Se qualcuno lo aveva immaginato destinato alla polvere, Recep Erdogan appare ancora una volta votato all’altare. Né la caduta in disgrazia all’interno della Nato, tantomeno una crisi economica e perfino il disastroso terremoto del febbraio scorso sono riusciti a scalfire il consenso elettorale per il sultano di Ankara. Un successo interno (sebbene insidiato dall’avversario Kilicdaroglu) che è stato in grado di riabilitare, quasi di default, la rispettabilità internazionale del presidente turco. Tanto da potersi permettere di riapparire come il sedulo tessitore della mediazione tra Russia e Ucraina. Non solo, ora il presidente turco si reinventa perfino pacifista, annunciando di voler dedicare il suo mandato alla creazione di una “cintura di sicurezza e pace” intorno alla Turchia, “Dall’Europa al Mar Nero, dal Caucaso al Medio Oriente, al Nord Africa”: guarda caso, nelle ultime ore, ha perfino annunciato la sospensione dell’esercitazione “Seawolf” nell’Egeo di comune accordo con Atene, potenziando la de-escalation nel comune mare. Una (ri)presentazione di credenziali al mondo di grandissimo rilievo, volta anche a non turbare il turismo russo nell’area.

Zelensky e Putin in visita ad Ankara

Lo scoppio del conflitto in Ucraina, infatti, si era presentato come una ghiotta occasione per il leader turco, alle prese con la crisi della lira e con le reprimenda dell’Alleanza Atlantica: legatosi al triplo dossier grano-gas-armi, Erdogan era da subito apparso come il più credibile dei mediatori poichè impastoiato in rapporti ambivalenti con Mosca e con l’Occidente. Ma soprattutto perchè dotato di quel carisma assente in Xi Jinping che, al tavolo delle trattative, ha saputo portare meramente il pragmatismo estremo della sua Pechino e della Via della Seta. E i fatti hanno dimostrato quanto entrambi gli schieramenti abbiano creduto nella reale possibilità di riuscita di questa operazione.

Per questa ragione i due grandi protagonisti del conflitto in corso, Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin sono attesi in Turchia dopo il giuramento di Erdogan previsto per il 3 giugno prossimo, secondo quanto riportano i media turchi, tra cui Cnn Turk e Hurriyet. Al giuramento è prevista la partecipazione di numerosi leader stranieri e Putin, presumibilmente, avrà una “visita privata e separata” con il suo omologo: dal Cremlino, Dimitry Peskov ha confermato che i due si incontreranno in un futuro bilaterale, ma a nessuno è dato sapere se questo incontro sia il medesimo riportato dalla stampa turca o meno. In Turchia sarà poi la volta di Zelensky: la stampa riferisce che con entrambi il presidente turco discuterà precipuamente dell’andamento del conflitto in Ucraina e dell’accordo sul grano.

Perché Putin e Zelensky vogliono trattare con Erdogan

All’indomani del ballottaggio in Turchia, entrambi i leader in conflitto si era prodigati nel fare le loro congratulazione a Erdogan. Putin era stato fra i primi a offrire i suoi omaggi, prestando molta attenzione a virgole e sfumature varie del suo messaggio di felicitazioni: si era rivolto all'”amico” Erdogan complimentandosi per il suo “contributo personale” al rafforzamento delle relazioni russo-turche legate a doppio filo alla cooperazione in diversi settori: si veda il caso della centrale nucleare di Akkuyu oltre che al progetto dell’hub turco del gas. Ma Putin si era mostrato anche possibilista in fatto dialogo costruttivo a proposito dell’agenda internazionale, riferendosi in maniera tutt’altro che subliminale alla sua “operazione speciale”: del resto la mediazione turca appare una delle poche exit strategy praticabili rimaste al leader, legatosi mani e piedi al destino di un conflitto che non sta andando affatto come previsto. Erdogan, tuttavia, è una risorsa fondamentale anche per Zelensky. Il presidente ucraino conosce bene pregi e limiti del sultano e nella sua mediazione scorge tutto ciò che l’Occidente, intermittente tra paternalismo, frenate e sostegno aperto, non può dare: primo fra tutti un telefono sempre libero al quale risponde direttamente il Cremlino. Anche Zelensky era stato fra i primi a congratularsi con Erdogan, scrivendo un tweet sia in turco che in ucraino, nel quale si accennava al “rafforzamento del partenariato strategico” nonchè di “cooperazione per la sicurezza e la stabilità in Europa“.

Erdogan stratega e mediatore

Tutti, dunque, puntano su Ankara, perfino i due acerrimi nemici. E a spiegarcelo interviene perfino un osservatore insospettabile, il Washington Post, che dalla penna di Ishaan Tharoor plaude al Machiavelli anatolico. Un leader autoritario che non ha le armi nucleari di Putin, il peso geopolitico di Modi, non ha il palco europeo come Orban, ma che è stato in grado di oscurare molti autocrati contemporanei. Una concentrato di decisionismo, astuzia e spietatezza che farebbero del presidente turco il capo di una nazione devota e allo stesso tempo un leader internazionale credibile, nonostante il suo lato oscuro: né la sua condotta interna tantomeno quella internazionale hanno spinto nessun leader, tantomeno occidentale (eccezion fatta per quel “dittatore” tuonato dall’ex premier Draghi), puntare il dito contro Ankara in difesa del futuro democratico e laico della Turchia.

Sia Putin che Biden hanno fatto le loro congratulazioni all’indomani della rielezione: anzi, i due si sono perfino contesi il primato dei messaggi di auguri, strappato via da Putin per pochi minuti. Questo rappresenta un dato importantissimo: che entrambi questi due “mondi” hanno dato forfait, dichiarando, implicitamente, di aver bisogno del Bosforo a tutela degli equilibri internazionali. E prendendo atto della “realtà della radicata autocrazia elettorale di Erdogan”, come sottolinea il quotidiano americano. Un dittatore, certo, ma del quale si ha bisogno, come sottolineò l’ex premier italiano all’indomani del sofa gate. La Turchia ha sempre fatto comodo al mondo per via del suo essere ponte tra est e ovest, nonché patria dei due stretti attorno ai quali si è sempre giocata la storia mondiale. Una Turchia che è stata a lungo cuscinetto Nato nonché baluardo di laicità nel mare islamico, ma soprattutto islamista. Un ponte che resterà fondamentale e che fa dimenticare alle burocrazie del mondo intero perfino il vizio di democrazia e di laicità degli ultimi vent’anni.