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L’indipendentismo catalano riaffiora come un fiume carsico quando meno te lo aspetti. Sommerso dopo il referendum del 2017 e con l’arrivo del socialista Pedro Sanchez a Madrid, per alcuni anni è sembrato che il vento secessionista fosse stato spento dagli accordi di governo e dalle trattative tra l’esecutivo di sinistra e Barcellona.

La realtà però a volte è difficile incatenarla in parametri prestabiliti ed è impossibile credere che tutto vada secondo dei piani ormai prestabiliti. La questione catalana è stata per molto tempo messa da parte nell’agenda dell’esecutivo a guida socialista e la pandemia di coronavirus ha fermato il dibattito per anteporre l’emergenza sanitaria. Ed è così che l’arresto dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont ad Alghero, in Sardegna, le cose tornano a muoversi anche in Catalogna. E tutto questo coinvolge l’Italia, che adesso si trova a dover gestire un’intricata trama di rapporti politici, questioni giudiziarie e problemi di natura diplomatica.

Per la Spagna si tratta di un momento molto delicato, soprattutto per il governo di Pedro Sanchez. L’arresto di Puigdemont nel suo ultimo “fatale” viaggio verso la Sardegna (era diretto al festival della cultura catalana di AdiFolk) non è solo un problema di ordine interno, ma a questo punto anche a livello diplomatico. Da una parte il governo spagnolo non può mostrarsi contrariato dall’arresto dell’ex leader catalano. Dall’altra parte però ha una maggioranza parlamentare che deve rispondere anche dei partiti indipendentisti. Ed è chiaro che l’arresto di uno dei personaggi più importanti (anche se ultimamente dimenticati) del movimento che portò al referendum del 2017 non è una questione secondaria.

Secondo i quotidiani spagnoli, l’obiettivo di Madrid a questo punto è quello di ottenere l’estradizione per far sì che Puigdemont sia giudicato dalla Corte suprema. Il tribunale di Sassari dovrà confermare il fermo del leader catalano, ora europarlamentare, e sarà poi la corte d’appello della città sarda a decidere sull’estradizione. Tuttavia, il dubbio che questo arresto possa andare a vantaggio del politico secessionista agita adesso gli strateghi della Moncloa, la sede del governo spagnolo. Quel mandato d’arresto internazionale, infatti, è un atto legittimo delle autorità spagnole in quanto esiste un reato di sedizione che Puigdemont avrebbe compiuto indicendo il referendum (incostituzionale) di quattro anni fa. Ma è chiaro che il profilo politico e diplomatico supera per certi versi quello giudiziario, facendo sì che le cose si mescolino in un intricato sistema di relazioni interne e internazionali.

Dal punto di vista prettamente giuridico, l’arresto è avvenuto una volta sbarcato in Italia, perché l leader catalano non gode più dell’immunità parlamentare revocata dal Parlamento europeo. Il magistrato della Seconda sezione della Corte suprema di Spagna, Pablo Llarena, ha spiegato al quotidiano El Pais che ha già preso contatti con l’Italia per inviare gli atti in cui sono elencati i reati di cui è accusato Puigdemont. Gli stessi reati per i quali altri leader secessionisti hanno scontato la pena in Spagna mentre l’ex presidente fuggiva in Europa per reclamare la libertà come prigioniero politico a Madrid. Ma mentre le autorità spagnole si muovono, il legale di Puigdemont, Gonzalo Boye, scrive su Twitter che “il fermo si basa sull’ordinanza europea del 14 ottobre 2019, che, per imperativo legale, secondo lo statuto della Corte di Giustizia Ue, è sospesa”. “Nella risoluzione del 30 luglio – scrive Boye – si afferma che nessun Paese dovrebbe eseguire un ordine di queste caratteristiche. Nella stessa delibera, il Vice Presidente del Tribunale dell’Unione Europea ha indicato che, ove necessario, sia richiesta una nuova misura cautelare”. Tra le motivazioni della Corte di giustizia dell’Unione europea, si legge su Nova, c’era la remota possibilità che un Paese membro dell’Ue applicare il mandato d’arresto fermando l’eurodeputato. Cosa che invece è avvenuta non appena giunto in Italia. A questo si aggiunge un ulteriore problema: la scorsa settimana, l’eurodeputata catalana Clara Ponsatì, pure lei inseguita da un mandato d’arresto europeo, era in Italia e nessuno l’ha arrestata.

Intanto in Spagna monta la protesta. Ed è chiaro che questa era l’ultima cosa che Sanchez avrebbe voluto per il suo esecutivo. Tutti i partiti secessionisti si sono mossi per condannare l’arresto di Puigdemont e parlando di “persecuzione giudiziaria”. L’accusa nei confronti di Madrid è quella di non dare tregua e di sottoporre i leader indipendentisti a una forma di assedio politico e giudiziario per mettere a tacere il secessionismo. Diverso, ovviamente, il tono espresso dal centrodestra spagnolo, che anzi ora chiede che Puigdemont sia estradato in Spagna per essere processato. E si anima il dibattito sull’indulto offerto ai leader indipendentisti in cambio della “pacificazione nazionale” ma anche della sopravvivenza di un esecutivo a guida socialista. Una questione che rischia però ora di ritorcersi proprio contro Sanchez, dal momento che rischia di riaccendere un movimento che appariva tutto sommato tranquillizzato dall’esperienza nell’esecutivo e dalle promesse del governo socialista. Il tribunale di Sassari, dove secondo fonti indipendentiste sarde sarebbero pronti ad arrivare centinaia di secessionisti catalani, potrebbero riaccendere la miccia di una protesta che aveva già dato segnali di ripresa.