In certo establishment americano di sponda democratica lo spauracchio del Russiagate è sempre vivo, così come l’ossessione delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali statunitensi. Senza presentare uno straccio di prova a sostegno delle sue affermazioni, l’ex sottosegretario di Stato Victoria Nuland, diplomatica di lunga data e moglie del pensatore neocon Robert Kagan, in un’intervista con Rachel Maddow di MSNBC, ha espresso preoccupazione sul possibile ruolo di Elon Musk e Vladimir Putin nel favorire la rielezione di Donald Trump. Secondo Nuland, Putin “ci sta riprovando” con strumenti ancora più sofisticati, tra cui la piattaforma di Musk, X (ex Twitter).
Ha sottolineato che, nel 2020, le piattaforme social collaboravano attivamente con il Governo statunitense per moderare i contenuti e rilevare possibili interferenze in tempo reale. Oggi invece, secondo Nuland, Musk avrebbe un contatto diretto con il Cremlino, facilitando la diffusione di “messaggi russi” con ampia visibilità prima che possano essere monitorati. Nuland ha inoltre dichiarato che Trump starebbe apprendendo dai “modi autocratici di Putin e di altri leader nel mondo”. Maddow ha inoltre aggiunto che, con un’eventuale vittoria dell’ex presidente, gli Stati Uniti rischierebbero di passare dal ruolo di leader del mondo libero a una sorta di “Asse” con stati autoritari come Russia, Cina e Corea del Nord, rompendo le tradizionali alleanze.
I dem giocano la carta del Russiagate
Dopo aver perso – a sorpresa – le elezioni presidenziali del 2016, l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton accusò Donald Trump di essere “colluso” con il Cremlino. Dopo due anni e mezzo, l’indagine del Procuratore speciale Robert Mueller – voluta dai democratici – stabilì che non vi era alcun tipo di collusione tra la Campagna di Trump e Mosca e che le accuse di Clinton e dem non avevano alcun fondamento. Nell’orchestrare quella grande bufala che prese il nome di “Russiagate”, Victoria Nuland – che di “ingerenze straniere” se ne intende eccome, vedi Euromaidan – ebbe un ruolo di primo piano. L’ambasciatrice Usa è infatti associata al controverso”dossier Steele”, un insieme di rapporti non verificati redatti dall’ex agente dell’intelligence britannica Christopher Steele. Tale dossier, finanziato in parte dalla campagna di Hillary Clinton e dal Partito Democratico attraverso la società di ricerca Fusion GPS, conteneva false informazioni e speculazioni non verificate sui presunti legami tra Trump e la Russia.
Sebbene molte delle affermazioni contenute nel dossier si sono rivelate totalmente infondate, se non inventate di sana pianta, il documento ha giocato un ruolo significativo nel dare avvio alle indagini dell’FBI su possibili collusioni tra Trump e Mosca. Cosa c’entra, dunque Victoria Nuland? Come funzionario del Dipartimento di Stato, ha facilitato il passaggio di questo dossier all’FBI, autorizzando nel luglio 2016 un incontro tra Steele e un agente federale. Questo incontro ha costituito un passo iniziale fondamentale nello “scandalo Russiagate”, che ha visto protrarsi per anni indagini e speculazioni su presunte interferenze russe nelle elezioni Usa.
Nuland rispolvera l’isteria delle interferenze russe
L’ex sottosegretario evita di citare il rapporto conclusivo dell’indagine di Robert Mueller sul Russiagate, che respinse l’idea che la campagna di Donald Trump per le elezioni presidenziali del 2016 avesse cospirato con il Governo russo per danneggiare Hillary Clinton tramite la diffusione di email del Partito Democratico. Mueller non ha trovato prove di alcuna collusione tra la campagna di Trump e Mosca: episodi chiave come l’incontro alla Trump Tower, i tentativi falliti di costruire una Trump Tower a Mosca, e le comunicazioni tra Paul Manafort e il consulente politico russo Konstantin Kilimnik si sono rivelati privi di legami con il Cremlino. Mueller ha quindi concluso che nessun membro della campagna di Trump ha cospirato con Putin, e nessun cittadino americano è stato incriminato per aver collaborato con Mosca per influenzare le elezioni ma per altri capi d’imputazione.
Non solo. In una testimonianza del 2017 al Congresso, Shawn Henry, presidente della società di sicurezza informatica CrowdStrike (assunta dalla Campagna di Clinton) ammise di non aveva trovato prove conclusive di dati trasferiti dalla Russia dai server del Comitato Nazionale Democratico (DNC). Le famose e-mail di Hillary Clinton poi diffuse da WikiLeaks. CrowdStrike era stata ingaggiata dal DNC per investigare sul presunto hacking russo durante le elezioni del 2016, e le sue analisi avevano portato inizialmente a dichiarazioni pubbliche su un coinvolgimento russo. Tuttavia, Henry ammise che la società non poteva verificare che i dati fossero stati effettivamente estratti dai server e inviati alla Russia.
L’ipocrisia della diplomatica Usa
Che Nuland parli di ingerenze poi è davvero curioso. Durante la sua lunga carriera, Nuland ha “galleggiato” tra democratici e repubblicani ricoprendo sempre ruoli di primo piano: fu consigliere per la sicurezza nazionale di Dick Cheney nei primi anni della guerra in Iraq e ambasciatrice degli Stati Uniti presso la NATO sotto George W. Bush, promuovendo l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza nonostante l’opposizione di Germania e Francia al summit di Bucarest del 2008. Come Assistente Segretario di Stato per l’Europa sotto Obama, Nuland fu coinvolta, nel 2014, nelle proteste di Maidan a Kiev, durante le quali apparve in foto mentre distribuiva cibo ai manifestanti. In Europa la ricordiamo soprattutto quando, nello stesso periodo, in una telefonata trapelata, usò l’espressione “f**k the EU” (“al diavolo l’UE”) per indicare il disappunto verso l’approccio cauto e meno interventista dell’Europa nella gestione delle tensioni in Ucraina durante le proteste di Maidan, che miravano a rimuovere il presidente “filorusso” Viktor Yanukovych. Ma evidentemente ci sono ingerenze buone e meno buone.

