Oggi, domenica 18 settembre 2016, 110 milioni di russi saranno chiamati a scegliere i 450 deputati che siederanno alla Duma, la camera bassa del parlamento russo, i governatori di nove regioni e i rappresentanti di 39 parlamenti regionali. Anche se, probabilmente, non ci saranno “sorprese” per quanto riguarda il risultato – l’opposizione cosiddetta “non di sistema” è, infatti, tutta relegata sotto la soglia di sbarramento del 5% – per molti analisti queste competizioni elettorali rappresenteranno un vero e proprio test per il Cremlino, in un momento storico particolare e soprattutto in vista delle elezioni presidenziali del 2018. La Russia di Putin, infatti, siede di nuovo al tavolo delle grandi potenze, ma è anche un Paese che in questi anni non ha saputo differenziare la propria economia ed ha per questo dovuto subire le conseguenze del calo del prezzo del petrolio e il successivo deprezzamento del rublo. Sono elezioni che arrivano in un momento in cui la popolarità del presidente russo è ai massimi storici, ma anche dopo sei trimestri di Pil in calo e con i salari e la capacità di spesa delle famiglie che si sono ridotte. E poi c’è la crisi ucraina. Quest’anno, infatti, i deputati della Duma di Stato verranno eletti anche con i voti dei cittadini residenti in Crimea, dove i dati relativi all’affluenza alle urne e il risultato del voto rappresenteranno una cartina tornasole per la politica del Cremlino, nella penisola riannessa alla Russia dopo la rivoluzione di Euromaidan a Kiev.Parola d’ordine: “trasparenza”Dopo le ultime legislative, segnate dall’ondata di dissenso per le presunte manipolazioni e i brogli, che portò alle massicce proteste di piazza del 2011, è stata varata una legge elettorale più flessibile. Dal 2015, infatti, è in vigore la nuova legge che introduce un sistema misto, con metà dei seggi assegnati con il metodo proporzionale, e metà con metodo maggioritario in collegi uninominali. La legge, che mira, attraverso l’introduzione del maggioritario, a creare legami più stretti tra le élites regionali e il potere centrale, secondo alcuni commentatori, avvantaggerebbe il principale partito del Paese, Russia Unita, e gli altri partiti dell’opposizione cosiddetta “di sistema”. Tuttavia, la nomina di Ella Pamfilova, figura rispettata ed apprezzata anche dalle opposizioni e già presidente della commissione Diritti Umani del Cremlino, a capo della Commissione elettorale, è considerata da molti come un segnale positivo riguardo la garanzia di legittimità del voto.I partiti in campoNonostante le accuse di corruzione, sia in politica, sia in economia, e di scarsa trasparenza rivolte ai vertici di Russia Unita dall’opposizione, il partito di governo guidato dal premier russo Dmitrj Medvedev, ha perso popolarità ma rimane davanti a tutti con il 41,6% delle preferenze, che nel 2011 erano il 49,32%. Dietro il partito fondato da Putin ci sono i partiti dell’opposizione di sistema. Secondo gli ultimi sondaggi, il Partito Liberaldemocratico (Ldpr) potrebbe diventare il secondo partito con il 12,6% e superare il Partito Comunista (Kprf), al 7,4%. Al quarto posto si piazzerebbe Russia Giusta (Spravedlivaja Rossija). Fuori dai giochi parlamentari ci sono i partiti dell’opposizione cosiddetta “non sistemica”, che si presenta come sempre molto frammentata e con percentuali al di sotto della soglia di sbarramento del 5%. Tra questi c’è Parnas, il partito fondato da Boris Nemtsov, guidato dall’ex premier Mikhail Kasyanov, e Yabloko, partito talmente filo-occidentale da aver denunciato “l’annessione della Crimea”. Fondato da Grigori Yavlinski, da solo rappresenta la quarta forza politica per investimenti nella campagna elettorale, pur non riuscendo a raggiungere percentuali significative. A dominare la campagna elettorale ci sono stati temi come quello dello scontento per lo stato attuale dell’economia russa, il desiderio di accrescere l’importanza del Paese a livello globale, la lotta alla corruzione e il miglioramento del benessere dei cittadini.Il nodo della CrimeaPer la prima volta dal referendum del 2014 sull’autodeterminazione della penisola sul Mar Nero, per le elezioni parlamentari russe si voterà anche in Crimea. Un fatto questo, che ha suscitato la reazione del governo di Kiev, che aveva intimato a Mosca di evitare di svolgere le elezioni per la Duma in territorio “ucraino”. “La Russia non ha intenzione di discutere di processi elettorali sul suo territorio con nessun altro paese”, è stata la riposta del portavoce del Cremlino, Dmitrj Peskov, al presidente ucraino, Petro Poroshenko. Proteste per lo svolgimento delle elezioni russe in Crimea, sono arrivate sabato anche dal Dipartimento di Stato americano, che ha definito la penisola un “territorio sotto occupazione russa”. Le elezioni però ci saranno e il risultato che emergerà dalle urne a Sinferopoli sarà estremamente importante per testare il gradimento sulla politica di Putin e rappresenterà, inoltre, la cartina tornasole di questi due anni di Crimea russa, segnati da alti e bassi, con l’orgoglio patriottico che deve resistere ai colpi delle sanzioni e del blocco economico. L’isolamento internazionale seguito alla crisi ucraina e all’annessione della Crimea ha inoltre rinsaldato “ideologicamente” i quattro principali partiti e li ha stretti attorno alla figura del presidente russo. Mantenere questo consenso sarà fondamentale in vista delle presidenziali del 2018.Obiettivo 2018Le elezioni di domenica rappresentano anche un importante test di gradimento per il presidente russo Putin, verso le presidenziali del 2018.banner_occhi_cristianiL’attuale capo del Cremlino si sta già preparando, infatti, allo scontro elettorale più importante. Come si stanno preparando anche le opposizioni. Il magnate russo Mikhail Khodorkovskij, da Londra, ha lanciato tramite il suo movimento Open Russia, la selezione di un candidato alternativo all’attuale presidente Vladimir Putin per le prossime presidenziali. Un’iniziativa che coinvolge personalità straniere e che è già stata criticata dal Cremlino. Un’inziativa che rinnova, infatti, a Mosca l’incubo delle “Rivoluzioni colorate”, orchestrate contro i governi considerati “non-allineati”. Un timore che ha portato, negli ultimi mesi, alla costituzione di una Guardia Nazionale incaricata soprattutto di garantire l’ordine costituzionale reprimendo le “manifestazioni non autorizzate” e alla “rottamazione” lanciata da Putin per blindare il potere e creare una nuova classe dirigente di “fedelissimi” al presidente. Negli ultimi mesi, infatti, sono stati molti i cambi al vertice, dove la vecchia guardia è stata rimpiazzata da giovani provenienti perlopiù dagli ambienti dei servizi di sicurezza. Tra questi il caso che ha fatto più scalpore è stato quello della sostituzione di Sergej Ivanov, ex capo dell’amministrazione presidenziale, con Anton Vaino, un ufficiale quarantenne divenuto il nuovo capo dello staff di Putin. Per gli esperti si tratterebbe solo dell’inizio di una nuova strategia di rinnovamento dei quadri dirigenti, che saranno incarnati sempre più da giovani provenienti dagli ambienti dei servizi di sicurezza e delle forze speciali. Sarà loro il compito di mantenere la stabilità in Russia anche dopo il 2018.

Nel campo comunista di Goli Otok
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