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In Siria si continua a combattere. La guerra generale su tutti i fronti ha lasciato il posto ad una di profilo minore, risaltata dai media solo nelle aree ritenute di maggior interesse per l’opinione pubblica occidentale.

Com’è facile intendere, sono due i quadranti dove si concentra quel poco di attenzione mediatica che la Siria riesce ancora a strappare: la regione del Ghouta, a ridosso di Damasco; il distretto di Afrin, nel nord del Paese.

In entrambi i casi ciò che avverrà nelle prossime settimane, sarà contrario a quanto auspicato dai promotori della guerra civile siriana.

L’esercito siriano riprenderà il controllo delle aree a est di Damasco e come sostiene il giornale arabo Almasdar, eliminerà dai territori intorno alla capitale gli islamisti salafiti sostenuti dall’Arabia Saudita.

Le truppe di Erdogan e i loro alleati d’altro canto, continueranno a neutralizzare la presenza curda nei distretti a nord di Aleppo, minacciando il ritorno della regione sotto la storica influenza di Ankara ma soprattutto esacerbando ulteriormente i rapporti già compromessi fra Turchia e Stati Uniti.

L’informazione in guerra s’intreccia con la propaganda, si sa. È molto difficile distinguere e dare il giusto peso a quanto si rileva dai fronti. Che le cose siano andate male per Washington e per gli alleati che avevano sostenuto la cosiddetta “primavera siriana” è però un dato di fatto, ormai universalmente riconosciuto.

Certamente la Siria non tornerà come quella antecedente al 2011. Intere aree del Paese, benché poco rilevanti dal punto di vista demografico ed economico, rimarranno controllate da forze ostili a Damasco. In sostanza parliamo di quattro grandi settori:

l’area a est dell’Eufrate, in mano a miliziani arabo-curdi appoggiate dagli USA;l’area di Daraa a ridosso del Golan, controllata da ribelli e dalla longa manus di Israele;il distretto di Idlib a nord, ricettacolo di islamisti di varia origine espulsi dalle altre regioni del Paese in base ad accordi di resa col governo;l’area a nord di Aleppo, dove la Turchia incassa gli interessi di una esposizione molto rischiosa nella crisi siriana (vedi altro articolo turchia), ma alla fine vincente.

Quel che vale però, è che il grosso della Siria è rimasto compatto e sotto il controllo dell’ex morituro governo di Assad. Benché lungi dall’essere normalizzata, pacificata e soprattutto ricostruita, il Paese arabo ricomincia ad essere riconoscibile come entità statuale a cospetto di conclamati obiettivi di disgregazione.

L’intangibilità dell’unità siriana sotto il profilo innanzitutto giuridico (uno Stato, un governo, un territorio) è stato un punto fisso della strategia Putin, fin dal primo momento in cui la Russia ha deciso di essere coinvolta direttamente nella guerra.

Sugli esiti della guerra conseguenti all’intervento russo, si è parlato a lungo su queste pagine. Altrettanto si è detto sulle motivazioni strategiche che hanno spinto Mosca a intraprendere un percorso tutt’altro che agevole e privo di costi.

Nonostante il conflitto sia ancora in corso, alla luce di quanto accennato, possiamo considerare gli effetti diretti nell’immediato dopoguerra del coinvolgimento russo, sotto due aspetti:

uno militare;uno politico o più propriamente geopolitico.

Sotto un’ottica militare è innegabile che il credito illimitato che Mosca vanta a Damasco comporti degli immediati riflessi di natura strategica.

Secondo una prima lettura, Mosca potrà vantare nei prossimi anni un accesso diretto alla costa orientale del Mediterraneo facendo delle basi di Khmeimim e Tartus due avamposti di enorme importanza per assicurare la presenza al di sotto del Bosforo. La base navale di Tartus in particolare rimarrà per mezzo secolo a disposizione della Marina russa, con lavori di ampliamento previsti per aumentare a 11 le navi d’altura ormeggiabili. Dall’estate 2017 non è segreta nemmeno la costruzione di una terza poderosa base a Khirbet Raes al Waer, distante meno di un’ora di auto da Damasco e soprattutto non lontana dal confine con Israele e la Giordania.

Sotto un’ottica militare, il potenziale russo in Medio Oriente aumenta dunque sensibilmente e in apparenza si traduce in un gioco di equilibri con l’Occidente di portata simile a quello dei tempi della Guerra fredda.

In realtà il vero risultato conseguito da Mosca è politico e va ben al di là della “conquista” di una semplice tessera in un mosaico caldo come quello mediorientale. Questa chiave di lettura poteva rispondere alla logica dello scontro globale USA-URSS, ma mal si adatta agli scenari attuali.

Mosca non vuole tornare ad incarnare il ruolo di potenza mondiale essenzialmente per due motivi:

la Russia non può permettersi di ripetere gli errori dell’Unione Sovietica, implosa proprio per la corsa in avanti con gli Stati Uniti. È essenzialmente un discorso di natura economica e finanziaria.Nel XXI° secolo gli equilibri globali devono tener conto delle nuove potenze regionali e non sembra esserci più molto spazio per sistemi di potere planetario unipolari o bipolari.

La corsa all’accaparramento di spazi vitali è un’impostazione geopolitica da potenza coloniale dell’800 e da superpotenza del ‘900, entrambe sepolte dalla storia; Putin lo sa benissimo.

Sebbene siano innegabili i vantaggi strategici derivati dal mantenimento di Assad a Damasco, la Russia con ogni probabilità giocherà in difesa in una logica di sopravvivenza, senza mire espansionistiche legate alla presenza militare diretta.

La “conquista della Siria” ha viceversa un enorme significato politico.

La Russia di Putin è ad oggi l’unico garante per Israele, capace di mediare grazie alle ottime relazioni con l’Iran e indirettamente con le milizie sue aventi causa.

L’irrigidimento verso Teheran deciso da Trump, utile al presidente USA sul delicatissimo fronte della politica interna, chiude di fatto ogni possibilità di fare degli ayatollah degli interlocutori riconoscibili. Questo potenziale aumenta in considerazione dei rapporti con la Turchia di Erdogan, “scippata” all’Occidente e ad Israele.

La crisi siriana si è risolta ad Astana e non a Ginevra. Niente più di questo dimostra quanto l’asse strumentale Turchia-Iran-Russia possa in questo momento dare carte in Medio Oriente con maggiore autorevolezza di qualunque altro cartello politico-diplomatico.

Le comprensibili rigidità di Israele nei confronti dell’Iran, non godono più di un contrappeso politico adeguato. America ed Europa hanno perso peso in Medio Oriente in virtù dei cambiamenti politici In Iraq e Libano, e del perdurare del potere alawita in Siria. In questo senso, l’allontanamento di Ankara da Washington e Bruxelles va considerato come una vera e propria débacle politica per l’Occidente che consegna de facto a Mosca il ruolo di mediatore universale per gli affari del Medio Oriente.

La Russia del 2018 è l’unica potenza che gode di ottimi rapporti con ogni Stato mediorientale. Lo stesso buon ascendente con il Qatar, rende indispensabile una buona relazione col Cremlino anche per l’Arabia Saudita.

La guerra in Siria, oltre all’impatto politico determinato dai risultati militari, mostrerà i suoi effetti geopolitici a lungo, con ogni certezza non solo su scala regionale.