Con 167 voti a favore e nessuno contrario, il Consiglio della Federazione, ovvero il Senato russo, ha approvato la nomina a presidente della Corte costituzionale di Irina Podnosova, classe 1953, una vita passata in magistratura fino alla nomina, nel 2020, alla carica di vice-presidente della Corte, al posto del giudice Oleg Sviridenko nominato vice-ministro della Giustizia. La Podnosova è solo il secondo presidente della Corte della Russia post-sovietica, visto che il predecessore, Vjaceslav Lebedev, era rimasto in carica dal 1991 fino al 23 febbraio scorso, data della sua scomparsa.
Fin qui, un’ordinaria storia di carriera istituzionale. C’è però un particolare, nella biografia umana e professionale della Podnosova, che attira l’attenzione: a San Pietroburgo (che i russi chiamano sbrigativamente Piter) era compagna di corso di Vladimir Putin alla facoltà di Legge. Questo, di per sé, può anche voler dir nulla, anche se molti media russi (pure non di opposizione, per esempio il Giornale dell’avvocato) nel 2020 notarono che la procedura della sua nomina era stata sbrigata in una settimana e che la Podnosova arrivava al secondo scranno della Corte costituzionale senza alcuna esperienza di magistratura arbitrale, avendo sempre lavorato in quella giudicante. Però è vero che ci sono pochi esempi, nella storia contemporanea, di uno Stato, e che Stato, come la Russia dominato da personaggi segnati dalla stessa provenienza geografica.
Putin, si sa, è di San Pietroburgo. Viene da San Pietroburgo, e ha studiato nella solita facoltà di Legge (ma lui è del 1965, Putin del 1952), anche Dmitrij Medvedev, che è stato presidente della Federazione Russa (2008-2012) e primo ministro (2012-2020) prima di essere “degradato” a vice-segretario del Consiglio di Sicurezza. Putin e Medvedev erano entrambi nella squadra del sindaco di San Pietroburgo, l’ultrademocratico Anatolyj Sobciak, Putin con la carica di vice-sindaco.
Di San Pietroburgo è Nikolaj Patrushev, 73 anni, segretario del Consiglio di Sicurezza e prima (1999-2008) direttore dell’Fsb, il controspionaggio russo. Patrushev ha origini diverse, è un ingegnere navale, strada poi abbandonata per iscriversi (si direbbe con successo) alla Scuola superiore del KGB di Mosca. È ovviamente di San Pietroburgo anche suo figlio, Dmitrij Patrushev, economista di formazione e attuale ministro dell’Agricoltura. Altro pietroburghese illustre: Sergej Naryshkin, 70 anni, direttore del servizio di spionaggio estero, un ingegnere meccanico riconvertito allo spionaggio dopo aver studiato, alla fine degli anni Settanta, alla Scuola del KGB di Mosca, dove ebbe come compagno di corso, guarda caso, tale Vladimir Putin. Ancora nel Governo: è San Pietroburgo il generale Vladimir Kolockol’cev (ministro degli Interni).
Nelle istituzioni abbiamo Valentina Matveenko, presidente del Consiglio della Federazione. A dire la verità è non è nata a San Pietroburgo ma anzi in Ucraina, a Shepetivka ma dopo essere stata vice-premier negli ultimi anni di Eltsin e nei primi di Putin presidente, è stata governatore di San Pietroburgo dal 2003 al 2011, entusiasticamente sostenuta da Putin nonostante le critiche della piazza. E per affacciarci a un altro settore, è di San Pietroburgo anche Aleksej Miller, 62 anni, dal 2001 onnipotente amministratore delegato di Gazprom, la più grande società energetica del mondo. Dal 1991 al 1996 Miller ha lavorato nell’ufficio per la Relazioni esterne del Comune di San Pietroburgo, all’epoca diretto proprio da Putin. Pietroburghese come lui è Igor Sechin, ex agente del KGB in Africa, e nei primi anni Novanta capo della segreteria di Putin presso il Comune della città baltica. Dal 2008 al 2012 è stato vice-premier e dal 2004 è amministratore delegato della grande compagnia petrolifera Rosneft.
Insomma, nella verticale di potere costruita in un ventennio da Putin c’è sempre stato e c’è tuttora un nocciolo duro di “compaesani” che, a quanto pare, offrono le migliori garanzie di fedeltà e competenza. Ai quali, come si vede dalle date e dalle comuni militanze, Putin riserva un’amicizia che può durare decenni. Non pare ma è una novità nella storia del Paese e conferma da un lato quanto siano cambiati i tempi (non è più un organo indistinto come il Partito a fare la selezione) e dall’altro quanto sia stata forte l’impronta impressa da Putin dentro e fuori il Cremlino.
Fulvio Scaglione
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