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Il presidente Vladimir Putin potrebbe restare al potere sino al 2036. Questo è uno dei risultati più importanti scaturiti dal referendum costituzionale russo terminato ieri. L’affluenza alle urne, secondo quanto riferito dalla commissione elettorale, si è attestata al 64 per cento degli aventi diritto mentre il 78 per cento di chi ha preso parte al voto ha espresso parere favorevole alle circa 200 riforme volute dal presidente. Il passaggio delle riforme costituzionali darà la possibilità a Putin, qualora lo volesse, di ricandidarsi per altri due mandati presidenziali di sei anni ciascuno. Il  Capo di Stato ha in realtà annunciato di non volerlo fare ma ha anche affermato come sia particolarmente rilevante che sia la possibilità teorica di agire in tal senso.

Modalità e contenuti del voto

Gli emendamenti costituzionali erano già in vigore perché votati dai parlamenti regionali della Federazione e dalla Duma moscovita ma la loro approvazione da parte della popolazione li legittima ulteriormente. I seggi elettorali sono rimasti aperti per ben sette giorni al fine di consentire il massimo distanziamento sociale possibile in uno dei periodi più bui per la Russia, duramente colpita dalla pandemia di coronavirus. La presenza del virus ha inoltre portato ad un allentamento delle procedure di voto: gli elettori hanno potuto esprimere la propria preferenza anche da casa e dal posto di lavoro mentre i cittadini di Mosca e San Pietroburgo hanno potuto votare online. Le autorità hanno cercato di stimolare l’affluenza alle urne istituendo una sorta di lotteria, con premi in denaro e persino possibili vincite di appartamenti per i votanti. Tra gli emendamenti approvati spiccano l’indicizzazione delle pensioni, la preminenza della Costituzione Russa sulla legge internazionale, l’impossibilità di cedere a Stati stranieri un territorio facente parte della Federazione (un chiaro messaggio all’Ucraina dato che si consolida la presa sulla Crimea), la possibilità per la Corte Costituzionale di vagliare, su richiesta del Presidente, le leggi approvate in Parlamento e l’annullamento dei mandati presidenziali serviti dal Capo di Stato in carica o da ex presidenti (Sergei Medvedev), che dunque, qualora candidati e vincenti nel 2024, serviranno il loro primo mandato.

Il ruolo dell’opposizione

L’opposizione russa ha avuto qualche difficoltà nel mobilitarsi attivamente contro il referendum e si è presentata divisa. Come riferito da Emily Sherwin, corrispondente per Deutsche Welle a Mosca, alcuni oppositori hanno invitato gli elettori al boicottaggio mentre altri hanno spinto sull’espressione di un voto negativo. Alexei Navalny ha accusato Putin di voler diventare “Presidente a vita”, ha definito il voto non libero ed ha espresso la convinzione che la riforma costituzionale consentirà al Capo di Stato di prolungare la propria presa sul potere. L’oppositore ha poi definito i risultati menzogneri mentre Golos, un’organizzazione che si occupa di monitorare in maniera indipendente il voto, ha affermato di aver ricevuto centinaia di segnalazioni su presunte violazioni elettorali.

Le ricadute del voto

Il voto si è rivelato particolarmente caro a Vladimir Putin per tre motivi: è riuscito a legittimare la sua Costituzione, ha rinnovato il contratto sociale con la popolazione ed è riuscito ad imbrigliare la classe politica al potere. Il Presidente aveva già espresso la sua opinione in materia: nel giro di un paio di anni le élite avrebbero iniziato, affannosamente, a cercare di individuare il suo successore se non gli fosse stata concessa la possibilità di ricandidarsi nel 2024. Putin temeva che ciò avrebbe distratto la classe politica dalle sue attività routinarie e che quindi avrebbe inficiato il corretto funzionamento e l’implementazione delle politiche statali. Queste preoccupazioni dovrebbero ora essersi dissolte ed il Cremlino potrà pianificare al meglio come muoversi in ambito economico e geopolitico nei prossimi quattro anni. Le sfide sono molte: dal rapporto sofferto con l’Unione Europea e segnato dalle sanzioni alle relazioni con Washington, legate all’esito delle consultazioni di novembre 2020. Ci sarà poi da affrontare la crisi economica, i suoi postumi ed eventuale recrudescenza di tensioni sociali e del radicalismo islamico. La certezza è una: Vladimir Putin continuerà, ancora per un certo periodo di tempo, a decidere le sorti della Federazione Russa e di parte delle relazioni internazionali.

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