Il 28 dicembre i ministri della difesa di Siria e Turchia si sono incontrati a Mosca per discutere di una possibile normalizzazione diplomatica tra i due Paesi. Da quando la guerra in Siria è scoppiata nel 2011, Ankara e Damasco hanno interrotto i loro rapporti diplomatici. L’incontro ha avuto quindi un’importanza storica senza precedenti e Putin ha così l’occasione di ergersi a ruolo di mediatore di pace. La sua mossa può essere una strategia per avvicinarsi ad Ankara nel clima belligerante della guerra in Ucraina che li vede contrapposti ma comunque necessari l’uno verso l’altro.

Gli obiettivi di Erdogan e Assad

“Ho parlato con Putin e vogliamo avviare un’iniziativa tripartita turca, russa e siriana. Per questo abbiamo iniziato a valutare una serie di incontri. Faremo incontrare i nostri ministri degli esteri e successivamente ci incontreremo come leader”. Queste le parole di Erdogan sul colloquio avuto con Putin a dicembre e presentate il 5 gennaio davanti ai membri del suo partito. È dall’estate scorsa che il sultano dà segnali di apertura a favore di una normalizzazione diplomatica con Damasco invocando “nuovi passi” – come lui stesso li ha definiti – diplomatici. In attesa di ciò è stato ritenuto opportuno un secondo incontro tra i ministri della difesa dei due Paesi per la necessità di continui aggiustamenti e spiegazioni sul fronte militare.

Erdogan e Putin. Foto: ANSA/ALEXEI DRUGINYN / RIA NOVOSTI / KREMLIN POOL.

Ankara ha schierate le sue truppe nel nord-est siriano dal 2016 segnando il più grande dispiegamento turco dalla caduta dell’Impero ottomano e per Assad la presenza turca è una vera e propria occupazione, termine che viene continuamente rigettato da Erdogan che parla di difesa del territorio nazionale contro l’apparato militare curdo siriano (Ypg) chiaramente legato al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato dal sultano un’organizzazione terroristica. Comprensibilmente le due parti non sono riuscite a raggiungere un accordo con un solo incontro e si pensa che prima che accada ci vorranno degli anni e il risultato non sia così scontato. Entrambe però hanno obiettivi ben precisi in un nuovo contesto mondiale che richiede alleanze strategiche.

Erdogan è entrato in una fase di vulnerabilità in cui è obbligato a rimescolare le carte in gioco. La crisi economica imperversa da inizio 2022 e il risentimento nei suoi confronti cresce anche tra i 3,6 milioni di rifugiati siriani. Con lo scoppio della guerra in Ucraina, la Turchia è diventato un importante giocatore nella scacchiera internazionale, condannando l’aggressione russa e schierandosi con la Nato. Il suo vero obiettivo però è quello di ricucire le relazioni con Paesi che lui stesso ha danneggiato e si tratta di Egitto, Israele, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Ristabilire i rapporti con questi Paesi vorrebbe dire attrarre nuovi capitali e moneta pregiata di cui il tessuto finanziario di Ankara ha un disperato bisogno. Avvicinarsi nuovamente a Damasco invece significherebbe poter lavorare congiuntamente con Assad per indebolire le Forze democratiche siriane (Fds), branca locale del Pkk. Non a caso nell’incontro con Putin, questo tema è stato affrontato ed Erdogan si è detto pronto a partecipare a operazioni coordinate con Damasco per colpire le forse delle Fds.

Anche Damasco condivide l’intento della Turchia di impedire alle forze Fds e Ypg di portare a termine il loro progetto politico nel nord-est siriano. Inoltre Assad ha tutto l’intento di voler affermare il suo status quo e di riprendere le relazioni diplomatiche con un possibile partner quale la Turchia, fondamentale per contrastare i suoi nemici nel nord del Paese.

E Putin?

C’è molto simbolismo nel ruolo ricoperto da Putin in tutta questa vicenda. Protagonista dei colloqui di Astana – i negoziati di pace sulla Siria che sei sono svolti a novembre 2022 in Kazakistan tra le delegazioni di Iran, Russia e Turchia – il messaggio che vuole lanciare al mondo è chiaro: nonostante l’impegno preso in Ucraina, resta indispensabile e protagonista in Medio Oriente.

Stabilizzare la Siria significherebbe frenare l’influenza occidentale nell’area e concentrarsi sull’Ucraina senza troppe distrazioni. La Russia è entrata in guerra al fianco di Damasco nel 2015, consolidando definitivamente i suoi rapporti con Assad, ma è a Erdogan che adesso punta, o meglio, sul gruppo di Astana che sembra prendere le sembianze di un nuovo equilibrio regionale e non solo.

Belligerante da un lato, paciere dall’altro. Putin sta portando avanti una sua duplice strategia che consisterebbe nell’attaccare da una parte, alle porte dell’Europa e dell’intero Occidente, e da un’altra consolidare un nuovo ordine del quale vuole diventare protagonista imprescindibile.