L’ultima da Grozny: il ministero della Cultura ha vietato i brani musicali che non abbiano i BPM (battiti al minuto) compresi tra 80 e 116. Secondo il ministro Musa Dadayev, solo le canzoni che rientrano in questo intervallo “sono conformi alla mentalità e al senso del ritmo dei ceceni”. Questa decisione fa parte di un più ampio sforzo per ridurre l’influenza della cultura e dei media occidentali in Cecenia. E infatti Dadayev ha detto: “Prendere in prestito la cultura musicale da altri popoli è inammissibile. Dobbiamo portare alla gente e al futuro dei nostri figli il patrimonio culturale del popolo ceceno. Ciò include l’intero spettro degli standard morali ed etici di vita dei ceceni.” I musicisti locali hanno tempo fino al 1 giugno per assicurarsi che la loro musica sia conforme a questi nuovi criteri. E dovranno stare attenti a non eseguire l’inno nazionale della Federazione Russa, il cui ritmo è leggermente superiore ai famosi 116 BPM. C’è chi è andato oltre e ha calcolato quali dei brani pop più noti potrebbero essere in futuro eseguiti in Cecenia e quali no. Permessi “Staying alive” dei Bee Gees (104 BPM), “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin (82) e “Dancing Queen” degli Abba (101); vietati perché troppo lenti “Imagine” di John Lennon (76 BPM) e “Rehab” di Amy Winehouse (72); vietati perché troppo veloci “Here comes the Sun” dei Beatles (129) e “Hotel California” degli Eagles (147).
Amenità a parte, c’è qualcosa che non funziona (o, meglio: non funziona più) in Cecenia. Dopo aver stroncato, all’inizio degli anni Duemila, gli ultimi focolai della ribellione autonomista con una guerra senza quartiere e senza pietà, Vladimir Putin ha fatto ciò che in ogni parte del modo si fa in questi casi: ha concesso un certo margine di autonomia e si è comprato la fedeltà di un potentato locale, nel caso specifico il clan dei Kadyrov. Vale la pena spendere due parole su Akhmat Kadyrov, il patriarca, nato nel 1951 in Kazakstan dove Stalin, nel 1944, aveva fatto deportare 500 mila ceceni. Tornato a Grozny con la famiglia nel 1957, Akhmat si dedica agli studi religioni islamici. E quando all’inizio degli anni Novanta la Cecenia si dichiara indipendente e scoppia la prima guerra con la Russia, aderisce al fronte combattente indipendentista e nel 1995 viene nominato Gran Muftì della Cecenia. Con la seconda guerra il voltafaccia: accusando gli indipendentisti di essersi ormai svenduti alle dottrine wahabite promosse (e finanziate) dai Paesi del Golfo Persico, Kadyrov porta i suoi a collaborare con i russi. Perde la carica di Gran Muftì ma, con la vittoria russa, diventa prima capo dell’amministrazione provvisoria e poi presidente della Repubblica cecena.
Non per molto. Nel 2003 sfugge a un primo attentato, nel 2004 soccombe al secondo tentativo. In quel momento suo figlio Ramzan, allora ventottenne, viene nominato vice-primo ministro per diventare, nel 2007, presidente per nomina diretta di Putin. Una vera successione clanica appena mascherata con elezioni dall’esito scontato. Sembra una storia da fumetto ma in realtà i Kadyrov sono stati un bastione del potere putiniano in questi oltre vent’anni. Al di là della ribellione indipendentista, la Cecenia è sempre stata l’architrave della stabilità del Caucaso. Salda lei, saldo tutto il resto. Sempre la Cecenia è la storica porta delle influenze dell’islam radicale in Russia. Una porta aperta o chiusa secondo la capacità del Cremlino di controllarla e metterla in linea con le proprie politiche. Non bisogna dimenticare che quella cecena era la seconda etnia più rappresentata nel milizie dell’Isis e che Tarkhan Tayumurazovich Batirashvili, un ceceno cristiano ortodosso convertitosi all’islam, fu uno dei comandanti militari più celebrati all’epoca dello pseudo-califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Da questi punti di vista bisogna ammettere che i Kadyrov sono stati fedeli alla linea: prima hanno stroncato la residua opposizione interna, poi si sono dati a implementare le politiche putiniane. E Ramzan Kadyrov, con il Battaglione Achmat di volontari ceceni, ha dato una buona mano anche nella guerra in Ucraina. Prima sostenendo il fronte quando la truppe russe sembravano sbandare, poi mollando in brache di tela il povero Evgenyj Prigozhin, del quale si diceva “fratello” e con il quale aveva condiviso la lunga campagna contro i generali e il ministro della Difesa Sergej Shoigu, nel momento in cui quello fece il passo fatale di ribellarsi a Putin. En passant Kadyrov si è anche distinto nella repressione dei movimenti Lgbt, tanto da essere stato anche accusato (accusa mai chiarita) di aver costruito un campo di concentramento per gay. Altra cosa che al Cremlino non sarà dispiaciuta.
Come si diceva, per garantirsi tutto questo il Cremlino ha messo mano al portafogli. Le cifre esatte non sono note, ovviamente, ma si parla di 4 miliardi di dollari l’anno. Che Kadyrov, da buon vassallo e satrapo, gestisce con una certa soddisfazione. Grozny, distrutta nel Duemila, ha oggi l’aspetto di una città moderna, il tenore di vita è migliorato e ben pochi, ormai, hanno voglia di rischiare il carcere o la vita per recuperare gli ideali dell’indipendenza o anche solo per criticare Kadyrov. Gli oppositori, con lui, tendono a fare una brutta fine. Come ben sa, per fare un esempio, Zarema Musaeva, madre di due oppositori costretti all’esilio, e lei stessa condannata a cinque anni e sei mesi per complicità. Mentre Elena Milashina, giornalista, e Aleksandr Nemov, avvocato, che sistemano recando in tribunale per assistere al processo, sono stati fermati e pestati.
Ramzan Kadyrov si toglie molti sfizi. È presidente della locale squadra di calcio, l’Akhmat, che gioca nel nuovo Stadio Terek. Per inaugurarlo, nel 2011, lui si è tolto lo sfizio di giocare in una selezione del Caucaso che affrontava vecchie glorie come Maradona, Costacurta, Papin, Vieri, Luis Figo e Franco Baresi. Simpatiche stravaganze, chiamiamole così, come la linea di moda della moglie (ufficiale, pare ce ne siano altre) Medni, la figlia Aishat nominata vice-ministro della Cultura o il figlio quindicenne Adam poche settimane fa nominato capo del Dipartimento della sicurezza della Cecenia.
Un quadro un po’ assurdo, per i nostri criteri. Ma ugualmente importante per il Cremlino. Che ora infatti guarda con preoccupazione alle notizie in arrivo da Grozny. Da mesi, nonostante le smentite ufficiali, si dice che Kadyrov sia malato grave o addirittura malato terminale per un problema al pancreas che lo affligge da anni e che due volte l’anno lo costringe a un ricovero presso l’ospedale centrale di Mosca. Novaja Gazeta, il giornale diretto in esilio dal premio Nobel Muratov, sostiene addirittura che sia già cominciata la ricerca dell’erede, che al momento vede in prima fila Apti Alaudinov, il comandante del Battaglione Akhmat. Per questo, cioè per preparargli la strada, scrivono ancora i giornalisti di Muratov, gli sarebbe stato assegnato un incarico al ministero della Difesa.
Può essere, ma anche no. Non sarebbe la prima volta che la stampa di opposizione a Putin si fa trascinare dalla passione. Certo è che Alaudinov non è quel che si dice una personalità, ma piuttosto un esecutore, un subordinato. Il che, in Cecenia, potrebbe non bastare. Soprattutto osservando quanto si sta muovendo tutt’intorno. Sono sempre più frequenti gli assalti alle pattuglie della polizia da parte di gruppi di chiara ispirazione islamista (due, con quattro poliziotti morti e otto feriti, solo nell’ultimo mese) e assai numerosi gli interventi dell’Fsb per stroncare cellule terroristiche vecchie e nuove. La strage della Crocus City Hall di quarantatré giorni fa a Mosca è stata un drammatico campanello d’allarme ma anche un esempio che molti, nel Caucaso, potrebbero essere tentati di seguire. E che sta mettendo in crisi i rapporti della Russia con ex repubbliche come il Tagikistan: essendo gli stragisti di nazionalità tagika (ma non necessariamente i mandanti), ci sono più di mille tagiki arrivati a Mosca in aereo e ora detenuti nelle camere di sicurezza degli aeroporti per controlli.
Sembra per certi versi di essere tornati agli anni Novanta, quando si pensava che la secessione della Cecenia potesse innescare la disgregazione dell’intera Federazione. Forse non è così. Ma è certo che di una Cecenia priva di leader di provata fedeltà e instabile in questo momento Putin farebbe volentieri a meno.
Fulvio Scaglione
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