Il complesso teatro mediorientale e la pandemia stanno riscrivendo le relazioni bilaterali fra molti paesi, tra i quali Turchia e Israele.

Rapporti congelati da almeno dieci anni

Il coinvolgimento di Ankara nella provincia di Idlib in Siria, contro il regime di Assad sostenuto da Teheran, ha recentemente fornito una causa comune per la riconciliazione tra Turchia e Israele, poiché serve anche gli interessi strategici di quest’ultima nell’indebolire la presenza iraniana in Siria.

Il dialogo tra Ankara e Gerusalemme, diventa ora più che mai necessario, dopo che i rapporti fra le due nazioni erano rimasti congelati dieci anni fa dopo l’incidente della nave Mavi Marmara. La nave salpò dalla Turchia alla volta di Gaza nel maggio 2010 con il dichiarato intento di violare il blocco navale anti-Hamas decretato da Israele. Dopo i regolari avvertimenti da parte della Marina israeliana, rispettati dalle altre cinque navi della flottiglia, un commando israeliano abbordò l’imbarcazione che si rifiutava di sbarcare il carico nel porto di Ashdod, da dove sarebbe stato trasportato a Gaza via terra dopo le necessarie ispezioni anti-armi.

Ad avvelenare ulteriormente i rapporti era stata la Turchia, che aveva espulso l’ambasciatore di Israele Eitan Na’eh nel maggio 2018, dopo che gli Stati Uniti avevano trasferito la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

Gocce di distensione

Come illustrato nei giorni scorsi dall’incaricato d’affari israeliano in Turchia Roey Gilad, i due paesi hanno numerosi interessi comuni, che riguardano anche le risorse energetiche nel Mediterraneo orientale.

Nelle ultime ore è un interessante episodio a far pensare ad un riavvicinamento fra i due paesi. La compagnia aerea israeliana El Al ha ripreso i voli cargo due volte alla settimana tra Tel Aviv e Istanbul per la prima volta in dieci anni, un segnale che le tensioni bilaterali decennali potrebbero allentarsi: una svolta del genere, infatti, può essere programmata solo al prezzo di complesse mosse diplomatiche di alto livello. Il Boeing 787 Dreamliner della El Al ha effettivamente toccato domenica scorsa la pista dell’aeroporto di Istanbul, ma solo per fare scalo verso New York, destinazione finale di un carico di attrezzature mediche. Si tratta, in particolare, di 24 tonnellate di aiuti destinati agli Stati Uniti impegnati nella lotta alla pandemia di Covid-19, secondo quanto riferisce il quotidiano Jerusalem Post.

La concessione del permesso alla El Al di operare voli cargo da e verso Istanbul ha colto molti di sorpresa: lo scorso mese di marzo, infatti, la Turchia aveva negato ai velivoli di Israir Airlines e di Tourism Ltd il permesso di atterrare a Istanbul per rimpatriare gli studenti israeliani bloccati in Turchia.

Un cargo non fa primavera

Cosa vuole significare questa apertura piccola ma significativa? Al momento non è chiaro, ma non si deve pensare ad un ritorno ai giorni dell’amicizia turco-israeliana degli anni ’90, quando i generali anti-islamisti turchi avevano l’ultima parola e i jet israeliani si allenavano nei cieli turchi.

Tuttavia, il fatto che questo passaggio avvenga parallelamente a una discussione sull’annessione israeliana in Cisgiordania e alle critiche all’annessione da parte di attori regionali e internazionali, potrebbe influire sul modo in cui viene visto in Turchia. I governi israeliano e turco continuano a presentare differenze politiche significative, e sono ancora lontani dal ripristinare le loro relazioni diplomatiche e rilanciare un dialogo strategico sugli sviluppi regionali di reciproco interesse: la formazione del nuovo governo israeliano potrebbe, però, essere un’opportunità per farlo. Il trattamento di Israele nei confronti dei palestinesi rimane una delle principali ragioni di astio nei rapporti con Ankara che, nella persona di Erdogan, continua a ribadire il suo sostegno ai palestinesi, definendo Gerusalemme, tra l’altro, una “linea rossa per tutti i musulmani, in tutto il mondo”, chiarendo che la posizione generale di Ankara verso lo stato ebraico è rimasta invariata.

Erdogan, tuttavia, è ben conscio che la strada verso il suo sogno neo-ottomano è lastricata di difficoltà e creare legami economici è necessario al di là dell’atavica questione del conflitto israelo-palestinese. Secondo numerosi analisti arabi questo passo avanti sarebbe permesso dai cambiamenti demografici degli ultimi anni: i giovani turchi sono meno infastiditi dalla questione palestinese, e non si dichiarano più favorevoli a rischiare troppo per risolvere l’antica vicenda. Un atteggiamento decisamente diverso da quello spirito che dieci anni fa aveva generato l’incidente della Freedom Flotilla. Allo stesso tempo, Israele, che ha vissuto un’impasse non da poco, è un paese ben conscio del progressivo empowerment regionale turco, e pertanto è alle prese con tentativi di normalizzazione dei rapporti con Ankara.

Cosa c’è in ballo

Tra rumors e notizie reali è facile comprendere che qualcosa sta accadendo tra i due paesi. Il capo dello spionaggio turco Hakan Fidan e il suo omologo israeliano Yossi Cohen si sarebbero incontrati almeno due volte negli ultimi dieci mesi (Al Monitor). Nulla di cui stupirsi: perfino le nazioni del Golfo che non hanno legami diplomatici con lo stato ebraico condividono l’intelligence con essa contro i nemici comuni. Siria, la Libia e il Mediterraneo orientale sarebbero stati al centro dei colloqui.

I problemi della Turchia nel Mediterraneo orientale – legati ai diritti di trivellazione – hanno ispirato alcuni discorsi sulla distensione con Israele. L’assenza di Israele da una dichiarazione firmata due settimane fa da Grecia, Cipro ed Egitto, che ha condannato la Turchia per le sue “attività illegali” di perforazione di gas e “espansionismo” nel Mediterraneo orientale, è stata vista come un segno che le relazioni sono in via di risanamento. Da qui, ulteriori fughe di notizie secondo cui funzionari israeliani e turchi abbiano tenuto colloqui a porte chiuse per raggiungere un accordo sui confini marittimi e le zone economiche esclusive del Mediterraneo orientale. Quest’ultima fuga di notizie sarebbe tutta da verificare poiché appare improbabile che Israele promuova un accordo di demarcazione marittima con la Turchia che metterebbe in pericolo le importanti alleanze nel Mediterraneo orientale che ha promosso negli ultimi anni proprio con Grecia, Cipro ed Egitto.

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