“Il liberismo è superato”. Così Vladimir Putin al Financial Times, in un’intervista importante anche per la scelta dei tempi. La sua pubblicazione sull’autorevole quotidiano della City poco prima del G-20 di Osaka sta infatti a indicare che il presidente russo è tornato al centro della politica internazionale.

Come ha dimostrato il summit giapponese, nel quale Putin si è mosso con un’autorevolezza nuova. È fallito, dunque, il tentativo di relegarlo ai margini della geopolitica globale, sogno infranto di tanti suoi nemici.

Un’avversione nata non tanto dalla sua gestione del potere in Russia, in contrasto con i principi liberali (su questo si poteva sorvolare, come accade in altri contesti: vedi ad esempio l’Arabia Saudita).

Putin e il contenimento della globalizzazione

Il punto di opposizione, da cui la guerra contro Putin, era altro e irriducibile: la sua determinazione a difendere gli interessi della Russia era in contrasto con i dettati della globalizzazione, fondata sulla fine degli Stati nazionali.

Opposizione inaccettabile, giunta al parossismo quando la Russia pretese di riprendere il suo posto nel mondo (es. intervento in Siria), erodendo ancora di più i margini di manovra delle forze della globalizzazione.

Da solo Putin ha “contenuto” – ci si permetta di usare un suggestivo termine cattolico – le forze scatenate del globalismo, fino a quando la Brexit e la vittoria di Donald Trump hanno portato lo scontro tra queste e lo Stato-nazione all’interno del campo occidentale.

La guerra è finita: la globalizzazione resta, ma del tutto diversa. Come ha dimostrato il vertice di Osaka, nel quale non solo Putin, ma tutti i Capi di Stato intervenuti hanno parlato a nome e per conto della propria nazione.

La Politica ha ripreso, almeno in parte, il suo posto, dopo gli anni in cui la globalizzazione – avendo eroso il potere della Politica per consegnarlo alla Finanza – aveva ridotto tali vertici a vuote passerelle, mentre il potere che faceva girare il mondo era palesemente altrove.

La dichiarazione di Putin al Ft sulla fine del liberalismo va letta in tale contesto. Non sfida, ma constatazione. Che ha suscitato reazioni in Occidente.

Mishra e lo scontro nell’ambito liberale

Un’intelligente lettura di tali reazioni si legge su Bloomberg, a firma di Pankhaj Mishra: alle dichiarazioni di Putin “sarebbe stato preferibile un silenzio sprezzante, che ci avrebbe salvato dall’imbarazzante Boris Johnson che ha invocato ‘i nostri valori’, o dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk che ha sostenuto, contro prove schiaccianti, che a essere obsoleto è l’autoritarismo”.

Mishra spiega come il liberalismo abbia due declinazioni: “Il primo che offre un’autentica libertà umana, l’altro [il “neoliberismo” ndr.] intrappola gli umani in meccanismi di mercato impersonali e spesso spietati”.

Due liberalismi che hanno vissuto in parallelo e spesso in opposizione. Nel tempo, però, il secondo ha vinto, anzi trionfato, sul primo.

Così per Mishra, gli auto-nominati difensori del liberalismo, “dovrebbero esaminare la loro fede eccessivamente fanatica nei meccanismi del mercato”, dato che la sopravvivenza stessa delle garanzie liberali è “minacciata” dalla creazione di un “potere oligarchico che ha raggiunto livelli grotteschi e da una disuguaglianza” sempre più accentuata.

Stiglitz e la fine del neoliberismo

Sulla stessa lunghezza d’onda, ma da sinistra, anche un articolo di Joseph Stiglitz su Project Syndacate (sito peraltro riconducibile a George Soros, alfiere nel neoliberismo), in un articolo dal titolo: “Dopo il neoliberismo”.

Così Stiglitz: “L’esperimento neoliberale – la riduzione delle tasse sui ricchi, la deregolamentazione dei mercati del lavoro e dei prodotti, la finanziarizzazione e la globalizzazione – è stato un fallimento spettacolare“.

“La crescita è più bassa di quanto non fosse nel quarto di secolo dopo la seconda guerra mondiale, e la maggior parte di essa si è accumulata ai vertici della scala dei redditi”. Data tale tragedia “il neoliberismo deve essere dichiarato morto e sepolto“.

Ognuno ha la sua ricetta: per Mishra occorre riprendere l’idea liberale fondata sulla libertà individuale, per Stiglitz occorre che i mercati “siano governati dallo Stato di diritto e soggetti a controlli democratici” che permettano un riequilibrio e una distribuzione più equa delle ricchezze.

Ma da destra o da sinistra che sia, il de profundis del neoliberismo è convergente. Con tutto ciò che consegue. Tempi nuovi, di transizione verso altro, tutto da  vedere.

Resta la constatazione del presidente russo al Ft, che ha valore quasi storico, come quella del bambino che, unico tra tanti, esclama: “il re è nudo”. Putin ha origini venete, dove puteo vuol dire bambino.

Ps. Oggi visita di Putin a Roma, che fu annunciata durante la visita di Sergej Lavrov a San Marino, svolta in concomitanza con la visita di Xi Jinping in Italia (quando Roma e Pechino si accordarono sulla controversa Belt and Road). Il presidente russo vedrà anche il Papa. Può aiutare.