L’attenzione dei media e dell’opinione pubblica è concentrata sulle proteste che, per il quarto fine settimana consecutivo, hanno agitato soprattutto Mosca, ma anche San Pietroburgo, per protestare contro l’eliminazione dalle prossime elezioni locali, per vizi di forma nella presentazione delle liste, di molti candidati indipendenti. Le notizie sulle centinaia di arresti e le immagini dell’intervento della polizia contro i manifestanti hanno fatto il giro del mondo, creando subito nuovi eroi come Olga Misik, la diciassettenne che leggeva la Costituzione della Federazione russa ai poliziotti, o Ljubov Sobol’, avvocato, attivista dei diritti civili e soprattutto collaboratrice di Aleksej Navalnyj.

Meno attenzione hanno ricevuto, fuori della Russia, altre proteste. Quelle dei cittadini della Siberia che scontano le conseguenze degli incendi che hanno distrutto 3 milioni di ettari di foresta (la dimensione dell’intero Belgio) e che ora chiedono le dimissioni delle autorità locali. Anche questo genere di contestazione è destinato a risalire verso il Cremlino. Per due ragioni. La prima è che gli incendi ora muovono verso Ovest e rischiano di investire, con i loro effetti, città importanti come Novosibirsk, Yekaterinburg, Chelyabinsk e Kazan. La seconda ragione è che nel 2015 è stata introdotta una legge che consente alle autorità locali di astenersi dallo spegnimento degli incendi se tale attività comporta costi superiori a quelli provocati dagli incendi stessi. È facile capire quale decisione prendano i governatori, tutti alle prese con bilanci risicati e mezzi non sempre all’altezza. Il risultato è che questa tornata di incendi rischia di avere conseguenze ancor più devastanti di quelle, già drammatiche, del 2003 e del 2012.

C’è infine un altro genere di critica politica che però, fuori dalla Russia, non gode di alcuna attenzione e che invece varrebbe la pena di seguire, perché segnala l’esistenza di un dibattito politico anche all’interno della classe di governo, in apparenza monolitica, che ruota intorno al Cremlino.

Qualcuno forse ricorda il nome di Aleksej Kudrin. È non molto più giovane di Vladimir Putin (lui è del 1960, Putin del 1952) e come lui è uscito da quel vivaio di politici che fu, negli anni Novanta, l’amministrazione di San Pietroburgo guidata dal sindaco Anatolyj Sobciak. Non a caso Kudrin divenne ministro delle Finanze nel 2000, in coincidenza con l’avvento alla presidenza di Putin, incarico mantenuto fino al 2011. Da ministro il nome di Kudrin è legato alla riforma fiscale, quella che ha dato ai russi la flat tax al 13% e l’aliquota più alta al 20%. Da politico, invece, il suo nome è nella lunga lista di coloro che vollero farsi re e finirono a sbattere contro un muro.

Kudrin, infatti, fu “licenziato” brutalmente nel 2011 da Dmitrij Medvedev, allora Presidente, per la sua opposizione alla politica più “statalista” (interventi pubblici, programmi sociali, investimenti nella difesa…) che Medvedev e lo stesso Putin (allora primo ministro) erano intenzionati a varare. Ma un’altra ragione di quel dissidio sta nel fatto che il superministro delle Finanze era convinto di succedere a Putin (che nel 2012 sarebbe tornato a fare il Presidente) alla guida del Governo, posto invece assegnato a Medvedev.

Da allora Kudrin si è scelto il ruolo di grillo parlante della politica russa. È stato consigliere economico del Cremlino, candidato alle presidenziali contro Putin nel 2018 e infine, sempre l’anno scorso, è diventato presidente della Corte dei Conti. Un un cimitero degli elefanti, per un politico che aveva le sue ambizioni, ma anche una tribuna di prestigio per discutere degli affari russi. E Kudrin non si è fatto pregare. Nel giro di pochi mesi ha criticato la politica estera del Paese, sostenendo che ogni sforzo andava fatto per diminuire la sfida imposta dalle sanzioni economiche occidentali. Poi è passato al welfare, discutendo la riforma delle pensioni e l’aumento dell’età pensionabile che tanto sono costati a Putin e al Governo in termini di gradimento. Infine, e proprio durante il Forum economico di San Pietroburgo, cioè in “casa” di Putin, Kudrin ha invocato la riforma del sistema giudiziario e degli organi preposti all’ordine pubblico, mettendo sotto accusa l’attuale assetto in quanto dannoso per l’economia. Concetto su cui è tornato in seguito, parlando anche di un radicale progetto di riforma ora all’esame del Cremlino.

Rapporto con l’Occidente, welfare e amministrazione interna. Kudrin ha toccato i caposaldi dell’attuale corso politico russo, e in tono non certo benevolo. È solo un personaggio che non conta nulla e strepita dall’angoletto in cui è stato esiliato? Difficile crederlo. A giudicare da fuori, il ruolo di Kudrin sembra piuttosto quello di chi, abbandonata ormai ogni ambizione a certi livelli, può permettersi di dar voce alle obiezioni che circolano negli ambienti economici russi, tra industriali, manager, oligarchi e banchieri. I tipici ambienti di riferimento di un ex ministro delle Finanze, insomma. Personaggi e mondi che Putin certamente non teme ma che nemmeno può ignorare.

Fin qui, tutto normale. Quello che resta da stabilire è se via sia un nesso tra il crescendo delle proteste di piazza e l’improvviso attivismo critico di certi ambienti. Se vi sia una qualche relazione, anche alla lontana, tra Navalnyj e Kudrin. Non perché i due personaggi abbiano qualche probabilità di far carriera, ma perché sarebbe interessante sapere se gli oligarchi preoccupati dei loro capitali (nei primi quattro mesi del 2019, secondo i dati della Banca centrale, sono usciti dalla Russia 34,7 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2018) stiano cercando di mettere in piedi una qualche “alleanza” con i millennial dei cortei, o se magari stiano cercando di usarli per convincere il Cremlino a cambiare almeno in parte strada.

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