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Il regno di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e i reami del Commonwealth sono in lutto: Elisabetta II, regina dei due secoli, è passata a miglior vita. Le succede suo figlio, Charles Phillip Arthur George, intronizzato come Carlo III. Su di lui l’onere-onore di rallentare il processo di declino del casato dei Windsor, a sua volta riflesso del tramonto della potenza britannica, e di contribuire a quel progetto di rinascita imperiale corrispondente alla Global Britain.

Insieme ad Elisabetta II scompare definitivamente il Novecento, epoca la cui memoria è fresca, ma i cui giganti che hanno contribuito a forgiarla, coi loro pensieri e con le loro azioni, stanno salutando la dimensione terrena uno dopo l’altro. È il corso naturale delle cose. Il ciclo della vita. La ruota dell’esistenza del saṃsāra. Una generazione deve appassire e morire affinché un’altra sorga e la sostituisca.

Il momento del passaggio dello scettro tra una generazione e l’altra, simbolizzato dagli estremi onori, è quanto di più importante esista per una cultura. Ed è un momento in cui non esiste gesto che non parli, che non abbia un duplice significato, inclusa la decisione di non prendervi parte. Perciò la decisione di Vladimir Putin di non partecipare alle esequie di Elisabetta II, regina d’Inghilterra e tra i simboli dell’Occidente, dovrebbe essere letta per ciò che è: un pessimo segnale.

Un nemico è per sempre

Nemici sempre. Amici mai. Aminemici ogni tanto, se e quando necessario. Questa è la storia, in tre frasi, delle burrascose relazioni tra Londra e Mosca, due imperi in lotta per il cuore dell’Europa e per l’egemonia dell’Eurasia sin dall’Ottocento. Ma non è il passato, o meglio non il passato remoto, il motivo per cui Putin disattenderà il big day della nazione britannica. È il presente. È il suo rapporto con l’Ucraina.

Il Regno Unito è stato tra i principali sponsor di Euromaidan, successivamente si è preso a carico l’ammodernamento e la professionalizzazione delle forze armate ucraine e dal 24.2.22 sta co-guidando, insieme agli Stati Uniti, l’internazionale di aiuto e soccorso per l’Ucraina. Dove per aiuto e soccorso si intendono, in special modo, armi.

Nessuno ha aiutato Kiev più di Washington, capolista nella classifica dei principali rifornitori di armamenti – con l’autorizzazione all’invio di armamenti per oltre quindici miliardi di dollari dal 24.2.22 –, ma difficile è anche competere con Londra, che vanta un secondo posto a lunga distanza, con l’esborso di quasi tre miliardi e l’addestramento di più di tremila soldati ucraini nelle proprie strutture. Numeri che indicano come si tratti più di una guerra tra Anglosfera e Russia in Ucraina che di una guerra tra Ucraina e Russia.

L’assenza presente di Putin è più che giustificata, dal punto di vista russo, ed è coerente ed in linea con le precedenti decisioni di non commemorare i feretri di Shinzo Abe e Mikhail Gorbaciov, rispettivamente aminemico che aveva aderito al fronte filoucraino con armi e mercenari e curatore fallimentare dell’Unione Sovietica. Da aggiungere, inoltre, che tra Putin ed Elisabetta II i rapporti non erano mai stati ottimi: più incontri, ma soltanto uno ufficiale, nel lontanissimo 2003, ricordato per il quarto d’ora di ritardo di Putin e per una pesante frecciatina a lui diretta, fuori protocollo, da parte della regina. Ma il rifiuto, nonostante tutto, non era del tutto prevedibile.

Perché l’8 settembre non è morta una regina qualsiasi, ma la regina. Fierezza del popolo britannico, del cui passato imperiale è simbolo autentico, e icona semispirituale, di poco inferiore al Vescovo di Roma, della civiltà occidentale. Ecco perché il rifiuto di Putin è uno schiaffo che ferisce Londra, ma lascia lividi anche nel resto dell’Occidente. Prova di quanto siano qualitativamente basse le relazioni tra Cremlino e Buckingham Palace e, in esteso, della salute precaria del rapporto tra Russia e Occidente.

Il precedente del 2005

Non presentarsi ad un funerale, e in particolare ad un funerale eccellente come quello di una persona-simbolo, è uno degli insulti non verbali più gravi che uno stato possa fare ad un altro. Un messaggio destinato a chi ha orecchie per intendere, ma che anche un sordo con del sale in zucca è in grado di afferrare.

Accadde qualcosa di simile l’8 aprile 2005, giorno dell’ultimo saluto a Giovanni Paolo II. Si trattò delle onoranze funebri di un capo di stato più seguite della storia, con l’attrazione a Roma di più di quattro milioni di pellegrini, di oltre settanta tra presidenti, primi ministri e sovrani e di dignitari in rappresentanza di diciotto organizzazioni internazionali e quindici religioni. Soltanto le esequie di Nelson Mandela, nel 2013, furono capaci di battere il record del Papa dei record.

Il mondo era a Roma l’8 aprile 2005, per omaggiare la dipartita dell’uomo che aveva combattuto in prima linea la Guerra fredda, vincendo l’Unione Sovietica pur non avendo divisioni, ma qualcuno mancava. Due potenze, per l’esattezza, quel giorno decisero di ignorare l’evento e di dedicargli poco spazio persino nelle loro televisioni. Erano Mosca e Pechino, la prima presente attraverso l’allora primo ministro Mikhail Fradkov e la seconda assente del tutto.

Un calendario fitto – la scusa di Putin. La rigida applicazione della politica dell’una sola Cina – la giustificazione di Hu Jintao. Ma la verità è che sia Putin sia Hu avevano delle valide ragioni, a loro modo di vivere la storia, per oltraggiare la Chiesa. Putin l’avrebbe manifestata soltanto qualche giorno dopo, durante l’annuale discorso sullo stato della nazione, con una frase suggestiva: “il collasso dell’Unione Sovietica è stata la più grande catastrofe geopolitica del Ventesimo secolo“. Collasso di cui il defunto papa polacco era stato co-artefice. Da Hu, nel rispetto della stereotipata imperscrutabilità cinese, nessun segnale aggiuntivo. A parte le indiscrezioni sui presunti timori del PCC di una sollevazione popolare da parte dei cristiani, sull’onda dell’emotività, dalle conseguenze imprevedibili.

Oggi come ieri, come sempre, i funerali sono il cordoglio di una nazione e il risentimento di un’altra. Ed anche un’occasione per inviare messaggi su quello che potrebbe essere il futuro. E quello tra Occidente e Russia pare tutt’altro che roseo.

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