La telefonata tra Putin e Trump ha tenuto il mondo col fiato sospeso. Il partito della guerra, in affanno in America ma fortissimo in Europa, aveva fatto pressioni perché il presidente americano ponesse un ultimatum allo zar sul cessate il fuoco, in linea con quello lanciato da Kiev, a inizi maggio, da Macron, Merz e Starmer (e Zelensky), ma non l’ha fatto.
Da qui la delusione dei “volenterosi” europei e di liberal e neocon Usa e le critiche feroci a Trump che si sarebbe piegato alle richieste di Putin. In realtà, Trump ha semplicemente proseguito sulla sua linea, ignorando l’ultimatum dei “volenterosi”, come ha fatto Putin quando ha lanciato l’idea del negoziato di Istanbul.

I due presidenti si sono detti soddisfatti della telefonata ed è da presumere che abbiano parlato di tante cose, essendo rimasti al telefono per oltre due ore. Cosa si siano detti non è dato sapere, dal momento che non ci sono comunicati ufficiali, ma solo le loro scarne dichiarazioni.
Putin ha ribadito la sua gratitudine al presidente americano per aver riallacciato i rapporti e per la spinta per la pace, oltre a ribadire che per arrivare alla pace devono essere rimosse le cause che hanno dato inizio alle ostilità, aprendo alla possibilità di un cessate il fuoco se ci sarà un accordo.
Più interessante il post di Trump, non tanto sul contenuto dei colloqui, che ha definito “eccellenti” per tono e spirito, quanto ha elencato le persone chiamate dopo la conversazione con Putin: “il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, il Presidente francese Emmanuel Macron, il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz e il Presidente finlandese Alexander Stubb”.
Dove l’aspetto interessante è chi non ha chiamato: il premier britannico Keir Starmer. Assenza sottolineata dalla presenza del presidente finlandese, al quale evidentemente Trump ascrive maggiore importanza…
Un particolare che dice tutto: il presidente americano sa perfettamente che la Gran Bretagna sta tentando in tutti i modi di sabotare il processo di pace e sta tentando di lavorare affinché i leader della Ue abbandonino l’oscura fascinazione londinese in favore della distensione.
Di interesse anche la conclusione del suo post: “Il Vaticano, rappresentato dal Papa, ha dichiarato di essere molto interessato a ospitare i negoziati. Che il processo abbia inizio!”. Ora, che i negoziati si tengano a Istanbul o in Vaticano poco cambia, l’importante è che abbiano successo.
Ma in tal modo Trump ha inteso affidare un ruolo al Vaticano, luogo nel quale è iniziato il suo pressing per un accordo tramite il faccia a faccia con Zelensky. Se la pace fiorisse davvero nella Santa Sede, la Chiesa ne guadagnerebbe in prestigio; inoltre, ha detto al mondo che il fatto che il Papa sarebbe un suo antagonista per via della politica sui migranti e altro è un’emerita sciocchezza (peraltro, nessun Papa potrebbe essere favorevole a tale politica); infine ha offerto alla Russia una finestra di opportunità per una distensione con l’Europa: il solo fatto che una delegazione russa possa sbarcare a Roma senza suscitare la feroce ostilità ideologica creata ad hoc dalla narrazione ufficiale aiuterebbe in tal senso.
Detto questo, è da vedere se davvero il Vaticano avrà un ruolo. Da notare, inoltre, che Roma ospita anche i colloqui tra Stati Uniti e Iran sul nucleare: evidentemente Trump – in combinato disposto con Putin – ascrive alla città eterna un ruolo non secondario nel suo tentativo di addivenire a una distensione internazionale tanto sfuggente quanto urgente.
Resta da vedere se davvero il “processo” di pace avrà inizio (di interesse notare anche che è la prima volta che Trump usa l’espressione “processo” per riferirsi ai negoziati al posto delle precedenti locuzioni più tranchant e a effetto: evidentemente qualcuno gli ha spiegato che i negoziati sono qualcosa di complesso e dai tempi incerti).
Nonostante Trump nel suo post abbia ostentato ottimismo, resta l’incertezza, come peraltro ha palesato nelle dichiarazioni successive accennando che forse solo tra “due settimane” potrà rispondere se alla fine l’incendio potrà essere domato o meno.

Comunque la conversazione con Putin dimostra che Trump sta tenendo ferma la barra del timone sull’apertura alla Russia, a differenza del primo mandato quando le sue aperture allo zar venivano affossate in breve tempo dai suoi nemici interni.
Interessante anche quanto rileva Strana, che spiega come Zelensky, sebbene prono al “partito della guerra” sia costretto a negoziare perché non può rompere con Trump: troppo vitale l’aiuto americano per proseguire il conflitto.

Sempre da Strana: “Un’altra possibile mossa del gruppo di sostegno all’Ucraina e del ‘partito della guerra’ occidentale per interrompere i negoziati è quella di far approvare dal Congresso, senza il consenso di Trump, un disegno di legge che imponga dazi secondari del 500% sulle esportazioni russe” [norma proposta da 50 senatori guidati dal solito neocon Lindsey Graham].
“Ci sarebbero abbastanza voti per approvarlo, perché lo voterebbero tutti i democratici e alcuni repubblicani. Ma Trump potrebbe porre il veto. E sicuramente non ci sarebbero abbastanza voti per superare il veto. Peraltro, se la Casa Bianca si pronunciasse fermamente contro tale piano, potrebbe non essere nemmeno sottoposto a votazione”.
“In generale, oggi è stato compiuto un passo avanti perché la questione di una soluzione pacifica della guerra venga risolta tramite negoziati diretti tra Ucraina e Russia. Tuttavia, questo processo potrebbe non essere rapido. E le condizioni finali per porre fine alla guerra dipenderanno dalla situazione sul campo di battaglia”.
“Ma in ogni caso la porta per una soluzione pacifica resta aperta. Il rischio di un’escalation, che diventerebbe reale in caso di fallimento dei negoziati e di ultimatum con sanzioni e misure di ritorsione contro la Federazione Russa, è stato notevolmente ridotto. Almeno per ora“. In parole povere, il piano dei “volenterosi” per rilanciare l’opzione terza guerra mondiale, che ha preso forma con l’ultimatum contro Mosca lanciato dai leader europei da Kiev a inizi di maggio, è stato risposto nel cassetto. Per ora.

