Rieccolo, Nigel Farage. Lo abbiamo pensato tutti vedendo tornare, a inizio giugno, il 60enne leader di Reform Uk, la formazione erede dell’United Kingdom Independence Party/Brexit Party da lui guidata in più occasioni nel lungo ventennio che ha preparato il referendum sulla Brexit prima (2016) e la corsa all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea poi (concretizzata a inizio 2021). Il 3 giugno 2024, candidandosi alle elezioni anticipate, Farage ha potenzialmente scritto, una volta di più, la storia del suo Paese dando la spallata definitiva al suo ex partito, i Conservatori, lanciando la sfida da destra alla formazione che è stata di Boris Johnson e ora è di Rishi Sunak.
Farage è alla sua “Last Dance”. Come Michael Jordan, ha avuto tre fasi della sua carriera. La prima, da esponente del Partito Conservatore critico dell’avvicinamento al Trattato di Maastricht. La seconda da grande propugnatore della Brexit. Infine, l’ultima, quella in corso ora, è quella del “sicario” della destra britannica. In cui gli epiloghi shakespeariani dei governi conservatori alternatisi dal 2010 a oggi, sempre caduti per congiure interne, sono completati dal colpo di coda di Farage, intento a vendicare la presunta onta di una Brexit incompleta. Al contrario di Jordan, Farage non ha primeggiato, salvo nel 2014 quando il suo Ukip fu primo alle elezioni europee. Ma ha condizionato la storia britannica plasmando il clima culturale che ha portato alla Brexit: il populismo di destra animato nell’Inghilterra profonda, la lotta all’immigrazione e, più di recente, al politicamente corretto, il nazionalismo spinto ostentato e rivendicato hanno conquistato il Partito Conservatore.
Farage si gioca la sua “Last Dance” provando ad arrivare, in questo voto, laddove non si era mai spinto: a Westminster. L’Ukip e il Brexit Party guidati dall’ex brillante alumno del Dulwich College divenuto broker, fervente anglicano, capaci di eleggere solo un paio di parlamentari nei collegi uninominali britannici, sono sfociati in Reform Uk che spera in un buon risultato. Farage si candida ai Comuni a Clacton, per diventare membro del parlamento di Londra dopo esserlo stato ventuno anni (1999-2020) a Bruxelles. Sfruttare la decomposizione dei Tory serve anche a questo. E così, Farage continua a lanciare la sua campagna politica conscio dell’assenza del peso di ogni responsabilità. Ieri come oggi: saranno altri a doversi accollare le scelte politiche che deriveranno dalla presenza elettorale del populista che parla all’Inghilterra profonda, chiede di abolire la Camera dei Lord, ripudiare l’agenda ecologica, assumere 40mila nuovi poliziotti per tutelare l’ordine pubblico, financo privatizzare la sanità pubblica. Dopo meno Europa è il momento di meno Stato sociale, ma più ordine pubblico. Per, è questa la narrazione, ovviare al fallimento dei Tory.
Rieccolo, Farage. John Crace, pungente cronista politico del Guardian, lo ha ritratto alla recente convention di Reform Uk a Houghton-le-Spring: “Il tempo trascorso da Nigel nel circuito neocon negli Stati Uniti negli ultimi quattro anni ha dato i suoi frutti. Ora ha l’aria di un televangelista che sai che verrà arrestato per evasione fiscale nel giro di poche ore. Interferenze con le persone in prima fila. Conversazionale piuttosto che oratorio. Ti aspetti quasi che interrompa il suo flusso e faccia un appello per donazioni alla sua associazione benefica preferita. La Bank of St Nigel. E non sarebbe stata una sorpresa se metà del pubblico di 1.000 persone non avesse consegnato le proprie carte di credito”.
Farage, nota Crace, affabula e confonde le acque. I suoi sostenitori lo appoggiano perché critici di Rishi Sunak e Keir Starmer: ” Sanno che è un impostore ma non gliene importa. Almeno è un impostore divertente. Una voce di disaffezione. Loro lo amano non per quello che è ma per quello che non è. Non è un conservatore e non è laburista”, ma apprezzano la sua capacità di esercitare “il potere senza responsabilità“. Il sogno di tutti, no?
Del resto, una nota personale aiuta a inquadrare al meglio l’uomo. C’entra, molto, il tatticismo populista nel determinare il carattere di Farage. C’entrano assolutamente, ed è indubbio, i tatticismi e i sentimenti di rivalsa personale. Ma “rieccolo” Farage spesso ha dovuto dirlo, in primo luogo, a sé stesso. Tre volte, nella sua vita, ha vissuto sfide personali dure: nel 1985, quando subì un violentissimo incidente automobilistico in cui subì danni alla testa; l’anno successivo quando combatté, giovane, un tumore al testicolo; e nel 2010 quando sopravvisse all’incidente dell’aereo da turismo ove si trovava durante un tour elettorale. Tre prove dure superate con una tempra la cui versione politica difficilmente vedremo mai espressa dal Farage politico, sempre di lotta perché strutturalmente impossibilitato a esser di governo. Gran promotore di sé stesso e portavoce di un’Inghilterra che spesso non si sente rappresentata, ma che non si può ignorare. Anche a ricordare questo servono i “rieccolo”.

