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L’asse fra Russia e Turchia passa anche per il gas. Vladimir Putin è a Istanbul per la cerimonia organizzata da Recep Tayyip Erdogan per il completamento della sezione marittima del Turkish Stream, il gasdotto che collega i giacimenti russi alla Turchia. Una volta completata, l’infrastruttura trasporterà 15,7 miliardi di metri cubi di gas ogni anno attraverso due diversi canali: il primo sarà destinato esclusivamente ad Ankara; il secondo, invece, sarà diretto all’Europa. Il gas rappresenta una delle migliori armi della diplomazia russa.E la strategia di Putin e di Erdogan è quella di far transitare il gas russo nel Paese anatolico per diventare a loro volta esportatore e hub del gas in Europa.

Russia-Turchia trionfo della realpolitik

Il gas è solo uno degli elementi che serve a cementare una partnership che, fino a qualche anno fa, sembrava impossibile da ristabilire. Appena tre anni fa, fra Ankara e Mosca volavano accuse gravissime dopo l’abbattimento del jet russo ad opera della contraerea turca. Ma dal momento del fallito colpo di Stato, Erdogan e Putin hanno riallacciato i rapporti. a ricomposizione dei rapporti fra Erdogan e Putin è stato forse uno degli esempi più cristallini di realpolitik, visto che l’orgoglio nazionalista del sultano e quello ferito di Putin, potevano effettivamente mettere a repentaglio la tenuta della stabilità del Mar Nero. Ma ha prevalso la razionalità. A tal punto che oggi i due Paesi si possono considerare se non propriamente alleati, sicuramente partner su molti fronti: in particolare per quanto riguarda la Siria.

Del resto basta vedere alcuni dati per comprendere l’importanza della Turchia per la Russia, ma soprattutto della Russia per la Turchia. Ankara importa il 90% del proprio fabbisogno di gas. Di questa immensità quantità di oro blu, il 60% arriva proprio dalla Russia. Difficile credere che Erdogan potesse rompere con Putin quando la sua popolazione riscalda le proprie case in gran parte grazie ai giacimenti russi. A questo, si aggiunge l’importanza strategica di evitare un conflitto con Mosca non solo per quanto riguarda la Siria, ma anche per riequilibrare i rapporti con gli Stati Uniti e con la Nato. Mostrarsi indipendente rispetto a Washington ai comandi dell’Alleanza atlantica significa anche essere più affini al Cremlino.

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A proposito di Siria, l’incontro di oggi fra il Sultano e lo Zar arriva a meno di un mese dal loro ultimo vis-à-vis, a Istanbul, lo scorso 27 ottobre. Nel summit sul destino di Damasco, Putin ed Erdogan, insieme ad Angela Merkel ed Emmanuel Macron, hanno iniziato a mettere sul tavolo una road-map condivisa sul futuro della Siria. Un futuro in cui un ruolo centrale non lo ha soltanto la permanenza di Bashar al-Assad, voluto da Mosca e non tollerato da Ankara, ma soprattutto Idlib, crocevia di interessi contrapposti che lega indissolubilmente Russia e Turchia.

Gli Stati Uniti guardano con molta attenzione

Una legame che però inizia a essere molto scomodo a Washington. Nei primi mesi di questa “luna di miele” fra Erdogan e Putin, dalla casa Bianca sono arrivate soprattutto pressioni nei confronti della Turchia. Gli Stati Uniti hanno iniziato a rafforzare le postazioni militari nel Rojava per sulla riva sinistra del’Eufrate per sostenere i curdi e dare un chiaro segnale ad Ankara. Poi è arrivato l’assedio mediatico sul caso del pastore Andrew Brunson, in parallelo alla mancata estradizione di Fetullah Gulen. Infine, l’attacco alla lira turca, che ha perso sensibilmente il proprio valore proprio nel momento più alto dello scontro fra Ankara e Washington.

Ma dopo questi continui moniti da parte americana, è arrivato anche il primo segnale distensivo: l’esenzione della Turchia dalle sanzioni sul petrolio iraniano. Una scelta che, unita al fatto in America non sembrano intenzionati a sanzionare ulteriormente la banca turca Halkbank, accusata di aver raggirato l’embargo, dimostra la volontà degli Stati Uniti di non rischiare di trascinare la Turchia sotto l’ombrello moscovita. Un pericolo per il Pentagono e la Nato, ma soprattutto un grande risultato da parte di Erdogan, che continua a giocare su due tavoli una partita a dir poco pericolosa. Ma da cui sembra uscire sempre indenne.