Putin dichiara guerra al dollaro Così rafforza l’asse con la Cina

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Secondo quanto riportato dalla testata online RT, che cita fonti del Cremlino, il presidente russo, Vladimir Putin avrebbe chiesto al governo di avviare l’iter per una modifica delle leggi in materia di commercio nei porti, per rendere il rublo la moneta corrente nelle transazioni commerciali al posto del dollaro. Una guerra al dollaro che non rappresenta una novità per la politica russa, ma che adesso, soprattutto con il raffreddamento delle relazioni con Washington e con lo slittamento a oriente della Federazione, sembra essere a un momento di svolta. Già nel 2016, infatti, il presidente russo aveva chiesto alla Duma e al governo Medvedev di accelerare su questa modifica legislativa che avrebbe un’importanza fondamentale nell’assetto mondiale delle monete. Tuttavia, almeno all’inizio, la proposta non fu accolta con favore dai grandi gruppi industriali del Paese. In particolare, secondo quanto rivelato dal capo dell’agenzia antitrust, russa, Igor Artemyev, le grandi compagnie di trasporto non erano state d’accordo con questo cambiamento perché volevano mantenere i ricavi in dollari e in altre valute estere a causa delle eccessive fluttuazioni del rublo. Questa scelta di opporsi alla politica di cambio di moneta, si inserisce quindi in una stretta del governo contro gli oligarchi che controllano il commercio nei maggiori porti russi: una battaglia in cui l’antitrust di Artemyev è in prima linea da molto tempo. Nel 2016, la sua agenzia presentò diverse denunce contro il più grande gruppo portuale russo, Nmtp (JSC Novorossiysk Commercial Sea Port), perché a detta dell’antitrust, il consorzio aveva stabilito tariffe per il trasferimento in dollari e aumentato le stesse, dal gennaio del 2015, “senza ragioni obiettive”. Come riporta RT, l’agenzia Fas (l’antitrust di Mosca) stabilì che l’Nmtp aveva abusato della sua posizione dominante sul mercato imponendo una sanzione di centinaia di milioni di dollari. Decisione poi ribaltata dal tribunale di Mosca, nel luglio del 2017.

Nonostante la decisione (almeno formalmente) sembra essere stata causata dalla lotta del Cremlino nei confronti dell’oligarchia portuale russa, è evidente che dietro si nascondono motivazioni geopolitiche estremamente rilevanti. Non si tratta di una scelta esclusivamente di politica economica interna, ma dell’inizio di una guerra al dollaro che anche nel recente incontro dei Brics si è già cominciato a paventare. Nell’incontro di Xiamen dei primi di settembre, poi praticamente silenziato dalle provocazioni missilistiche di Kim in Corea, Putin era stato molto chiaro nei confronti della moneta americana e del suo ruolo rispetto all’economia mondiale. In particolare, il presidente russo aveva accennato a “le preoccupazioni dei Brics sull’ingiusta architettura economica e finanziaria globale, che non tiene in considerazione il crescente peso delle economie emergenti”, e come fosse necessario “superare l’eccessivo dominio del limitato numero di valute di riserva”. Il dollaro non è mai stato nominato direttamente, ma è del tutto evidente che, essendo la valuta con cui si determina il prezzo delle materie prime più importanti al mondo, l’accusa è chiaramente rivolta alla moneta statunitense. Una moneta che consegna a Washington un’enorme rendita di posizione sul mondo e che adesso, con l’ascesa della Cina, in particolare, si tende a mettere sempre più in discussione.



La scelta di Putin, se confermata, non può non essere messa in correlazione con il consolidamento dell’asse Mosca-Pechino. L’Occidente ha commesso un errore strategico fondamentale, se voleva evitare che la Cina prendesse il sopravvento: ha lasciato che la Russia scivolasse a Oriente. Questo errore, commesso dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, ha, di fatto, consegnato alla Cina un alleato prezioso, facendo sì che le divergenze fra russi e cinesi si appiattissero nel tempo grazie al nemico comune che li unisce. Così, in pochi anni, la Cina non solo si è comprata ampi settori dell’industria russa – si pensi soltanto all’acquisto di una quota rilevante di Rosneft – ma si è anche guadagnata l’appoggio politico e militare di Mosca nonché la fornitura energetica che evita a Pechino di dipendere dagli alleati mediorientali di Washington. Adesso, Putin potrebbe servire un assist a Xi Jinping ancora più importante. Se, infatti, il rublo è una moneta ancora debole, nei porti russi potrebbe iniziare a farsi strada l’idea dello yuan cinese: una moneta che da qualche tempo è diventata valuta di riserva dopo il dollaro assieme e a sterlina, euro e yen.