Donald Trump e Kim Jong-un hanno compiuto un nuovo, inaspettato passo in avanti reciproco dopo la conclusione del G20 di Osaka. A quasi settant’anni dallo scoppio della guerra che divide la penisola coreana Trump è divenuto il primo presidente degli Stati Uniti a mettere piede oltre la zona demilitarizzata per incontrare Kim. Che Trump abbia deciso motu proprio o che, come sembra, importanti siano stati i condizionamenti della Cina per favorire un incontro storico e la ripresa del dialogo annunciata a sorpresa dal profilo Twitter del presidente, ha concretamente poca importanza guardando a ciò che aspetta Usa e Corea del Nord in prospettiva: un processo di negoziazione chiaro in cui gli attori dichiarino i loro obiettivi espliciti.

Lo storico Mario del Pero ha ben analizzato questo tema in un articolo pubblicato sul Giornale di Brescia: “questo il momento dove lo scarto tra la simbologia e la realtà appare probabilmente più marcato. La simbologia è quella di un presidente che per la prima volta varca il confine e rilancia i negoziati in uno dei dossier più complessi e intrattabili del contesto globale corrente. La realtà è che dentro quel dossier stanno problemi di difficilissima risoluzione, a partire dai termini del baratto armi nucleari contro aiuti economici e sostegno politico, sui quali pochi passi innanzi sono stati fatti, nonostante gli incontri tra Trump e Kim. Ma al dittatore nordcoreano interessa tenere il dialogo aperto e a Trump, che sulla questione coreana ha investito non poco, ciò oggi fa gioco, a maggior ragione se impone atti che per il momento rimangono puramente di facciata”.

Cosa serve a Usa e Corea del Nord per andare avanti? Il primo obiettivo è la costruzione di una solida fiducia negoziale reciproca. E in questo campo i sorrisi a favore di telecamera o le dichiarazioni di stima reciproca di Trump e Kimi possono relativamente poco se, specie da parte americana, gli apparati burocratici-militari spingono in direzione opposta al dialogo. Per fare un paragone storico, l’apertura di Trump è senza precedenti per gli Usa dai tempi del riavvicinamento di Richard Nixon alla Cina maoista nei primi Anni Settanta. Ma l’amministrazione Nixon aveva saldi obiettivi geopolitici e strategici da conseguire tendendo la mano a Mao Zedong (bilanciamento della debacle vietnamita, riequilibrio in funzione antisovietica, distensione delle tensioni internazionali) e, soprattutto, poteva contare su un diplomatico e studioso di peso come Henry Kissinger come valore aggiunto. A Trump manca un Kissinger: il suo inner circle è oggi dominato da figure come John Bolton e Mike Pompeo, che sulle questioni dei rapporti tra Washington e i suoi nemici (Corea del Nord, Iran, Venezuela) sono decisamente più “falchi” del Presidente e non riescono a interpretare le relazioni internazionali come un ensemble strategico, un mosaico ampio, limitandosi a vantare i maggiori rapporti di forza degli Usa.

Figure come Bolton e Pompeo, quest’ultimo aspramente criticato di recente dalla stampa cinese per le sue scelte politiche, dovranno amplificare il dialogo dopo i meeting Trump-Kim, ed è qui che per gli Usa verrà il difficile. Come sottolinea Vox, se la prossima amministrazione non sarà guidata da Donald Trump il processo di distensione potrebbe esaurirsi, in quanto fondato unicamente sui rapporti personali tra i due leader. Inoltre, Pyongyang potrebbe presto ribaltare il tavolo se non vedrà miglioramenti sul fronte della rimozione delle sanzioni, che è l’equivalente nordcoreano della denuclearizzazione invocata da Washington: la soglia entro cui valutare l’affidabilità dell’interlocutore. Washington e Pyongyang dovranno chiarificare obiettivi concreti e realizzabili prima di sedersi nuovamente a trattare. Fotografie e strette di mano sono un utile innesco o una positiva conclusione di un processo di negoziazione, non la sua sostanza, che si basa sulla fiducia e sulla credibilità reciproca. Saranno Usa e Corea capaci a costruire questa fiducia e questa credibilità?