Vladimir Putin è colui che ha assunto il potere all’apice della stagione di turbolenze sociali ed economiche che scossero la Federazione russa a cavallo fra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. A lui il merito di aver salvato il Caucaso settentrionale e la regione del Volga dalla deflagrazione, ponendo fine ad un decennio di insurgenza e terrorismo, di aver riportato l’economia sul viale della crescita e, soprattutto, di aver reintrodotto la Russia nell’alveo dei grandi protagonisti delle relazioni internazionali.

Figura tanto affascinante quanto divisiva anche all’interno della stessa Russia, Putin verrà ricordato dai posteri per una moltitudine di ragioni: da quelle menzionate poc’anzi all’aver restituito Mosca al proprio legittimo destino, cioè quello di essere la Terza Roma, passando per l’onere di aver dovuto affrontare il risveglio dal sonno della guerra fredda con l’Occidente. In quest’ultimo caso, a lui il riconoscimento per aver evitato che la Siria della famiglia Assad e il Venezuela di Nicolas Maduro seguissero il fato dell’Iraq di Saddam Hussein e della Libia di Mu’ammar Gheddafi, ma a lui anche una serie di gravi responsabilità: dalla “perdita” dell’Ucraina alla caduta del monopolio russo sull’intero spazio postsovietico.

Numeri e fatti dissonanti alla mano, la domanda sorge spontanea: Putin, già soprannominato “lo zar” dalla grande stampa occidentale, verrà ricordato dai posteri come un padre fondatore alla Pietro il Grande o come una vittima del fato alla Alessandro II? Nell’impossibilità di prevedere il futuro, cerchiamo di apprendere dal passato e di leggere il presente: questo è quanto accaduto durante l’era Putin tra Bielorussia e Asia centrale.

Perché Lukashenko è un problema per Mosca

La Bielorussia può essere considerata la porta settentrionale della Russia per considerazioni di tipo geografico. La situazione politica bielorussa, però, è molto diversa rispetto a quella ucraina e/o moldava. Il Paese è retto da Aleksandr Lukashenko sin dal 1994, anno in cui si tennero le prime elezioni democratiche. Il presidente, diventato un autocrate, in quasi trent’anni di regime ha dimostrato di avere un atteggiamento ondivago nei confronti sia della Russia sia dell’Occidente, ed in particolare con la Nato.

I rapporti tra Minsk e Bruxelles risalgono, com’è logico, ai primi anni dal termine della Guerra Fredda: la Bielorussia, infatti, aveva aderito al programma Partnership for Peace nel gennaio 1995, mentre, dal 1998, ha aperto una missione permanente presso la sede dell’Alleanza Atlantica, comprendente due rappresentanti del ministero della Difesa. Erano altri anni: nel 1998 persino la Russia era vicina ad entrare nella Nato, essendo stato stabilito il Nato-Russia Permanent Joint Council.

Nel 1999 la Polonia (insieme ad Ungheria e Repubblica Ceca) entra ufficialmente nell’Alleanza dopo un iter durato anni; nel 2004 tocca ai Paesi Baltici e così la questione geografica ritorna ad essere un fattore strategico per Minsk che si trova con più di 1200 chilometri di confine condiviso con Paesi appartenenti alla Nato. Questa espansione ad Est dell’Alleanza Atlantica ha funto da fattore scatenante dell’incrinatura dei rapporti tra l’Occidente e la Russia, con quest’ultima costretta ad affrontare una crisi di (s)fiducia nel seno della Comunità degli Stati Indipendenti, che avrebbe dovuto garantire la “sfera di influenza russa” ma che presto si sbriciolò: l’attuale situazione dell’Ucraina, e anche la questione delle Georgia, già analizzate, sono lì a dimostrarlo.

Più di recente, a gennaio 2020, la Bielorussia di Lukashenko aveva avviato negoziati con la Nato che vertevano sulla sua possibile partecipazione a esercitazioni militari congiunte per il mantenimento della pace. “Per quanto riguarda le manovre congiunte con la Nato, non si tratta di preparazione, ma del processo di negoziazione”, aveva affermato alla Tass il dipartimento della Difesa di Minsk.

I rapporti tra Bielorussia e Russia, infatti, non sono stati propriamente idilliaci nel corso di questi ultimi anni, anzi, hanno dimostrato una certa e malcelata “insofferenza” di Minsk verso le politiche accentranti del Cremlino. Al netto delle esercitazioni congiunte che venivano e vengono tutt’ora effettuate periodicamente con Mosca, Minsk ha dimostrato di avere un forte sentimento indipendentista che spesso cozza con la volontà russa di ricondurla in seno alla “madre patria slava”.

Si ricorda, ad esempio, le prese di posizione di Lukashenko in favore di Kiev de dicembre 2019 proprio davanti alla stampa russa accusata, in quell’occasione, di essere faziosa perché dipinge, secondo lui a torto, i dirigenti ucraini come nemici; sempre Lukashenko non esitò ad accusare Mosca di mirare ad annettere Minsk usando le forniture di petrolio e gas, finora vitali per il Paese, come strumento di ricatto. E precisando, ad ogni buon conto, che per Minsk “la sovranità è sacra”. Un rapporto che sino all’estate del 2020 si poteva definire “di amore e odio” quindi, quello tra le due capitali, sebbene risulti naturale che la Bielorussia, per questioni storiche, culturali e soprattutto strategiche, sia legata a doppio filo alle sorti della Russia, e viceversa.

Le sommosse generate dall’esito delle elezioni dello scorso agosto, in cui Lukashenko è risultato ancora una volta vincitore, hanno però mutato questo quadro. Minsk ha avanzato pesanti accuse di interferenze esterne occidentali, in particolare polacche, che avrebbero fomentato le rivolte. Il palese sostegno di Unione europea, Nato e Stati Uniti alla leader dell’opposizione (ora esule) Svetlana Tikhanovskaya, ha poi spinto ulteriormente Lukashenko verso il Cremlino, anche al netto dei palesi tentativi di infiltrazione russi nel Paese per cercare di guidare il contrasto alle rivolte ma non solo: risulta, infatti, che Mosca gradirebbe soppiantare l’autocrate bielorusso attraverso il sostegno ad una opposizione più democratica ma controllata da Mosca, appunto perché il personaggio è ormai troppo compromesso sul piano internazionale ed un suo aperto sostegno – che Mosca è obbligata a fare per le ragioni sin qui espresse – attirerebbe ulteriori strali da parte delle democrazie occidentali.

Nonostante le palesi dichiarazioni del Cremlino in difesa di Minsk, arrivando al punto di sostenere un possibile intervento militare diretto qualora Lukashenko venisse soppiantato con una rivoluzione simile a quella Arancione o delle Rose, ci sono evidenze che comunque Mosca mal sopporti la presenza di Lukashenko, troppo incline a “colpi di testa” e poco “fedele” ai dettami russi, e lo ritenga, viste le contingenze, un male necessario, magari temporaneo, per evitare che la Bielorussia faccia la fine dell’Ucraina.

L’Asia centrale

L’estinzione dell’Unione Sovietica ha avuto ripercussioni epocali sul piano delle relazioni internazionali: non soltanto ha determinato la fine della Guerra fredda, ma ha riscritto profondamente la geografia dell’Eurasia. Intere aree storicamente appartenute a Mosca hanno ottenuto l’indipendenza, dal Baltico al Turkestan, aprendo spiragli per una competizione tra potenze impensabile e impossibile prima del 1991.

Quel che è accaduto in Asia centrale a partire dal dopo-guerra fredda è stato il riavvio del cosiddetto Grande Gioco (Great Game), uno scontro egemonico per il dominio dell’area che ha coinvolto l’impero russo e l’impero britannico dalla metà del 19esimo secolo all’inizio del Novecento. Oggi, però, contrariamente al passato, la natura bipolare della competizione è divenuta multipolare perché tensioni e nervosismi di rivalità nazionali e antagonismi culturali estranei a questa regione stanno venendo ivi scaricati.

In sintesi, il fu cortile di casa del Cremlino è divenuto uno dei teatri primari e principali della competizione tra grandi potenze e sta vedendo confrontarsi ed affrontarsi il Giappone e l’India contro la Cina, gli Stati Uniti contro la Russia (e la Cina)l’Unione Economica Euriasiatica contro il Consiglio Turco, le petromonarchie wahhabite contro l’Iran e la Turchia, e quest’ultima è a sua volta in conflitto con l’asse russo-cinese poiché in parte agente per la, e rispondente alla, Casa Bianca.

Ognuno dei giocatori soprascritti ha formulato un proprio piano d’azione e sta facendo leva su instrumenta regni differenti, trovando in ogni caso una calda accoglienza da parte degli –stan: il Giappone utilizza la cooperazione allo sviluppo, l’India fa leva sulle infrastrutture, gli Stati Uniti muovono investimenti a proprio piacimento, la Turchia mescola diplomazia culturale, umanitaria e religiosa, e (quasi) tutti, Russia e Cina incluse, fanno un uso strumentale della diplomazia energetica per allargare le proprie sfere d’influenza.

Mutano i mezzi e le risorse a disposizione, ma l’obiettivo di ogni partecipante è identico: ottenere una fetta della torta nella regione più geostrategica del mondo, ovverosia il cuore della Terra mackinderiano, approfittando del fatto che i tempi dell’egemonia esclusiva del Cremlino sono andati, superati definitivamente, seppelliti dal moto travolgente della storia.

È vero: la Russia ha ideato l’Unione Economica Eurasiatica, ma la Turchia ha il Consiglio Turco e la Cina ha la Nuova via della seta, mentre Stati Uniti, Giappone e India hanno le loro piattaforme di dialogo multilaterale. E non si trascuri, inoltre, che gli –stan più aquilini, come Kazakistan e Uzbekistan, lungi dall’essere degli spettatori passivi della competizione multipolare, sono degli osservatori partecipanti che agiscono in luogo di subire e che al vivere da automi hanno preferito il diventare autonomi, ergo hanno eteroguidato dei processi di “derussificazione controllata” in ogni sfera di rilievo nazionale.

Alcuni –stan, in breve, hanno colto l’opportunità della disgregazione sovietica per impadronirsi del proprio destino, formulando delle agende per il lungo termine – Nur-Sultan ha piani fino al 2050 –, volgendo la competizione tra grandi potenze a proprio favore e unendo gli sforzi per stabilizzare la regione e renderla meno dipendente dai contributi esogeni, come evidenziano la sinergia kazako-uzbeka e il patto per il corridoio dei lapislazzuli.

La Russia ha tentato di drenare l’emorragia come ha potuto, trovando nella Cina un collaboratore utile a controbilanciare il protagonismo dell’Occidente e nell’eurasiatismo un vettore ideologico potenzialmente in grado di limitare l’esposizione verso ponente di questo spazio pivotale. Non un fallimento, dunque, ma un contenimento efficace ed efficiente che, sino ad oggi, ha impedito la caduta del cuore della Terra mackinderiano sotto il gioco dell’Occidente.

Affinché l’attuale equilibrio perduri e si cristallizzi, però, Mosca e Pechino dovranno trovare il modo di trasformare la loro competizione non antagonistica in una coesistenza pacifica, rendendo Uee e Nuova via della seta un tutt’uno coerente, e possibilmente integrato, e formulando un’agenda per la regione pienamente e puramente orientata alla concertazione, alla spartizione equa e al riconoscimento delle rispettive sfere d’influenza. La loro missione non è semplice, ma la posta in palio è elevatissima: la messa in sicurezza del cuore della Terra tramite la formazione di uno scudo protettivo ermetico.

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