Assoluzione piena: questa la richiesta che l’attuale ad di Leonardo, Alessandro Profumo, formulerà nel processo d’appello per il caso Monte dei Paschi di Siena chiedendo la revisione della sentenza che ad ottobre scorso ha condannato a 6 anni di prigione e a una multa di 2,5 milioni di euro ciascuno il manager e Fabrizio Viola per i reati di aggiotaggio e di false comunicazioni sociali relativi alla prima semestrale del gruppo di Rocca Salimbeni del 2015. Ai tempi, Profumo era presidente e Viola ad del gruppo Mps.

Profumo rafforzato dal cda di Leonardo

La sentenza, non dimentichiamolo, era stata utilizzata negli scorsi mesi come arma politica contro la figura di Profumo, su cui a mezzo stampa e da diversi campi politici (facenti riferimento in particolar modo al Movimento Cinque Stelle) erano piovute feroci critiche per la sua permanenza alla guida del gruppo di Piazza Monte Grappa leader dell’industria della difesa italiana. Una campagna che aveva contribuito a ostacolare gli affari di Leonardo oltre Atlantico, che è stata cavalcata da diversi media della galassia liberalconservatrice vicina a Donald Trumpha portato alla diffusione di voci su un possibile addio di Profumo motivato con presunti danni d’immagine apportati dalla sua figura di condannato a Leonardo e, in ultima istanza, è stata smentita dai fatti quando il cda del gruppo, unica autorità chiamata a giudicare gli amministratori, ha respinto con oltre il 99% dei voti la mozione presentata dal microazionista “attivista” Giuseppe Bivona per chiedere le dimissioni di Profumo.

Incassata a larga maggioranza la fiducia del consiglio di amministrazione di Leonardo, che non ha voluto seguire l’onda giustizialista dando addosso al “presunto colpevole” e aspetta i prossimi gradi di giudizio, Profumo assieme a Viola chiederà ora una svolta sul fronte processuale, provando a controbattere l’attivismo nei confronti del top management dei gruppi a partecipazione pubblica dimostrato in passato dal Tribunale di Milano che li ha condannati in primo grado.

Una sentenza discussa

La condanna all’allora presidente e all’ad di Viola appare al tempo stesso oltremodo severa se analizzata nel suo contesto di riferimento. Il management nominato in Mps nel triennio 2012-2015, che nell’ultimo anno riportò uno sprazzo di sereno con un primo utile per il gruppo, dovette operare nel quadro della ristrutturazione e del taglio dei costi la pulizia del portafoglio crediti e la chiusura anticipata delle operazioni Alexandria e Santorini, legate a contratti derivati che alcuni ex dirigenti Mps avrebbero utilizzato per coprire perdite di bilancio.

Profumo e Viola ottennero dall’autorità di vigilanza sulle società operanti in borsa, la Consob, e dalla Banca d’Italia la possibilità di ristrutturare e portare allo scoperto il rompicapo finanziario con cui il precedente management (Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gian Luca Baldassarri, condannati invece dal Tribunale di Milano per la mala gestione dei due contratti) aveva siglato accordi con Nomura e Deutsche Bank volti a dilazionare e occultare 730 milioni di euro in perdite in un periodo in cui la crisi finanziaria imperversava, Mps vedeva in portafoglio il peso del fardello Antonveneta e l’Autorità bancaria europea (Eba) stimava che la sottocapitalizzazione di Rocca Salimbeni era pari a 3,3 miliardi di euro.

Profumo e Viola, trovatisi ad amministrare una situazione disperata, in questo contesto “hanno impedito il crollo” di Mps e “avviato il Monte sulla strada della ripresa” prima che gli scandali bancari del 2016-2017 imponessero un nuovo periodo di crisi a Rocca Salimbeni, nota Milano Finanza. I due manager scoprirono il caos dietro i contratti Alexandria e Santorini, provvidero a chiuderli in anticipo rispetto alle scadenze contrattuali, anche per le pressanti richieste provenienti soprattutto dalla Bce, allora guidata da Mario Draghi, utilizzando i metodi della contabilizzazione “a saldi aperti” sulla base di un documento congiunto di Banca d’Italia, Ivass e Consob. La stessa metodologia oggi contestata dal Tribunale di Milano, che a detta della difesa ha però esagerato le dimensioni dell’ammanco di bilancio che l’operazione avrebbe contribuito a occultare.

Profumo e Viola scelsero la strada dei saldi aperti perché, nota Il Sussidiario, consente di tenere gli effetti contabili dell’operazione all’interno dello stato patrimoniale della banca, mentre a saldi chiusi si scaricano sul conto economico. Per effetto dell’elevata volatilità degli spread di quegli anni, ciò avrebbe comportato una forte variabilità nei risultati del Montepaschi”.

Governo e Consob all’erta

Dunque il contesto in cui le accuse che hanno portato alla sentenza maturarono era decisamente problematico. E questo mostra quanto complesse e, sotto certi versi, strumentali siano le accuse contro Profumo che tentano di saldare l’assalto alla sua poltrona di ad di un gruppo strategico a vicende giudiziarie con cui Leonardo non c’entra assolutamente nulla e sono tutt’altro che definitive.

Il governo Draghi, coerentemente con una linea prudenziale che lo ha sempre contraddistinto, ha difeso Profumo in assemblea e ne ha rinforzato la posizione, valorizzando la continuità operativa di Leonardo. Una possibile revisione della sentenza di primo grado può contribuire a riscrivere, agli occhi dell’opinione pubblica e della finanza italiana ed estera, la storia recente di Mps, banca caratterizzata da una crisi senza fine ma tra i cui management bisogna chiaramente distinguere. Mentre dibatte sul suo passato l’istituto senese, ancora oggi partecipato dallo Stato, vede forti dubbi sul suo futuro. Reduce da un utile di 119 milioni di euro nel primo trimestre 2021, la banca subisce però profondi scossoni sul fronte del capitale per via dell’assenza di chiari scenari per il suo futuro, tanto che la Consob ha stabilito che Mps dovrà comunicare mensilmente aggiornamenti sulla situazione di capitale e sulle misure – rafforzamento patrimoniale o aggregazione – a cui sta lavorando per mettersi in sicurezza.

L’autorità guidata da Paolo Savona, in questo contesto, appare come un presidio fondamentale per la continuità operativa delle partecipate pubbliche. Essendo diverse di esse, come Leonardo e Mps (temporaneamente in capo al Tesoro), società quotate il perimetro di garanzia dell’interesse nazionale si estende anche all’autorità di vigilanza che ha a capo il navigato economista sardo ed ex ministro. Che da studioso di intelligence economica sa quanto la finanza possa essere utilizzata come arma di destabilizzazione da parte di competitori e rivali di aziende che vivono momenti delicati. La vigilanza Consob dovrà dunque seguire da vicino Leonardo e Mps nella fase della revisione del processo a Profumo e Viola consentendo che, come accaduto finora, le attività speculative e le operazioni sotterranee continuino a non manifestarsi. Savona si trova sulla stessa parte della barricata con lo storico rivale Mario Draghi, che ha blindato Profumo non mettendo il suo nome in ballo nella partita delle nomine: in una fase tanto critica, esponenti della vecchia guardia delle istituzioni, della finanza e dell’economia sanno bene quali siano le mosse stabilizzanti da compiere per evitare che asset preziosi per il sistema Paese subiscano danni difficili da rimediare.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE