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Il piano “Project Sunrise”, rivelato dal Wall Street Journal, racconta molto più di una semplice proposta di ricostruzione. Racconta una visione politica. L’idea dell’amministrazione di Donald Trump è quella di trasformare Gaza in una vetrina economica, una metropoli costiera ad alta tecnologia, una sorta di Riviera del Medio Oriente. Non un progetto umanitario, ma un’operazione di sviluppo concepita con il linguaggio degli investimenti, dei rendimenti e delle partnership pubblico-private.

I numeri sono quelli di una grande operazione immobiliare globale: 112 miliardi di dollari in dieci anni, resort di lusso, treni ad alta velocità, reti energetiche basate sull’intelligenza artificiale, oltre centomila nuove abitazioni e una capitale amministrativa ex novo, New Rafah, pensata per mezzo milione di abitanti. Al centro del progetto compaiono figure chiave dell’universo trumpiano, come Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff, a conferma di una continuità tra diplomazia, affari e politica estera.

Economia prima, politica dopo

La struttura del piano rivela una scelta precisa: separare la questione economica da quella politica. Gaza viene trattata come uno spazio da rifunzionalizzare, non come una comunità titolare di diritti collettivi. L’autodeterminazione palestinese resta sullo sfondo, mentre il fulcro del discorso è la trasformazione urbana e turistica. È una logica già vista: lo sviluppo come surrogato della sovranità.

La condizione posta dagli Stati Uniti e da Israele è la completa smilitarizzazione di Hamas. Una clausola definita non negoziabile, ma priva di indicazioni concrete sui meccanismi per realizzarla. Dopo due anni di guerra su larga scala senza la neutralizzazione del gruppo, la richiesta appare più come un prerequisito politico che come un obiettivo realisticamente perseguibile nel breve periodo.

New Rafah e la geografia del controllo

Uno degli elementi più controversi è la concentrazione iniziale della popolazione nel Sud della Striscia, attorno alla futura New Rafah. Ufficialmente si tratta di una scelta funzionale alla ricostruzione graduale del resto del territorio. Di fatto, però, disegna una nuova geografia umana, che molti osservatori leggono come una forma indiretta di trasferimento forzato, mascherata da pianificazione urbanistica.

La ricostruzione non parte dai quartieri distrutti per restituire continuità sociale, ma da un nuovo centro amministrativo pensato a tavolino. È un’impostazione che privilegia il controllo dello spazio rispetto alla ricomposizione del tessuto esistente, e che rischia di cristallizzare nuove disuguaglianze interne.

Il linguaggio degli affari nella terra delle macerie

Le critiche più dure riguardano il linguaggio stesso del progetto. Resort, appartamenti di lusso, ritorni sugli investimenti: parole che cozzano con la realtà di una popolazione segnata da distruzioni, sfollamenti e lutti. Il piano non affronta temi centrali come le responsabilità per i danni di guerra, le riparazioni o i meccanismi di giustizia per le vittime. Gaza diventa così una tabula rasa economica, ma non giuridica né politica.

La smentita parziale del Dipartimento di Stato sui costi a carico degli Stati Uniti non cancella il punto centrale: Washington non nega l’esistenza del progetto, né la sua filosofia di fondo. L’America propone capitale, visione e regole. La politica, ancora una volta, viene dopo.

Una pace senza sovranità

“Project Sunrise” si inserisce in una traiettoria più ampia: mentre sul terreno si moltiplicano insediamenti e fatti compiuti, sul piano diplomatico si tenta di sostituire la soluzione politica con un’offerta economica. Gaza come opportunità di mercato, non come nodo irrisolto di un conflitto coloniale.

È una scommessa rischiosa. Senza una cornice di diritti, sicurezza condivisa e sovranità, la ricostruzione rischia di diventare solo un’altra forma di gestione del conflitto. Più moderna, più scintillante, ma non per questo più stabile.

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