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Tra qualche anno sui libri di storia verranno dedicate due o tre righe al 6 dicembre 2017, giorno in cui gli Stati Uniti col presidente Donald Trump, dichiararono Gerusalemme capitale di Israele. Una decisione storica, che segna profondamente il destino del Medio Oriente, una decisione che ha fatto e farà parlare di sé ancora a lungo. Un gesto coraggioso per molti, sconsiderato per altri; senza dubbio un gesto eclatante.

Tra qualche anno, su quegli stessi libri di storia, difficilmente qualcuno però spenderà due righe per raccontare quello che accadde appena cinque giorni dopo, l’11 dicembre. Il giorno in cui la Russia e il suo presidente Vladimir Putin, sancirono di fatto una netta vittoria diplomatica in quello stesso Medio Oriente che pochi giorni prima il presidente americano aveva sconvolto.

In una sola giornata, Putin ha percorso in aereo circa seimila km, toccato il suolo tre stati diversi e dialogato con cinque capi di stato differenti. Una mossa geniale e dalla tempistica perfetta. Degna risposta, silenziosa ma più efficace, alla mirabolante uscita di Trump su Gerusalemme. Se gli americani speravano in una reazione Russa, eccoli accontentati. Putin, a dire il vero, ha quasi glissato sulla questione, definendo la scelta del presidente americano “destabilizzante”, unendosi così al coro della maggior parte dei leader mondiali.

La vera reazione si è giocata tutta sul piano pratico. Da Mosca, Putin ha preso il volo verso il Cairo fermandosi però per una tappa a sorpresa in Siria. Alla base Russa di Hmeinim, nei pressi della strategica città di Latakia, il presidente Putin ha incontrato il suo omologo siriano Assad e passato in rassegna i membri dell’esercito uscito vittorioso dallo scontro coi ribelli e con lo Stato Islamico. Una visita che ha simbolicamente messo la parla fine su una guerra devastante che ha causato ormai mezzo milione di morti e un’incalcolabile quantità di sofferenze. Durante il suo discorso Putin ha assicurato il ritiro di gran parte del contingente russo impegnato in Siria. Una restante parte rimarrà per assicurarsi che i jihadisti non “alzino la testa” nuovamente, se ciò dovesse verisficarsi “la Russia li colpirà come non hanno mai visto prima”. Ha poi elogiato l’esercito di Bashar al-Asad e tutta la popolazione siriana a lui fedele per aver resistito in tutti questi anni. In particolare prima dell’inizio dell’intervento russo del 2015, quando il regime siriano sembrava ormai sul punto di capitolare di fronte all’avanzata dello Stato Islamico. La dimostrazione di rispetto verso Assad e verso l’integrità della nazione siriana è stato  il vero segnale di discontinuità con le amministrazioni americane che dalla guerra in Afghanistan hanno sempre dialogato con gli stati del Medio Oriente da una posizione di presunta superiorità.

La lealtà al regime siriano da parte di Putin ha senza dubbio colpito positivamente i leader arabi, a cominciare dall’Egitto, seconda tappa del viaggio del presidente russo. Qui è stato ultimato l’accordo che prevede la vendita di armamenti e jet di fabbricazione russa all’Egitto di al-Sisi. Oltre a questa conferma dell’avvicinamento sul piano militare con la Russia, l’Egitto ha ottenuto il definitivo via libera alla costruzione della sua prima centrale nucleare.  il progetto che, lanciato nel 2015, al momento prevede la costruzione del primo dei quattro reattori già nel 2022. Nella città di Daaba ingegneri russi installeranno “la tecnologia più moderna e sicura”, con reattori nucleari di ultima generazione, vale a dire quella nata dopo il disastro alla centrale giapponese di Fukushima nel 2011.

Tramite questo ultimo accordo l’Egitto si lega alla russia anche da un punto di vista energetico e non è ingenuo pensare che Putin sfrutterà questo nuovo alleato come testa di ponte per i suoi interessi in Libia.

Lo stato nordafricano dopo la morte del rais Muhammar Gheddafi non ha più trovato pace ed è stato praticamente abbandonato da coloro che contribuirono a gettarlo nel caos. Se la Russia dovesse davvero mettere le mani sulla Libia si insedierebbe definitivamente nel Mediterraneo, realizzando (come ricorda oggi Rosalba Castelletti su Repubblica) quello che fu il sogno dello zar Pietro il Grande.

Sempre al Cairo Putin avrà quasi certamente avuto modo di incontrare il re Giordano Abdallah e il presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen, con i quali ha discusso della questione relativa a Gerusalemme. In particolare la Giordania, storico alleato degli USA, si trova ora in una posizione scomodissima. Da una parte non può permettersi di venire meno all’alleanza con gli americani, dall’altra la popolazione del regno Hashemita chiede a gran voce una risposta dura alle affermazioni di Trump. Proprio ieri il parlamento di Amman ha votato una mozione per “rivedere” il trattato di pace siglati con Israele dopo gli accordi di Oslo.

Deccollato dal Cairo, Putin ha compiuto l’ultima tappa del suo viaggio in Turchia dove ha incontrato il presidente Erdogan. Si tratta ormai del settimo incontro tra i due capi di stato nel corso del 2017. Un cambiamento radicale dei rapporti tra Russia e Turchia se si pensa che soltanto due anni la contraerea di Ankara abbatteva un Jet Russo. L’ultimo faccia a faccia si è svolto pochi mesi fa a Sochi durante il trilaterale Russia-Turchia-Iran dove sono state decise le prossime mosse di questa nuova “triplice alleanza” per la ricostruzione di Siria e Iraq.

Anche in questo Putin ha dato al mondo una vera e propria lezione di pragmatismo. Mentre tutti si affannano a descrivere il conflitto interno al mondo islamico come “guerra tra sciiti e sunniti”, la Russia è stata in grado di portare al dialogo la Turchia sunnita con lo stato simbolo dello sciismo, l’Iran degli Ayatollah. Una lezione che gli Stati Uniti faticano ad imparare e forse non impareranno mai. Americani che troppo spesso nella loro storia hanno dimenticato un valore essenziale della diplomazia, in particolare quando si tratta di Medio Oriente: la prudenza.