Politica /

Non sono giorni facili quelli vissuti da Vladimir Putin. Il presidente russo si trova coinvolto in Siria in una pericolosa escalation che sta cercando di evitare a ogni costo. L’abbattimento dell’Ilyushin-20 di lunedì notte non ha segnato la strategia russa nella guerra in Siria, ma ha sicuramente dato un colpo grave. Non solo per la perdita di un aereo e dei 15 uomini del suo equipaggio, ma anche per l’effetto domino che si è sviluppato a livello diplomatico e strategico. Tutti temevano un innalzamento della tensione. Che c’è stato, indubbiamente: ma da Mosca è arrivato l’ordine di interrompere prima che fosse troppo tardi.

La scelta di smorzare i toni

La scelta di Putin è stata da subito quella di smorzare i toni. Questo non vale soltanto per l’attacco di lunedì notte su Latakia, ma anche per tutta una serie di episodi, accordi e compromessi che il leader russo ha dovuto raggiungere per salvare la sua strategia. La sua è una posizione scomoda. Vuole vincere definitivamente la guerra combattuta al fianco di Bashar al Assad. E proprio adesso che questa vittoria può avvicinarsi, è lui a rappresentare l’unica vera potenza che ha tutto da perdere.

Per questo motivo, paradossalmente, è il leader più ricattabile. Ma proprio per questo è l’uomo più facile al compromesso: sicuramente più di chi invece questa guerra non la sta vincendo. Che invece, adesso, non ha alcun motivo di allentare la tensione.

In questo senso, Putin ha combattuto una doppia guerra. Da un lato quella sul campo, in cui ha sostenuto e continua sostenere l’esercito di Damasco. Ma dal’altro lato, c’è un’altra partita, anche più complessa, che è quella diplomatica. In cui Putin deve riuscire a dirimersi fra interessi del tutto contrapposti e tutto per salvare la sua strategia siriana. 

Tra Iran e Israele

I rapporti con Israele sono sotto questo profilo emblematici. Tra Benjamin Netanyahu e Putin si è costruito nel tempo un rapporti consolidato ed estremamente valido che ha permesso, per anni, di evitare incidenti come quello avvenuto lunedì scorso. La posizione di Putin non è affatto semplice: deve mediare fra istanze del tutto contrapposte.

Da una parte ha l’Iran, suo alleato sul campo, che non ha alcun interesse a ritirarsi dalla Siria visto che è la potenza che per prima si è impegnata nel conflitto al fianco di Assad. Dall’altra parte ha Israele, storico partner russo, che pur mettendo in difficoltà Mosca con i raid che hanno colpito incessantemente la Siria dall’inizio della guerra, è riuscito a creare un canale diretto diplomatico e militare proprio con il Cremlino.

In questo continuo scontro fra posizioni antitetiche, Putin ha un solo obiettivo: blindare la sua vittoria. E in questi mesi, proprio per questo motivo, ha dovuto svolgere il difficilissimo compito di mediatore. Il risultato di questo compromesso è stato, fino a questo momento, l’allontanamento delle milizie legate a Teheran fino a 80 chilometri dal confine dello Stato ebraico.

Dall’altro lato, Israele ha interrotto il sostegno ai ribelli del Sud e smesso di bombardare per fare in modo che Assad riconquistasse Daraa e Quneitra. Un compromesso che però non sembra valere per il resto della Siria, dove i raid israeliani, proprio per questo motivo, sono continuati fino a lunedì scorso.

Il nodo turco

L’arte del compromesso è anche quella che ha caratterizzato Putin nel difficilissimo rapporto con Recep Tayyip Erdogan. Il rapporto fra Turchia e Russia è stato, per tutto il corso della guerra, a dir poco complicato. Il leader turco ha da sempre sfruttato la guerra per estendere l’influenza di Ankara in tutto il nord della Siria. In questo modo, ha colpito da una parte i curdi e dall’altra Assad, creando una sorta di cuscinetto filo-turco che divide Siria e Turchia e creando aree in cui è ormai prevalente l’influenza turca rispetto a tutte le altre potenze.

Come con Israele, anche con la Turchia c’è stato un incidente che avrebbe potuto scatenare un’escalation bellica fra Ankara e Mosca. Quando la contraerea turca ha abbattuto un jet russo, in molti hanno temuto che la guerra avrebbe coinvolto su fronti contrapposti i due Stati. Ma anche in questo caso, ha prevalso la realpolitik ai venti di guerra. Perché è chiaro che Mosca avrebbe potuto reagire: ma come con Israele, le conseguenze di uno scontro militare sarebbero state del tutto imponderabili e controproducenti.

Alla Russia interessa avere la Turchia dalla sua parte. O quantomeno interessa avere Erdogan in una posizione di battitore libero rispetto alle decisioni degli Stati Uniti e che non sostenga più i gruppi jihadisti che sono coinvolti nelle roccaforti ribelli contro Damasco. E alla Turchia interessa, come contraltare, avere Mosca come Paese amico: per motivi economici, politici e militari.

Questa scelta di compromesso è stata realizzata, di recente, con l’accordo su Idlib. Putin ed Erdogan si sono incontrati a Sochi, hanno discusso dell’ultimo ridotto jihadista. E hanno convenuto che l’offensiva russo-siriana si sarebbe interrotta a patto che le fazioni jihadiste all’interno del governatorato nordoccidentale della Siria avessero ceduto le armi. E il patto su Idlib ha evitato che le forze occidentali intervenissero a sostegno dei ribelli dopo le accuse di Francia e Stati Uniti rivolte a Damasco sulla preparazione di presunti attacchi chimici contro le forze ribelli.

Evitare di perdere tutto

In generale, la politica di Putin sembra essere particolarmente difficile quanto chiara nel suo obiettivo principale: evitare ad ogni costo che Israele, Stati Uniti e Turchia possano mettere a rischio la strategia russa e, in generale, la vittoria di Assad. Sono loro tre le potenze che possono decretare uno squilibrio nei piani di Mosca.

Gli Stati Uniti hanno la potenza di fuoco e il peso politico per destabilizzare quanto guadagnato in questi anni dai russi. E c’è ancora da sciogliere il nodo del nord-est, dove americani e francesi sostengono, sul campo, le forze curde. Ma soprattutto sono formalmente e sostanzialmente alleate sia di Israele che della Turchia.

La Turchia come membro della Nato e Israele legato a doppio filo con Washington, sono potenze che hanno un rapporto complesso con l’America ma non va mai dimenticato che partecipano alle stesse strategie. Putin non può fare altro che cercare di dividere il fronte e scendere a compromessi per evitare questo blocco si ricompatti.

Naturalmente tutto questo ha, come detto, un contraltare: che il leader russo è ricattabile proprio per la sua posizione di forza. Se hai da perdere, diventi allo stesso tempo potenzialmente vincente ma anche debole. Mantenere quanto guadagnato è il compito più difficile. Ed è per questo che l’escalation di tensione non diventerà mai uno scontro militare. Per vincere definitivamente la guerra, Putin deve continuare con questa strategia. Che per adesso risulta vincente, nonostante superficialmente possa apparire debole.