L’emergere e l’acuirsi, a partire dal 2013, della crisi geopolitica in Ucraina e la parallela crisi di legittimità politica di un’Unione europea vassallo e colonia, a livello geopolitico, militare, economico e finanche filosofico, degli Usa dopo il 1945, hanno radicalizzato una tendenza politica e culturale in qualche modo presente in Europa sin dalla seconda metà degli anni Ottanta del XX secolo, ossia, all’incirca, dal momento del definitivo approdo del capitalismo relativo (fordista-keynesiano) alla sua fase speculativa, assoluta e totalitaria (ovvero, di mercificazione, di liberalizzazione e di virtualizzazione consumistica compulsiva).La tendenza sopradescritta consiste nel sostanziale rifiuto, più o meno riflessivo, più o meno istintivo, da parte di settori significativamente ampi delle classi popolari e dei ceti medi autoctoni dei Paesi della Ue nei riguardi della summenzionata logica di riproduzione unitaria del capitalismo come “fatto sociale” totale, ossia culturalmente di sinistra (cosmopolitica), politicamente di centro (luogo della mediazione tra interessi oligarchici contrapposti e fulcro dell’attuale modello totalitario dell’alternanza unica tra liberali di centrodestra pro-Ue e liberali di centrosinistra pro-Ue) e solo economicamente di destra (neoliberista).La fine delle antitesi classiche novecentesche (destra/sinistra, borghesia/proletariato, fascismo/antifascismo, comunismo/anticomunismo) ha facilitato l’affermazione di una nuova contrapposizione in qualche modo “bipolare” all’interno dello scenario politico europeo (e non solo, basti osservare l’attuale dibattito per le candidature alle presidenziali statunitensi dell’autunno 2016), basata sulla dicotomia globalisti/sovranisti.La risposta identitaria dei ceti popolari e dei residuali settori della borghesia tradizionale deprivati di soggettività politica propria, ossia di rappresentanza nell’ambito di un sistema di riproduzione capitalistica che ha nel superamento dello Stato nazionale, dell’idea stessa di limite, di frontiera e di comunità tradizionale la propria principale ragion d’essere, è stata quella di separarsi definitivamente da una sinistra divenuta organicamente la sponda politica privilegiata delle nuove classi medie cosmopolite e culturalmente liberali, per orientare la propria scelta elettorale in direzione di movimenti e partiti semplicisticamente e sprezzantemente definiti, dal clero universitario politicamente corretto e dal “circo mediatico” liberal e radical-chic, «nazional-pupulisti», «antisistema» e di «estrema destra».La pubblicistica “liberal-progressista” ha stigmatizzato con forza, sin dai primi anni Novanta del XX secolo, ogni tentativo di ridefinizione su basi nuove, politicamente orientate al superamento della dicotomia sinistra/destra (1789-1989), dei precedenti equilibri di forze e di culture esito della Modernità europea. Nell’epoca del capitalismo assoluto, della società dello spettacolo e del divorzio tra la critica artistica del capitalismo (esercitata dagli intellettuali, bohémien nell’Ottocento, beat, hippy e, successivamente, bobo-chic nel Novecento) e la critica economico-sociale del capitalismo (esercitata dalle classi subalterne, popolari), con la critica artistica degli intellettuali integrata negli attuali processi di liberalizzazione capitalistica dei costumi e dei desideri consumistici individuali, nonché di aperta femminilizzazione delle élites e dell’immaginario collettivo dei ceti medi, le classi popolari, un tempo elettrici dei partiti di sinistra, private del patto d’alleanza che le legava con gli intellettuali d’avanguardia (trasmigrati sulla sponda politica opposta, ossia della summenzionata integrazione nell’alveo delle dinamiche di riproduzione neocapitalistica), hanno radicalizzato i propri (comprensibili) precedenti sospetti nei confronti del liberalismo culturale e del cosmopolitismo apertamente professati dall’intellighenzia, cercando una più credibile sponda politica nel novero di movimenti che «in nome dell’antiamericanismo e del rifiuto della società liberale rispolvera[no] i vessilli della nazione, dell’identità, della sovranità e della tradizione», ossia che oppongono valori di riferimento conservatori all’egemonia di un capitalismo fondato su valori di sinistra (pensiero unico liberal-progressista).Un documento del partito russo Rodina (Madrepatria), un soggetto politico «con un orientamento economico di sinistra (socialista) e un orientamento politico di destra (nazionalista)», ha addirittura parlato della possibile nascita di una «Quarta Internazionale Nazional-Patriottica» avente lo scopo di riunire in un unico «Forum Nazionale Russo» ed Eurasiatico i soggetti politici e sociali marginalizzati e delusi dai processi di globalizzazione.Il filosofo francese Jean-Claude Michéa ha pronunciato parole molto indicative, che vale la pena riportare, in merito alla definitiva separazione, nel novero di una società liberale individualizzata di consumatori, post-industriale e postmoderna, tra la sinistra (parte politica «integrata nella società capitalista, non nelle vesti di una mera sovrastruttura culturale, ma come una forza propulsiva e innovativa essenziale al progresso illimitato della società capitalista») e le classi popolari, a tutto vantaggio delle formazioni di orientamento “populista”, fautrici di una critica nazionalista del capitalismo globalizzato che, sebbene in maniera non del tutto priva di elementi di criticità, sostituisce, integra e innova la precedente critica artistica e libertaria del capitalismo relativo (una critica, quest’ultima, consapevolmente e coerentemente, con i propri postulati culturali di riferimento, confluita nelle dinamiche di liberalizzazione del capitalismo contemporaneo): «La sinistra non solo difende ardentemente l’economia di mercato, ma, come già sottolineava Pasolini, non smette di celebrarne tutte le implicazioni morali e culturali. Per la più grande gioia di Marine Le Pen, la quale, dopo aver ricusato il reaganismo del padre, cita ormai senza scrupoli Marx, Jaures o Gramsci! Ben inteso, una critica semplicemente nazionalistica dal capitalismo globale è necessariamente incoerente. Ma purtroppo oggi è la sola […] che sia in sintonia con quello che vivono le classi popolari».Nel contesto politico e culturale sopradescritto, va da sé che oggi, nei Paesi della Ue, siano i partiti e i movimenti a vario titolo nazional-conservatori a simpatizzare apertamente per la causa geopolitica (anticoloniale) e politico-culturale (antimondialista) inverata dalla Russia cosiddetta “di Putin”. La Russia, o meglio, l’idea nazionale russa, sintetizzata da Vladimir Putin nel sostantivo «patriottismo», è infatti percepita, non a torto, da questi attori politici, come una sorta di contraltare all’odierno “cocacolonialismo” americanocentrico, basato sulla cultura liberale con pretese d’influenza politica di massa, sull’egemonia dello stile di vita “neoedonistico” della new global middle class (eterogenea espressione sociologica della società dello spettacolo) e sulla disarticolazione consumistica di ogni legame e abitudine tradizionale. Scrive infatti a riguardo Stefano Arcella: «La stessa legislazione contraria alla propaganda dei gay, il rifiuto di Putin a dare i bambini russi in adozione alle coppie gay in Occidente, il forte richiamo alla tradizione religiosa russo-ortodossa, l’opposizione al “politicamente corretto”, sono tutti fatti politici sintomatici di un risveglio dell’anima russa, quella antica, interpretata e sentita da Dostoevskij».Negli anni centrali del Novecento una parte della sinistra in Europa difendeva l’internazionalismo comunista, fattosi in qualche modo Stato nell’Unione Sovietica, in quanto tale sinistra “di classe” aderiva all’utopia dell’universalismo cosmopolitico dell’emancipazione (attraverso la proletarizzazione forzata della società) quale fattore di opposizione a un capitalismo “produttivistico” e a una società a direzione ideologica borghese percepiti dai progressisti come “soggetti economici e politici della reazione e della conservazione”.Oggi la sinistra, vettore politico di riproduzione di una società pressoché interamente postborghese (e postproletaria), condanna apertamente, in nome della propria connaturata vocazione al cosmopolitismo (in passato di matrice comunista, attualmente di ispirazione liberale), i cardini culturali del patriottismo anticoloniale (e per certi aspetti eurasiatista) russo, sprezzantemente denunciati come «omofobia, guerra agli immigrati, difesa a oltranza della cristianità ortodossa e dei valori tradizionali, mito dell’uomo forte, politica estera anti-occidentale e anti-americana, rigetto del neoliberismo selvaggio e, last but not least, evocazione del mito euroasiatico di un’unica nazione dalla Bretagna alla Siberia».Nell’ambito di una società postborghese di liberalizzazione compulsiva dei consumi e dei costumi e di apertura indiscriminata delle frontiere (etiche e nazionali), le seguenti parole di Vladimir Putin non possono che essere stigmatizzate da una sinistra cosmopolitica neocoloniale interprete delle politiche di liberalizzazione di cui sopra e apprezzate da una destra nazional-conservatrice che invece afferma come «gli Stati-Nazione devono riprendersi ciò che è stato loro tolto, perché le politiche omologanti penalizzano gli Stati più deboli»: «Oggi ci occorrono nuove strategie per preservare la nostra identità in un mondo che cambia rapidamente […]. E’ evidentemente impossibile andare avanti senza autodeterminazione spirituale, culturale e nazionale». Soltanto contestualizzando l’attuale inversione dei poli ideologici e politici nel novero di un modello anonimo e impersonale di riproduzione capitalistica da analizzare e interpretare come “fatto sociale” totale è possibile respingere la semplificazione mediatica di chi afferma che «il gran lavorio internazionale dell’ideologo del neoeurasismo russo Aleksandr Dugin ha dato i suoi frutti e adesso sono in tanti i simpatizzanti più o meno dichiarati della destra fascista o nazista a guardare con ammirazione allo “zar” Putin».Nel marzo 2015 il partito patriottico e di sinistra russo Rodina, «guidato dal vicepremier Dmitrij Rogozin e fondato da Aleksej Zhuravlev», deputato di Russia Unita, organizzò, a San Pietroburgo, il primo “Forum conservatore internazionale russo”, cui parteciparono determinati esponenti di partiti nazional-conservatori di destra europei (British National Party, Ataka, Npd, Jobbik, Forza Nuova, ecc.). Rodina è un partito di sinistra, dove militano e hanno militato esponenti politici russi di provata fede antifascista, provenienti dalle fila del Partito comunista dell’Unione Sovietica, come gli economisti Dmitrij Rogozin (vicepremier federale), Sergej Glazev (consigliere di Vladimir Putin), Sergej Baburin (rettore della Facoltà di Economia all’Università Statale di Mosca) e Viktor Geraschenko (già governatore della Banca centrale russa) e i generali Georgij Shpak, Valentin Varennikov (capo di Stato Maggiore dell’Esercito e viceministro della Difesa dell’Urss tra il 1989 e il 1991) e Igor Rodionov (ministro della Difesa nel 1996-’97).Il simbolo di Rodina è la Stella Rossa di sovietica memoria. L’adesione dei summenzionati partiti nazional-conservatori e di destra europei a un convegno organizzato da Rodina è interessante perché indicativo di come tali soggetti politici possano (auspicabilmente) maturare una ridefinizione ideologica del loro precedente approccio radicalmente anticomunista e per alcuni aspetti russofobico alle tematiche concernenti la storia della civiltà russa e dell’Unione Sovietica stessa e non può pertanto in alcun modo essere despecificato sotto l’infamante etichetta di «Internazionale Nera».Il movimento ungherese Jobbik, in particolare, si distingue per il proprio rivendicato eurasiatismo, il Front National di Marine Le Pen non è in alcun modo un partito fascista come affermano i suoi detrattori, ma un soggetto politico neoperonista con aperti richiami alla migliore tradizione gollista e lo Ukip britannico è un movimento conservatore, con spiccati accenti libertari, che afferma semplicemente il seguente dato di fatto: «Molti partiti rivogliono la capacità di controllare le proprie leggi, i loro soldi, i loro confini e il loro destino. Ritengono che poter decidere per sé sia fondamentale». Ironia della sorte, tra le schiere di questa fantomatica «Internazionale Nera» pro-Putin troverebbe posto, secondo i media liberali di sinistra, anche un politico e uomo di Stato di orientamento socialdemocratico (sebbene moderatamente patriottico), come il presidente ceco Milos Zeman. Infine, va ricordato che il fascismo europeo novecentesco è terminato nel 1945.In Italia, negli anni Novanta del XX secolo, la media intellettualità politically correct inalberava il refrain consistente nell’ossessiva verifica mediatica, a scopo meramente diversivo, del tasso di adesione ai “valori democratici” dei postfascisti di Alleanza nazionale (da anni ormai approdati alle soglie del campo liberale sistemico) mentre, nello stesso torno di tempo, i sedicenti liberali, “laburisti” e “socialisti” Bill Clinton, Massimo D’Alema e Tony Blair (quest’ultimo, per la pubblicistica di sinistra, semplicemente “The Boy”…), tra gli applausi scroscianti di detta intellighenzia “progressista” e “antifascista”, bombardavano, uranizzavano e squartavano in vari monconi sanguinanti la Serbia, con il pretesto di “ripristinare” i “diritti umani violati” dal “regime di Milosevic”.Nel 2016, i giornali e i politici liberali di sinistra che parlavano di “Internazionale Nera” pro-Putin erano gli stessi che, appena cinque anni prima, invocavano la guerra “umanitaria” della Nato per riservare, alla Libia, il “trattamento speciale” imposto, a suon di bombe ed embarghi, nel 1999 alla Jugoslavia e alla sua popolazione. La cultura di sinistra, liberale, radicale e postmoderna, stante i dati di fatto sopra riportati, non ha pertanto le “carte in regola” per affibbiare patenti di “legittimità democratica” e “antifascista” a chicchessia.Il fascismo non è stato una rivolta di élites ma, come spiega Costanzo Preve, «un vasto e contraddittorio movimento dei ceti medi e della piccola borghesia tradizionale contro la proletarizzazione, rappresentata simbolicamente dalla minaccia del bolscevismo russo». Una vera e propria rivolta delle élites è invece in corso, in Europa e negli Usa, «a partire dal 1980».Questa rivolta delle élites «è prevalentemente di “sinistra”» e «si basa […] sul controllo di uno spazio economico globalizzato». Questa rivolta delle élites a copertura ideologica di sinistra («postmoderno, Lyotard, Bobbio, Rawls, Habermas […]») si avvale del sostegno politico dei «ceti di sinistra postmoderni», di cui il sociologo Christopher Lasch aveva precocemente diagnosticato «la natura narcisistica». Tale rivolta delle élites «è anche stata una risposta preventiva all’incipiente sfida delle nuove classi capitalistiche della Cina, dell’India, della Corea e del Brasile», nonché della Russia, ritornata, con Putin, a esercitare un ruolo di attore geopolitico globale di primo piano. In questo senso, nell’era del liberalismo realmente esistente (esplicitato nella strategia neocon di Project for a New American Century), l’acritica demonizzazione mediatica di una serie di convegni organizzati a San Pietroburgo in nome e per conto della volontà patriottica russa di resistere alle ambizioni neocoloniali occidentali, insistendo sullo spauracchio di possibili “rigurgiti reazionari” e “neofascisti” eterodiretti dalla Russia per “destabilizzare dall’interno” le (in verità sin troppo vezzeggiate) “democrazie liberali” europee significa, de facto, rinunciare a qualsivoglia profondità analitica per accovacciarsi tra le folte schiere dei «tuttologi chiacchieroni che si limitano a denunciare forze anonime e impersonali e non indicano mai con il dito gli oligarchi che ci dominano».