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Una folla di manifestanti ha invaso piazza Azadi Azadi, nel cuore di Teheran, capitale dell’Iran. Il grido che esce dalle loro bocche non augura più la morte agli americani, come avvenuto nei giorni scorsi durante i funerali di Soleimani. I dimostranti puntano il dito contro il governo iraniano, contro i pasdaran, contro i “dittatori”.

“Morte al dittatore”, “Non vogliamo il regime dei Guardiani della rivoluzione”, urlano le persone, contenute a malapena dai poliziotti in assetto antisommossa costretti a ricorrere alle maniere forti. Le persone sono inferocite. Sono scese in piazza per protestare contro le autorità che hanno insabbiato per due giorni le vere cause dell’incidente aereo di un Boeing 737 con a bordo 176 persone, tutte morte nell’impatto. Molti erano iraniani.

Dopo l’errore commesso, Teheran ha dovuto rivedere i suoi piani: non era più il caso di lanciare minacce contro gli Stati Uniti ma era necessario calmare quanto prima la popolazione ed evitare un (nuovo) bagno di sangue. Nel frattempo, fiutando il vento favorevole, Donald Trump ha usato Twitter per lanciare un messaggio all’indirizzo degli Ayatollah: “Non uccidete i vostri manifestanti. Migliaia di persone sono già state uccise o incarcerate da voi e il mondo sta guardando. Ancora più importante, gli Stati Uniti stanno guardando. Ripristinate le connessioni Internet. Smettete di uccidere il vostro grande popolo iraniano”.

È il paradosso più totale, il rovesciamento della realtà. Senza sparare un solo colpo, nel braccio di ferro con Teheran adesso è Washington a trovarsi in posizione di vantaggio. L’Iran sente addosso il peso della pressione di una guerra non ancora del tutto scongiurata ma soprattutto teme una sommossa interna. Dal canto suo, Trump ne ha approfittato per infilare il dito nella piaga. E la sensazione è che il governo americano continuerà a premere sul tasto delle proteste per mettere ulteriormente in difficoltà gli “odiati” Ayatollah.

L’autogol dell’Iran e le pressioni occidentali

Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire come è nato l’autogol dell’Iran. Dall’uccisione del generale Qasem Soleimani per mano americana sono passati dieci giorni. Venerdì 3 gennaio alle ore 00:47 locali, l’ordine di un raid partito direttamente da Donald Trump provoca la morte di una delle figure più importanti su cui poteva contare Teheran.

All’indomani dell’oltraggio subito, i vertici iraniani schiumano di rabbia e promettono di vendicare il “martire” Soleimani, avvisando gli Stati Uniti che avrebbero ricevuto una “risposta molto dolorosa”. Asciugate le lacrime e archiviati i pianti collettivi andati in scena al mastodontico funerale per ricordare il generale passato, l’Iran passa dalle parole ai fatti.

L’8 gennaio parte ufficialmente l’operazione “Soleimani martire”: i missili iraniani colpiscono due basi irachene – quella di Ayan al-Asad e di Ebil – che ospitano truppe americane. Il mondo trema per una guerra imminente ma ben presto si scopre che l’attacco iraniano ha avuto un effetto limitatissimo. La mattina dopo, alle 6:11 del 9 gennaio, l’evento che sembra avvinciate la Repubblica islamica a un punto di non ritorno.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso

Un aereo civile della Ukraine Airlines International lascia l’aeroporto internazionale Imam Khomeini di Teheran all’alba. Poco dopo essere decollato, il Boeing 737 viene abbattuto da quello che si rivelerà essere un missile sparato per errore dai pasdaran, i Guerriglieri della Rivoluzione iraniana.

Il velivolo cade a terra, e nello schianto muoiono 176 persone innocenti, la maggior parte dei quali iraniani (82). Le accuse ricadono subito su Teheran ma gli Ayatollah respingono ogni accusa. “È un complotto americano”, ripetono all’unisono i funzionari del ministero delle Infrastrutture. “L’aereo è caduto per un guasto al motore”, ribadiscono altri funzionari iraniani.

Dopo giorni di arrampicate sugli specchi, l’Iran recita il mea culpa: “Siamo stati noi, abbiamo abbattuto l’aereo per errore”. È la classica goccia che fa traboccare il vaso. La popolazione iraniana, che di recente aveva espresso insoddisfazione per una situazione economica fragile e non più sostenibile, esplode.

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