La presenza cinese in Africa si è andata consolidando anno dopo anno. Il ruolo geopolitico ed economico incarnato dal Continente Nero ha attirato tutte le potenze del mondo, anche se – almeno fino a questo momento – soltanto Pechino è riuscita a incunearsi così in profondità, al punto da creare molteplici relazioni win-win con i più disparati Stati africani. Un caso di studio emblematico è rappresentato dalla Tanzania. Da anni la Cina ambisce a trasformare questa nazione in una sorta di “nuova Dubai d’Africa”.

La China Merchant Holdings, cioè il più importante operatore portuale pubblico cinese, aveva lanciato un cantiere nel porto di Bagamoyo, a circa 70 chilometri a nord della città di Dar es-Salaam (precisamente nella Bagamoyo Special Economic Zone). L’obiettivo del Dragone consisteva nel far sorgere proprio qui, entro il 2021, il più grande porto africano esistente per un costo complessivo dell’operazione di 10 miliardi di dollari di investimenti. Ebbene, il progetto sarebbe stato sospeso per volere della Tanzania.

Il flop del porto di Bagamoyo

E pensare che il progetto era molto ambizioso, visto che il porto avrebbe consentito alla nazione africana  di scaricare e imbarcare 20 milioni di container all’anno. Qualcosa è però andato storto. Le autorità tanzaniane si sarebbero accorte di un problema non secondario: avrebbero dovuto consegnare l’intero porto alla Cina. A quel punto sarebbero sorti problemi di sicurezza strategica, nonché dubbi sugli eventuali benefici dell’operazione. Memore di quanto accaduto nello Sri Lanka, precisamente nel porto di Hambanota, finito in mano cinese, la Tanzania ha preferito togliere il piede dal pedale dell’acceleratore.

A quanto pare la decisione finale sarebbe stata presa dal presidente tanzaniano John Magufuli. Il porto di Bagamoyo rappresenta soltanto la punta dell’iceberg. Già, perché problemi simili sono sorti anche nell’ambito dell’espansione del porto di Mkinga e nella costruzione di una zona economica esclusiva attorno a quello stesso porto. Il governo della Tanzania avrebbe, in entrambi i casi, rifiutato che la China Harbour Engineering Company (CHEC) avesse l’accesso esclusivo del porto. A quel punto la risposta della Cina non si è fatta attendere. Pechino non ha interrotto lo sviluppo del porto di Tanga e del suo collegamento al porto di Mkinga tramite la linea ferroviaria. La situazione è tuttavia complessa, visto che il Dragone avrebbe investito diversi denari nell’acquisizione di circa 17 mila ettari di terreno adiacenti a queste aree.

La presenza cinese in Tanzania

Eppure la presenza cinese in Tanzania continua a essere forte, anche all’interno di settori chiave della nazione. Prendiamo l’esempio della regione Mbinga, ricca di uranio e confinante con il lago Nyasa, dotato di abbondanti riserve di petrolio e gas. Stando ad alcune indiscrezioni, al fine di convalidare la sua presenza nell’area e contrastare qualsiasi tipo di opposizione locale alle sue attività commerciali, l’Ambasciata cinese in Tanzania avrebbe donato ingenti risorse economiche per la realizzazione progetti pubblici nella regione di Mbinga Urban, Ruvuma.

Ma non sarebbe tutto oro quello che luccica. Alla fine del 2020, il governo della Tanzania ha ritirato il permesso per una fattoria finanziata dalla Cina con un’area di oltre 2000 ettari a Kimamba Town, nella contea di Kilosa, per mancanza di uno sviluppo tempestivo ed efficace. Tuttavia, la strategia cinese di acquisire progetti infrastrutturali chiave per ottenere l’accesso a posizioni strategiche persiste, come testimoniato dal progetto di sviluppo metropolitano di Dar-es-Salaam. Sulla lista nera, intanto, è finito anche il progetto per la costruzione dell’aeroporto internazionale di Msalato (aggiudicato alla M / s Sino Hydro Corporation Ltd in joint venture con Sino-Aero Construction Engineering Company Ltd e China Jinagxi International & Technical Corporation).

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