvalore di circa 37 miliardi di dollari l’anno. E le cifre sono in costante aumento.

Sebbene all’inizio della crisi la produzione (e l’esportazione) di gas subirono un crollo, Mosca si mosse immediatamente per ovviare a questa falla: il progetto South Stream (poi naufragato sotto pressioni americane verso i partner occidentali) è solo uno dei tanti che la Russia ha messo in campo in breve tempo per aggirare l’Ucraina nella fornitura di gas all’Europa. Entro il 2019 sarà pronto, infatti, il Nord Stream 2, ovvero il raddoppio della pipeline che collega i terminal russi nel Baltico sino a Greifswald, in Germania, lungo un percorso di 1200 km. Il nuovo gasdotto avrà una portata annua di 55 miliardi di metri cubi di gas e complessivamente, insieme a Nord Stream, assommerà a 110 miliardi di metri cubi.

Il gasdotto Yamal, che attraversa la Bielorussia e raggiunge la Germania attraverso la Polonia, è il secondo per importanza ed è capace di portare 33 miliardi di metri cubi l’anno. Il Blue Stream, che raggiunge la Turchia attraversando un tratto di Mar Nero, è al momento il terzo con 16 miliardi di metri cubi.

Attualmente sono in costruzione altre due linee che andranno a colmare il vuoto lasciato dalle linee ucraine: di queste la più importante è sicuramente il Turkish Stream che attraverserà tutto il Mar Nero dai terminal russi di “Russkaya” non lontano dalla città di Novorossijsk sino alla Turchia europea, per poi ricollegarsi alle linee meridionali europee tra cui l’erigenda TAP (Trans Adriatic Pipeline). Questo gasdotto avrà una portata complessiva di 64 miliardi di metri cubi l’anno e da solo – ma sommato alle altre linee già citate – permetterà di raggiungere e superare l’attuale quota di gas diretta verso l’Europa che passa dall’Ucraina che ammonta a 142 miliardi di metri cubi. Nel conteggio finale andrebbero sommati anche i 15 miliardi di metri cubi che passeranno dal raddoppio della linea Yamal facendo arrivare il totale del gas esportato verso i Paesi europei a 182 miliardi di metri cubi l’anno. 

Volumi in netto aumento rispetto al passato: nel 2013 ammontavano a 162,7 miliardi di metri cubi divisi su 4 linee compresa quella ucraina che pesava per più del 50% con 83 miliardi di metri cubi. La produzione di gas russa infatti procede a passo spedito. Secondo i dati pubblicati dal Governo russo all’inizio di gennaio è aumentata del 7,9% frantumando il precedente record del 2011 assestandosi a 690,5 miliardi di metri cubi

Ma non è solo guerra di gasdotti. La Russia sta implementando la propria capacità di esportazione di LNG (Liquefied Natural Gas). Dal Baltico al Pacifico Mosca sta lavorando alacremente per dotarsi di nuove infrastrutture per il trasporto via mare di questa risorsa naturale che andrà a coprire non solo il mercato europeo ma anche quello cinese ed estremo orientale: lo scorso 25 gennaio sono stati stretti accordi tra Alexsej Miller, presidente del Gazprom Management Commitee, e Seung-Il Cheong, presidente e amministratore delegato di Kogas, la compagnia pubblica sudcoreana di gas naturale. L’accordo riguarda la fornitura di LNG a Seul tramite il progetto Sakahlin II ed è solo l’ultimo di una partnership che dura sin dal 2005.

E’ essenziale per Mosca, infatti, tamponare l’invasione del gas di scisto americano commercializzato via LNG – la prima nave gasiera proveniente dagli Usa ha attraccato a Livorno a dicembre del 2016 – e contemporaneamente arginare la crescente produzione di questa risorsa da parte dei Paesi del Golfo (in primis il Qatar). Il mercato europeo resterà quindi ancora l’obiettivo principale per la Russia, anche in considerazione dei volumi esportati via pipeline. Questi in dettaglio offrono una chiave di lettura interessante che dovrebbe essere considerata dalla politica quando si tratta di trattare con Mosca: la maggior parte del gas russo – transitante via Ucraina – è diretta verso Austria, Italia, Ungheria, Slovenia e Croazia, sebbene il volume sia diminuito passando dai 41,2 miliardi di metri cubi del 2013 ai 31,4 dell’anno successivo, grazie all’implementazione delle altre linee che aggirano Kiev. Risulta quindi vitale per la Russia e per l’Europa che la collaborazione nel campo del settore energetico continui e sia più forte di prima stante il bisogno europeo di gas ed il bisogno russo di vendere la propria risorsa, una delle principali fonti di ricchezza dell’economia del Paese.