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Giorno dopo giorno, il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump tiene alta l’attenzione dei media di tutto il mondo per l’infornata di nomine per la sua amministrazione e qualche giorno fa il tycoon ha scelto il neo segretario di Stato, ovvero Marco Rubio. Naturalmente, tale nomina riveste per noi europei un’importanza cruciale poiché si tratta del titolare della politica estera al cui vaglio passeranno le sorti delle due guerre che si combattono alle porte di casa nostra: il conflitto russo-ucraino e quello israelo-palestinese.

Detto questo, chi è Marco Rubio? In tanti lo conoscono come il “semplice” senatore della Florida  da quasi tre lustri, ma per gli scienziati della politica e commentatori politici di diverse estrazioni culturali è l’emblema della metamorfosi del Partito Repubblicano dall’era Bush all’era Trump, ovvero dall’essere propaggine dell’establishment neocon (neoconservatore) a formazione popolare. Rubio per anni è stato il volto della moderazione e del conservatorismo classico che i notabili del partito volevano come contrappeso all’esuberanza e al conservatorismo sovranista del 45esimo presidente, ma alla fine il poco più che cinquantenne senatore di Miami è stato folgorato sulla via di The Donald, tanto da diventare uno dei suoi più stretti alleati al Congresso. Ciò, però, non sarebbe abbastanza per essere idolatrato dalla base del movimento Make America Great Again  (MAGA) che ha accolto con freddezza la sua “promozione” nella futura amministrazione Trump a causa di prese di posizione interventiste e neoconservatrici in politica estera che paiono un retaggio del vecchio Grand Old Party (nome con cui è conosciuto il Partito Repubblicano) prima che irrompesse sulla scena l’imprenditore newyorchese. 

I primi passi in politica

Marco Rubio è nato in Florida da genitori di origine cubana e dalle condizioni economiche modeste, ma ha trascorso parte dell’infanzia in Nevada dove la famiglia si era trasferita in cerca di opportunità lavorative più redditizie. Durante gli anni del liceo si distingue per le sue doti da giocatore di football, ma il giovane Marco decide di sfruttare il suo talento sportivo per guadagnarsi una borsa di studio e procurarsi una laurea in legge. Una volta ottenuta l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato, Rubio decide di lasciare le aule di tribunale per sedere tra gli scranni delle aule parlamentari e a neanche trent’anni compiuti è eletto alla Camera dei rappresentanti della Florida di cui diventerà Speaker nel 2006.

Proprio nell’anno in cui diventa presidente dell’assemblea del Sunshine State, Rubio pubblica il libro “100 idee innovative per il futuro della Florida”, un opuscolo delle riforme da attuare che diventerà il suo trampolino di lancio per la scalata alla politica nazionale, che avverrà qualche anno più tardi con la candidatura al Senato degli Stati Uniti. Prima di assaporare il seggio di Capitol Hill, Rubio è dovuto passare per le forche caudine delle primarie, competizione in cui tutti i sondaggi lo davano perdente. Il futuro senatore riuscì a stravolgere i pronostici e a vincere non solo le primarie ma anche lo scontro finale per aggiudicarsi lo scranno in quel di Washington. Nonostante in tanti nel GOP gli abbiano proposto di candidarsi alla Casa Bianca nella sfida di Obama per il secondo mandato – la scelta poi ricadde su Mitt Romney -, Rubio declinò l’offerta per poi presentarsi alle primarie del 2016 proprio contro Donald Trump.   

La metamorfosi trumpiana 

Dopo aver annunciato la sua candidatura alla nomination repubblicana, i media accendono i riflettori sul suo profilo, dando luogo a un’opera di incensazione che si spinge fino a definirlo “l’Obama repubblicano” per via della giovane età e della sua riuscita personale e professionale, nonostante le umili origini familiari. Data l’accoglienza mediatica, diventa in pochissimo tempo il candidato dell’establishment partitico, ma la sua stella inizia a brillare sempre meno fino a perdere ogni bagliore con la comparsa di Trump ed dell’ultraconservatore Ted Cruz, senatore del Texas. 

Più le primarie entrano nel vivo, più si profila una lotta serrata tra Trump e Cruz, relegando Rubio al ruolo di inseguitore dei due paladini anti establishment, cosa che lo costringe a ritirarsi dalla corsa dopo la cocente sconfitta nella “sua” Florida, dove The Donald trionfò con il 47%, 20 punti percentuali più di lui. 

Durante la campagna elettorale Rubio e Trump si inflissero colpi bassissimi e tra loro volarono insulti pesanti. Il primo accusò il secondo di essere “un artista della truffa” e fece battute pungenti sulle dimensioni delle sue mani, mentre il tycoon gli affibbiò l’appellativo “Little Marco” (Piccolo Marco). Dopo l’insediamento del magnate alla Casa Bianca e l’opa della filosofia del Make America Great Again, il senatore ha messo da parte i dissapori con il suo ex rivale, iniziando a sostenerlo incondizionatamente nelle campagne elettorali del 2020 e 2024. Le asperità di un tempo sono acqua passata, ma se Rubio è adesso più in sintonia con la base MAGA su questioni di politica interna ed economica, per la politica estera continua a godere di scarso apprezzamento. 

Nel corso di questi anni, Rubio ha più volte parlato di minacce agli Stati Uniti da parte dell’Est del mondo affermando che Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang starebbero facendo fronte comune per minare l’egemonia americana: “Tutti condividono un unico obiettivo: indebolire l’America, indebolire le nostre alleanze, indebolire la nostra posizione, la nostra capacità e la nostra volontà”. Durante il primo mandato di Trump alla Casa Bianca, sussurrò in modo piuttosto rumoroso all’orecchio del presidente di inasprire le sanzioni contro il Venezuela e sostenne anche l’opportunità di un golpe militare per rovesciare Nicolas Maduro.

È sull’Ucraina, però, che non si può realizzare l’idillio con i sostenitori MAGA. Rubio in tempi recenti non ha votato a favore degli aiuti a Kiev non perché volesse sollecitare i negoziati di pace con Mosca, ma per il fatto che si stavano sottraendo risorse ai presidi al confine con il Messico contro l’immigrazione clandestina. A dire il vero, come riporta Politico, a Kiev avrebbero tirato un profondo sospiro di sollievo una volta appreso della nomina del senatore della Florida a segretario di Stato, tanto che la parlamentare ucraina Iryna Gerashchenko si è precipitata a dichiarare “Rubio ha visitato ripetutamente l’Ucraina e ha persino criticato pubblicamente i repubblicani che dubitavano della necessità di aiutare l’Ucraina”.

Indubbiamente, la designazione di un profilo moderato per un ruolo chiave nell’amministrazione Trump è un asso nella manica per flirtare con l’establishment  che ha sempre percepito The Donald come un corpo estraneo. Solo il tempo ci dirà se le speranze che tanti hanno riposto nel tycoon per la fine delle guerre saranno assecondate o se invece con la nomina di Rubio siano destinate ad affievolirsi.   

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