Vladimir Putin e Xi Jinping hanno deciso di estendere il Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione auspicando di essere i garanti e il simbolo di “un nuovo tipo di relazioni internazionali” in un’epoca di “cambiamenti turbolenti”. Xi ha parlato di questo accordo rinnovato come di “una pratica vivida per costruire un nuovo tipo di relazioni internazionali” e che “non importa quanti ostacoli debbano essere superati” perché quello che stiamo vivendo, a detta del presidente cinese, è un periodo che si prospetta caratterizzato da “molteplici crisi”. Parole che ha condiviso anche Putin, il quale ha sottolineato come si tratti di “un meccanismo a più livelli di coordinamento bilaterale che non ha analoghi nella pratica mondiale”. Cina e Russia, secondo il presidente della Federazione russa, possono giocare un ruolo di “stabilizzatori” di varie crisi internazionali.

Cina e Russia si avvicinano, dunque. Ancora. Ed è un messaggio che non può essere sottovalutato soprattutto se inserito nel delicato contesto internazionale in cui viene realizzato l’accordo. Specialmente a livello di tempistiche.

Dopo l’incontro tra Joe Biden e Vladimir Putin sembrava che tra Occidente e Mosca si iniziasse finalmente a dialogare evitando di costruire muri tra due blocchi, ma l’ultima mossa dell’Unione europea, cioè quella di bocciare l’intesa franco-tedesca su un nuovo dialogo con la Russia, ha messo la parola fine (per adesso) alla prima timida stagione di disgelo dell’era Biden. Una mossa che non è piaciuta ad Angela Merkel e nemmeno a Emmanuel Macron, convinti che quello fosse l’inizio per dimostrare autonomia strategica dell’Europa rispetto al mondo e soprattutto la conferma della forza ancora trainante dell’asse tra Francia e Germania.

Così non è stato. L’Unione europea ha mostrato ancora una volta di non avere particolare voglia di parlare a una sola voce e di riaprire il canale con la Russia. E mentre Germania e Francia costruiscono nuove relazioni con il Cremlino (soprattutto Berlino attraverso il Nord Stream 2), Putin si rivolge ancora una volta verso l’Oriente, con Xi Jinping che riallaccia i fili dell’asse asiatico dopo che Biden aveva fatto intendere di voler parlare con il presidente russo come avversario riconosciuto e non più come partner secondario di questo immenso sistema politico, militare ed economico. Uno stop che ha messo per ora nel cassetto i sogni di una nuova possibile svolta in stile “Pratica di mare” di italiana memoria.

Per Putin e Xi il segnale è doppio. E non per questo per necessariamente identico. Da parte russa, il capo del Cremlino ha voluto dimostrare, dopo il vertice con il leader della Casa Bianca, di non essere legato ad alcuno schema ideologico. Putin si sente libero di parlare a Occidente e Oriente e, se non accetta di essere scalzato come leader di una superpotenza, dall’altro non può certo mostrarsi troppo accondiscendente verso le richieste Usa di un progressivo sganciamento dal vicino cinese. E di certo il passaggio della nave britannica davanti alla Crimea così come lo stop all’iniziativa europea per un vertice con Mosca non possono essere considerati gesti di apertura verso la Federazione, che già di per sé fatica ormai a trovare un vero approccio propositivo verso l’Occidente. Insomma, l’impressione è che Putin abbia voluto far capire dopo questi incidenti e soprattutto a poche ore dal vertice del G20 che la Russia è un Paese con una linea strategica chiara e una politica estera che non si piega al duopolio sino-americano.

Da parte cinese, il segnale è altrettanto chiaro. Xi ha bisogno di far capire agli Stati Uniti di non avere subito alcun tipo di stop diplomatico in questi mesi. E se la nuova presidenza americana ha organizzato il vertice con Putin e riaffermato la compattezza del G7 e della Nato proprio contro Pechino, il leader cinese può serenamente mostrare di avere rapporti talmente ottimi con il Cremlino da blindare accordi di fondamentale importanza e tali da poterli definire fattori di stabilizzazione mondiali. Pechino lancia quindi un segnale di dialogo con Mosca ma anche un avvertimento a Washington, manifestando in realtà quel pericolo temuto da molti, e cioè che l’orbita cinese abbia ormai inglobato la Russia e che Mosca sia sempre più rivolta verso l’area asiatica che quella europea. Un blocco geograficamente immenso e in cui capitali e tecnologia cinese si uniscono alla forza militare e alla proiezione strategica russa.

Per gli Stati Uniti è chiaro che questo rinnovo degli accordi di cooperazione sia un campanello d’allarme. Ma lo è soprattutto per l’Europa, che dopo il fallimento del primo tentativo di dialogo con la Russia e dopo aver confermato l’adesione alla linea anti-cinese imposta da Washington, si trova ora ad avere problemi contemporaneamente con Mosca e con Pechino. Il flop dell’intesa franco-tedesca ribadisce il gelo nei rapporti euro-russi che ricorda la stagione che ha allontanato definitivamente Putin dall’Occidente. Mentre dal punto di vista dei rapporti con la Cina, anche la mancata presenza fisica di Wang Yi per il G20 (il ministro sarà solo in collegamento video) è un segnale che qualcosa è cambiato nei rapporti tra Vecchio Continente e antico Impero di Mezzo. L’Ue rischia di aver commesso un nuovo errore sulla via dell’autonomia strategica. E questo allineamento russo-cinese sarà fondamentale non solo in Asia, ma anche in Africa, vero banco di prova dell’Unione europea nel mondo.

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