L’idea di una Nato dei Paesi arabi è un progetto che, nel tempo, prende sempre più forma. Già due anni fa era stata lanciata questa proposta in seno alla Lega Araba, ma aveva ricevuto un accoglimento più freddo. Ma in questo periodo di sommovimento politico, militare e geopolitico dell’intera regione mediorientale, l’idea di una coalizione internazionale, composta dai maggiori attori politici del Medio Oriente arabo, rappresenta un progetto che potrebbe tramutarsi, in poco tempo, in una realtà.Il progetto della nascita di un’alleanza araba ha preso piede già prima della conferenza della Lega Araba del 29 marzo, in Giordania. In particolare Al-Sisi si era già dimostrato uno dei fautori di questa possibilità, consapevole dei gravi rischi di un’atomizzazione strutturale del Medio Oriente in un momento in cui le divisioni nel mondo arabo sono sempre più forti. Nel 2015 a Riad già si era discusso di questa possibilità, ma nell’ottica di una colazione sunnita che, in teoria, poteva anche riunire tutti gli Stati musulmani a maggioranza sunnita, e quindi andare ben al di là della semplice piattaforma mediorientale. La nuova proposta, invece, sembrerebbe orientata molto più nell’ottica di una coalizione regionale in cui l’asse principale sarebbe quello tra Il Cairo, Riad e il Paesi del Golfo Persico.Tutti i Paesi interessati a questo progetto avrebbero un guadagno netto in termini di stabilizzazione dei conflitti e delle alleanze. L’Arabia Saudita, negli ultimi anni, ha assistito ad una forte compressione del proprio potere strategico, sia per gli esiti molto minimi dell’avventura in Siria, sia per il protrarsi del conflitto in Yemen. Gli Stati del Golfo vedono invece in questa possibile nuova coalizione un modo per sganciarsi dalla sudditanza alla monarchia saudita, e avrebbero un modo per creare una propria leadership all’interno del Medio Oriente e in tutto il mondo arabo.In particolare, gli Emirati Arabi Uniti sarebbero uno degli attori più interessati a questo progetto, in quanto diventerebbero una delle potenze principali, se non forse la potenza più forte all’interno della coalizione. Noti ormai come la “piccola Sparta” negli ambienti della diplomazia americana e del Pentagono, gli Eau stanno da tempo allargando i propri orizzonti in molti scenari anche al di fuori della regione di loro competenza, e potrebbero avere degli ottimi risultati se riuscissero a conquistare la leadership di una futura alleanza. L’Egitto, dal canto suo, spera di ottenere nel breve termine il comando di questa nuova eventuale coalizione araba. Il governo di Al-Sisi non ha mai nascosto di avere ambizioni d’indipendenza e di libertà di manovra all’interno dello scacchiere mediorientale e nordafricano. E nel tempo, grazie soprattutto alla scoperta dei giacimenti di idrocarburi nel mar Mediterraneo, a poche miglia da Alessandria, sta lentamente sganciandosi dalla dipendenza energetica con la monarchia saudita. Il suo impegno in Libia, insieme agli Emirati, e con il placet di Mosca, per sostenere la linea politica di Haftar, ha dimostrato come vi sia sempre più voglia, al Cairo, di ambire ad essere una potenza regionale e non più un suddito di altre forze del Medio Oriente. Ambizione che però sembra non piacere né in Arabia Saudita, né negli Emirati Arabi, visto che entrambi questi attori ambiscono alla leadership di questa coalizione.L’idea sembra essere piaciuta a Washington, e potrebbe essere uno dei punti di discussione del viaggio di Donald Trump a Riad. Innanzitutto, questa forza internazionale, sarebbe non ostile allo Stato di Israele. La Casa Bianca ha ricevuto rassicurazioni in tal senso, e questo è particolarmente importante dal punto di vista di una geopolitica americana del Medio Oriente in cui Tel Aviv ha un ruolo di primissimo piano. Inoltre, la creazione di una NATO araba sarebbe un freno importante alla crescita dell’influenza iraniana nella regione, altro pallino dell’amministrazione Trump e che trova d’accordo tutti quanti gli attori sunniti dell’area oltre che, inevitabilmente, Israele. Infine, la nascita di quest’alleanza del mondo arabo rappresenterebbe quanto di più congeniale per gli interessi economici americani nel Medio Oriente che vedrebbero una fornitura di armi soltanto all’Arabia Saudita pari a circa 350 miliardi di dollari in dieci anni. Un assegno che, per Donald Trump, equivarrebbe a creare nuovi posti di lavoro nell’industria delle armi, possibilità di dare ossigeno alle casse dello Stato e liberarsi, nel tempo, della protezione militare dei paesi del Golfo. Una vittoria su tutta la linea.
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