Il 30 settembre scorso Vladimir Putin iniziava i bombardamenti contro le postazioni jihadiste in Siria. Qualche giorno dopo, il patriarca ortodosso Kirill affermava: “La Federazione russa ha preso una decisione responsabile sull’uso delle forze armate per proteggere il popolo siriano dagli abusi dei terroristi”. Il portavoce del patriarcato di Mosca, Vsevolod Chaplin, si spingeva ancora più in là – “è impossibile da giustificare, perciò la lotta contro il terrorismo è una lotta morale, se volete, una lotta sacra” – mentre il gran Muftì di Russia, Talgat Tadzhuddin, palesava il suo “deciso supporto per il rispettabile presidente Putin”.

Attraverso le operazioni militari in Siria, Putin diventava – volente o nolente – il protettore dei cristiani in Medio Oriente, tanto da spingere il vescovo della Chiesa siriaca ortodossa di Antiochia, Boulos Safar, a dire: “Con l’avvio dei raid russi il fronte di guerra si è sicuramente allontanato di molto, facendo diminuire così i pericoli per la popolazione. La gente si sente più sicura. Hanno più fiducia nei russi che negli americani perché hanno visto un vero cambiamento”.

Putin e la rinascita cristiana in Russia

Alla fine degli anni ’80 la Chiesa ortodossa russa viveva uno dei suoi periodi più difficili. I fedeli, dopo oltre 80 anni di comunismo, erano ridotti all’osso: solo il 17% della popolazione si dichiarava ortodosso. Gli atei, invece, erano il 75%. Questi dati, nel corso di questi ultimi quindici anni, si sono invertiti: la maggioranza dei russi – circa il 68% – si dichiara ortodossa mentre gli atei sono solo il 19%.

A cosa è dovuto questo “ribaltamento”? Innanzitutto a una legge approvata nel 1997 da Boris Eltsin che concede alla religione ortodossa un ruolo speciale nella storia e nella cultura russa, e poi all’azione di recupero della tradizione religiosa da parte di Putin. Il leader del Cremlino ha più volte ricordato del suo battesimo segreto e della sua conversione nel 1993, quando un incendio rischiò di portargli via la moglie.

A partire da quel momento Putin si è avvicinato al cristianesimo: cerca, come spiega bene Alessio Mulas in Rinascita di un impero. La Russia di Vladimir Putin, di riflettere nella sua politica il suo credo, in particolare nella difesa della famiglia tradizionale. Storiche sono le parole pronunciate dal leader russo il 19 settembre 2013 al Valdai Club: “[Molti paesi occidentali] portano avanti una politica che equipara una famiglia con tanti figli ai legami omosessuali, la fede in Dio a quella in Satana. […] Sono convinto che tutto ciò porti a un sentiero di degrado e primitivismo, sfociando in una profonda crisi demografica e morale”.La “guerra giusta” dello zarMa torniamo ai giorni nostri. Sono passati più di tre mesi dall’inizio dei bombardamenti russi in Siria e la “santa alleanza” tra Kirill e Putin si è fatta ancora più forte. Proprio nel giorno più importante per gli ortodossi, quello di Natale, il patriarca ortodosso, come riporta Il Foglio, “ha parlato di ‘guerra giusta’, definendo le mosse del Cremlino una ‘difesa per la madrepatria’, dal momento che Damasco ‘è solo apparentemente lontana’”. Guerra giusta. Non santa. E il motivo è semplice: quella di Putin non è una battaglia religiosa tra cristiani e musulmani e nemmeno uno scontro di civiltà così come era stato ipotizzato da Samuel Phillips Huntington. È semplicemente una guerra politica. Giusta o sbagliata, ma solo una guerra politica combattuta per la sicurezza della Russia.