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Nel discorso di fine anno del 2009 all’assemblea nazionale, Hugo Chávez, allora presidente del Venezuela, annunciò che il marxismo sarebbe divenuto politica ufficiale. Allo stesso tempo, dichiarò il cristianesimo e il bolivarismo parte integrante dell’equazione. Nel decennio anteriore, aveva forgiato vaie proposte alternative al modello imposto dagli Stati Uniti in America Latina, dal “capitalismo umano”, passando per “la terza via”, fino al “socialismo del secolo XXI”, per poi approdare alla posizione in più in netta antitesi al capitalismo, e con una promessa di “felicità” per il popolo venezuelano.

Questa visiEone, dove lo stato si fa carico delle necessità dei cittadini, migliorando la qualità di vita ed eliminando le disuguaglianze, e il settore privato occupa uno spazio marginale, pare si stia dileguando, nonostante la sua difesa ideologica nei pronunciamenti pubblici del successore Nicolás Maduro. Di recente, questi ha inaugurato una struttura alberghiera di alta categoria, con camere a 300 dollari per notte, mentre i salari dei lavoratori statali, asse vertebrale della struttura dell’impiego, a causa dell’inflazione non sono commisurati ai prezzi al consumo, e il sistema ospedaliero si è deteriorato al punto di essere uno dei peggiori del continente. I risultati di un’inchiesta, condotta da tre università indipendenti di Caracas, rivelano che il 96 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Oltre 5 milioni sono emigrati, facendo del Venezuela il paese con l’emergenza di mobilità umana più grave della storia latinoamericana.

Il progetto geopolitico di Chávez era quello di mettere fine al dominio del dollaro statunitense nel ramo petrolifero – la tariffa al barile viene stabilito su questa unità di misura. Nel 2018, Maduro aveva lanciato la prima criptovaluta controllata da un governo. Calcolato sul valore delle risorse naturali del Venezuela (petrolio, oro, gas naturale e diamanti), al tasso di cambio di 60 dollari o 3600 bolivares sovrani, il petro doveva essere utilizzato nelle transazioni internazionali e nelle sei agenzie di cambio più importanti nel mondo. Venne anche stabilito l’obbligo per le compagnie aeree di pagare in petros i rifornimenti di carburante durante gli scali.

Non solo la criptomoneta non ha preso piede, ma il mercato nero ha assunto dimensioni esorbitanti e oggi il dollaro prevale sulla moneta nazionale nell’economia quotidiana. Si stima che le transazioni in dollari siano arrivate al 53 per cento del totale; a Maracaibo, una delle maggiori città, all’86. Secondo la società di consulenza finanziaria Econalitica, nel paese ci sarebbero in circuito 700 o 800 milioni di dollari. Si tratta dei risparmi che i venezuelani hanno messo al sicuro in conti esteri e che mobilizzano attraverso sistemi di pagamento elettronici.

Anche Ecuador, Perù, Bolivia e Argentina, in diversi momenti, hanno scelto l’opzione della valuta americana per stabilizzare l’economia. Nondimeno, l’esperienza argentina insegna che la doppia circolazione può reggere solo se le oscillazioni del cambio non sono soggette a forti mutamenti come invece è frequente nel contesto dell’iperinflazione venezuelana. In questo caso, avviene l’esatto contrario di quanto auspicato dal socialismo bolivariano: le disuguaglianze si acutizzano e cristallizano. Un ulteriore elemento di rischio è rappresentato dal fatto che Maduro non ha disciplinato il processo spontaneo di dollarizzazione. Se prima non aveva adottato misure contro l’illegalità della stessa, nella speranza che contribuisse ad assestare l’economia, dalla tolleranza, quest’anno si è passati alla legalità dell’uso delle bancanote americane, senza alcun tipo di regolamentazione. L’anarchia in atto lascia il campo aperto a speculazioni, i forti si impongono e, di nuovo, si vede dilapidata l’eredità rivoluzionaria.

Fra il 1999 e il 2014, l’industria petrolifera fece incassare al Venezuela quasi mille miliardi di dollari, una cifra otto volte l’equivalente odierno del Piano Marshall, che risollevò l’Europa dalla catastrofe del secondo conflitto mondiale. Arrivato al potere nel 1998, Chávez investí questa ricchezza in programmi destinati a garantire l’accesso universale alla salute, migliorare le condizioni abitative, innalzare i livelli di educazione, e ridurre le fasce di povertà. Nel 2007, il Venezuela a maniera di provocazione inviò camion di combustible per il riscaldamento in aiuto agli indigenti di New York e Boston. D’altro lato, l’attacco al capitalismo e la sorveglianza dell’economia non arrivarono all’abolizione della proprietà privata o all’abbandono delle relazioni commerciali con gli Stati Uniti.

Alcune decisioni di Maduro possono essere considerate parte di questa linea, anche se la spostano in avanti, dando vita a un’ipotesi intorno a un capitalismo con caratteristiche venezuelane e, forse, una tendenza comparabile a ciò che successe in Cina negli anni ottanta. Maduro ha sempre parlato di una finanza e un’economia socialista con forme di produzione sui generis, interrotte dalla crisi del petrolio dal 2013 al 2015, e le sanzioni economiche tuttora vigenti, che hanno fatto perdere l’86 per cento del Pil. La lezione appresa nella battaglia persa contro le forze del mercato ha condotto a una revisione della strategia. Nel 2013, infatti, il calmiere dei prezzi per i prodotti del paniere basico provocò un massiccio dirottamento sottobanco e la vendita degli stessi per un costo dieci volte superiore. E le iniezioni continue di denaro, dovute alla diminuzione drastica delle riserve, hanno svalutato la moneta fino a un punto di non ritorno.

Il mese scorso, il governo ha permesso a una società privata di emettere buoni in dollari e capitalizzare fuori dal controllo statale. Il Venezuela si trova alla posizione 188, su 190 paesi, dell’indice di facilità per fare impresa della Banca Mondiale, e la misura non ha precedenti. In Venezuela, è il governo che decide quali compagnie hanno accesso a valuta straniera e il tasso che la Banca Centrale applicherà per convertirla in bolivares. L’emissione di buoni per un totale di 300 mila dollari permetterà alla distilleria di rum Santa Teresa di espandere la produzione, quando nessuna banca nazionale era in grado di far fronte ai suoi piani di sviluppo e la proteggerà dall’inflazione. Allo stesso tempo, è un segnale che in Venezuela, come in Cina, l’azienda privata può coesistere a un controllo politico intensivo, espandendo gli spazi di mercato.

La federazione venezuelana delle camere di comercio riporta che il caso Santa Teresa ha stimolato l’interesse di fondi di investimento latinoamericani, statunitensi e francesi. Si parla anche del paese come di una “Cina tropicale”. Sebbene i critici, vedono la penetrazione del dollaro come un segnale di caos, e ancora mancano tappe e servizi fondamentali nell’infrastruttura finanziaria, potrebbe prendere piede un disegno similare a quello della transizione cinese ai mercati aperti, che determinò il suo decollo industriale, iniziando da reparti specifici dell’economia e zone speciali e limitate. La Cina di Deng Xiaoping, però, mantenne la propria moneta locale, mentre procedeva verso riforme graduali. Concretare questa intuizione sarà più arduo per Maduro. Tuttavia, potrebbe essere l’unica vera via d’uscita all’impasse attuale, finanziario, economico, politico e sociale.

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