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Il candidato progressista Lee Jae-myung è stato dichiarato presidente della Corea del Sud, dopo aver vinto un’elezione lampo che lo ha posto alla guida di una nazione profondamente divisa, segnata dal disastroso tentativo del suo predecessore di imporre la legge marziale. Lee ha ottenuto una vittoria schiacciante contro il conservatore Kim Moon-soo, appartenente al partito dell’ex presidente caduto in disgrazia Yoon Suk Yeol, con il suo mandato iniziato immediatamente dopo la certificazione dei voti da parte della Commissione Elettorale Nazionale nelle prime ore di mercoledì.

Lee ha conquistato il 49,4% dei voti, distanziando nettamente Kim, fermo al 41,2%, penalizzato dalle lotte interne al suo partito e dalla presenza di un candidato di un terzo partito che ha frammentato il voto di destra. A differenza delle elezioni presidenziali ordinarie, che prevedono un periodo di transizione di diversi mesi, la vittoria di Lee in un’elezione anticipata, successiva all’impeachment di Yoon, ha comportato l’inizio immediato del suo mandato.

Chi è Lee Jae Myung

Sdraiato a terra, occhi chiusi ed espressione sofferente. Due assistenti a tamponargli una ferita sul collo in mezzo ad una folla concitata. Era il gennaio 2024 e Lee Jae Myung aveva appena subito un’aggressione potenzialmente mortale. Il leader del Partito Democratico di Corea (DPK), il più importante partito di centrosinistra della Corea del Sud, si trovava a Busan dove aveva appena visitato un cantiere edile.

In quei giorni Lee stava viaggiando da una città all’altra per costruire un fronte di opposizione abbastanza compatto. Il suo obiettivo? Travolgere il Partito del Potere Popolare (PPP) del presidente in carica, Yoon Suk Yeol, all’Assemblea Nazionale, il Parlamento monocamerale del Paese. A Busan Mr. Lee era atteso da una normale routine politica: incontri, strette di mano, comizi più o meno improvvisati, e poi il classico face to face con i giornalisti.

Mentre stava rispondendo alle domande di alcuni cronisti ed era circondato dai suoi sostenitori, qualcuno del pubblico gli si era avvicinato apparentemente per chiedergli un autografo. Era in realtà un aggressore che lo avrebbe accoltellato al collo con una lama lunga tra i 20 e i 30 centimetri. Il motivo? L’uomo, subito arrestato, non voleva che Lee diventasse un giorno presidente… È così che l’opinione pubblica globale aveva per la prima volta familiarizzato con il nome di Lee Jae Myung.

L’aggressione subita da Lee Jae Myung nel gennaio 2024

Fate largo a Lee Jae Myung

Oggi Lee, 61 anni, si è ripreso alla grande dal brutto incidente di Busan. Non solo perché il suo partito, nell’aprile 2024, avrebbe conquistato la maggioranza del Parlamento sudcoreano, mettendo in un angolo i conservatori e silenziando l’agenda di Yoon. Ma anche perché, in seguito alla legge marziale annunciata dallo stesso Yoon e al conseguente terremoto politico – dimissioni in massa di ministri e dei principali leader del PPP, oltre ad un impeachment per il presidente in carica – il nome di Lee è tornato a circolare con insistenza negli ambienti che contano.

Sconfitto per un soffio da Yoon alle presidenziali del 2022 (un margine di distacco di appena l’1%), oggi il capo e volto del DPK.

Yoon Suk Yeol

Il massimo organo giuridico sudcoreano ha sei mesi di tempo per confermare o respingere l’impeachment. C’è solo un problema: per qualsiasi decisione servono sei voti dei giudici sui nove che formano la Corte, ma al momento l’organo non è al completo, visto che tre dei suoi membri sono andati in pensione (il parlamento deve ancora sostituirli).

I sondaggi di opinione erano già chiari tempo e dicevano Mr. Lee sarebbe uscito, come poi avvenuto, nettamente vincitore da un’elezione anticipata – che verrebbe indetta quando e se Yoon dovesse essere ufficialmente rimosso (bisogna attendere, come detto, la decisione della Corte) o se quest’ultimo dovesse dimettersi di propria spontanea volontà – con il 52% dei consensi a fronte di un 10% scarso che voterebbe per Han Dong Hoon, dimissionario leader del PPP.

Proteste anti Yoon nelle strade di Seoul

La storia di Lee

Lee è stato soprannominato “il Bernie Sanders della Corea del Sud” perché, quando era governatore del Gyeonggi, intendeva offrire un reddito di base universale ai giovani nella provincia da lui amministrata. È stato anche definito il “Trump sudcoreano” per i suoi numerosi problemi giuridici.

Lee, che nega ogni illecito e sostiene che alla base di tutti i suoi guai vi siano mere ragioni politiche, ha cinque processi in corso per presunti reati, tra i quali falsa testimonianza, violazione del dovere e coinvolgimento in trasferimenti illeciti di fondi verso la Corea del Nord. Il mese scorso un tribunale lo ha dichiarato colpevole di violazioni della legge elettorale, un verdetto contro cui il 61enne ha fatto ricorso. Nel caso in cui dovesse essere condannato per questo reato, Lee perderebbe il suo seggio parlamentare e non potrebbe candidarsi per 10 anni. Sembrano solo dettagli, adesso, visto che l’anti Yoon non è mai stato politicamente così forte.

Lee Jae Myung

Nonostante sia considerato eccessivamente progressista, Lee ama definirsi un pragmatico, o meglio, un realista. Singolare la sua storia: i suoi genitori si guadagnavano da vivere pulendo i bagni pubblici mentre lui, da adolescente, aveva abbandonato la scuola per diventare un operaio clandestino e aiutare la famiglia a sbarcare il lunario. Nel 1980, quando la Corea del Sud era una dittatura militare, ricordava di aver pensato che lo Stato fosse giustificato ad usare il pugno duro contro i manifestanti che – così venivano ritratti dalla stampa dell’epoca – avevano rubato armi e sparato ai soldati.

Due anni più tardi, dopo aver superato un esame speciale per entrare al college, Lee apprese dai suoi compagni di studio la verità sul massacro di Gwangju (e altri che avvennero in quel periodo): i cittadini che si ribellarono al regime militare, avrebbe ammesso più tardi, non erano ribelli ma vittime uccise dai militari. Fu questo che spinse Lee ad entrare in politica, diventando prima un avvocato per i diritti umani, quindi un attivista civico e poi un politico dalla parte dei poveri.

Un incubo per gli Usa

Più che la storia personale, a spaventare i conservatori sudcoreani e gli Stati Uniti, partner principale di Seoul, è l’agenda politica di Lee. Il motivo è presto detto.

Così come Yoon aveva scelto di adottare una linea durissima contro la Corea del Nord, il leader del DPK intenderebbe tornare a dialogare con Pyongyang in cerca della pace. Se Yoon aveva rafforzato i legami con il Giappone – su consiglio di Washington – per prendere le distanze dalla Cina, Lee spingerebbe per riavvicinarsi a Pechino in nome del commercio e di pratiche di buon vicinato.

In Corea del Sud sono stati giorni carichi di tensione

E ancora: così come Yoon aveva plasmato la politica estera di Seoul in base alle esigenze dell’amministrazione Biden (coinvolgendo, seppur indirettamente, la Sud Corea nel dossier ucraino), Lee vorrebbe smarcarsi dall’abbraccio statunitense, considerato fin troppo asfissiante.

Non è un caso che Mr. Lee abbia dichiarato di apprezzare l’obiettivo dichiarato di Donald Trump di porre fine alla guerra in Ucraina, così come l’apparente interesse del tycoon a impegnarsi nuovamente in possibili negoziati con Kim Jong Un. Insomma: senza Yoon, o un conservatore di ferro al potere, gli Usa rischiano di perdere la Corea del Sud nella loro crociata anti cinese e anti Nord Corea.

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