Un vero e proprio “manifesto” della visione degli Stati Uniti sulla leadership nel campo occidentale e sulla proiezione di potenza della superpotenza a stelle strisce. Non si può definire se non in questo modo il discorso del segretario alla Difesa Lloyd Austin al recente Reagan National Defense Forum di Simi Valley, andato in scena il 2 dicembre scorso.

Il generale scelto nel 2021 da Joe Biden per guidare il Pentagono, veterano dell’Iraq e della guerra all’Isis, ha messo in campo una visione strategica che concettualizza e chiarifica le linee guida della proiezione globale statunitense. E dà una chiave di lettura del “multilateralismo” caro all’amministrazione democratica: sì alla sua proposizione, ma solo nel quadro della ferma primazia di Washington. Parole che archiviano il leading from behind di Barack Obama e ampliano l’azione messa in campo dal triumvirato di strateghi di Biden, formato dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan, dal titolare del Dipartimento di Stato Tony Blinken e dal direttore della Cia William Burns. Responsabili rispettivamente della strategia del doppio contenimento a Usa e Cina, della sua declinazione diplomatica nei rapporti con gli alleati e della canalizzazione dei flussi informativi all’attività operativa, anche nella definizione delle linee rosse coi Paesi rivali.

Austin a questo aggiunge la voce, decisiva, delle forze armate. “Questi”, ha detto Austin, “sono i tempi in cui la sicurezza globale si basa sull’unità e sulla forza americana”. Il segretario aggiunge poi l’artificio retorico che valorizza, a suo avviso, la dichiarata “indispensabilità” di Washington: la divisione del campo internazionale tra democrazie e autocrazie e l’indivisibilità degli scenari di minaccia che le prime subirebbero dalle seconde, a partire dal comune fronte dei conflitti russo-ucraino e tra Israele e Hamas. “Dalla Russia alla Cina, da Hamas all’Iran, i nostri rivali e nemici vogliono dividere e indebolire gli Stati Uniti – e separarci dai nostri alleati e partner. Quindi, in questo momento cruciale della storia, l’America non deve vacillare”, sentenzia Austin. Per il quale ora più che mai serve rafforzare la proiezione statunitense anche in termini di sdoganamento dell’apparato militare.

La leadership imperiale Usa vive una fase di grande confusione ma, ricorda Austin, per gli Usa “il costo dell’abdicazione” al ruolo energico di garante della sicurezza internazionale sarebbe per Washington maggiore di quello della garanzia operativa della stabilità dei suoi alleati. A suo avviso, “gli Stati Uniti pagheranno un prezzo più alto solo se gli autocrati e i fanatici crederanno di poter costringere le persone libere a vivere nella paura. E così potete vedere questa intuizione fondamentale all’opera nel nostro approccio a tre sfide abbastanza diverse: la crisi del Medio Oriente, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e la sfida strategica della Repubblica popolare cinese“.

Il corollario delle parole del capo delle forze armate Usa aggiungono sostanza alla visione geopolitica dei principali pensatori strategici dell’amministrazione Biden. Austin indica nella full-spectrum dominance dei teatri bellici attuali e potenziali la via maestra per garantire la sicurezza degli Usa e degli alleati. In una fase in cui l’America si avvicina alla contestatissima campagna elettorale presidenziale del 2024, prova a proporre l’accrescimento del coinvolgimento negli scenari globali in antitesi alle tensioni isolazioniste (il richiamo a Donald Trump è palese) come via maestra per garantire la sicurezza interna americana. Al tradizionale interventismo liberal fondato sull’ampia esaltazione del ruolo degli Usa come garanti dei diritti umani e della democrazia Austin sostituisce una dialettica in cui al centro c’è ogni dinamica relativa alla sicurezza nazionale e i diritti sono considerati una conseguenza della capacità Usa di proiettare deterrenza e forza, non la giustificazione perché Washington lo possa fare.

Tornano nelle parole di Austin molti mantra della narrazione geopolitica Usa. Torna l’idea – imperiale – della “nazione indispensabile” incaricata di una missione salvifica. Ritorna, inoltre, la spinta a fare del giudizio Usa il determinante fondamentale sulla conformità o meno di un Paese all’ordine internazionale. Citando il canto sesto dell’Eneide di Virgilio, Austin, e l’amministrazione Biden in generale, danno una missione chiave agli Usa: “parcere subiectis et debellare superbos“. Tutto questo riservandosi le scelte operative in ogni fronte su tutti gli spettri del contenimento dei loro rivali. Che si tratti di colpire la Russia via Ucraina o di accelerare con la Cina il conflitto economico e tecnologico a colpi di sanzioni e lawfare, tutto coinvolge la grande strategia di difesa dell’egemonia Usa. In questa chiave di lettura, a scomparire è proprio il multilateralismo caro ai democratici Usa. E anche una sana scala di priorità tra questioni dirimenti per la sicurezza nazionale Usa e campi in cui, invece, la priorità è il contenimento dei rivali.

Il punto di caduta più complesso di questa strategia sta nell’assenza di un ordine mondiale solido capace di assorbire le spinte e controspinte dei Paesi che si interfacciano con gli Usa. La retorica dell’indispensabilità e quella della leadership americana erano perfette nella logica della Guerra Fredda e dell’equilibrio tra i blocchi. In un mondo apolare, compito di Paesi come gli Usa è capire in che misura questa retorica possa o debba confrontarsi con la necessità di accettare che altri Paesi siano azionisti, per quanto di minoranza, dell’ordine globale anche fuori dai desiderata Usa. Lanciata la gara al contenimento della Russia, il pensiero va direttamente alla Cina, in direzione della quale il Pentagono vuole esercitare i maggiori spazi di contenimento e controllo. Sarà possibile sostenere all’infinito la retorica da Guerra Fredda 2.0 in assenza di un sistema-mondo fondato sulla legittimazione reciproca di due potenze-guida e delle loro ambizioni capace di far convergere all’ordine un mondo competitivo? Questa è la grande domanda dei giorni nostri. E dalle parole di Austin, così come dalle azioni degli strateghi della Casa Bianca, è difficile trovare sul tema risposta compiuta.