Sir Keir Starmer sarà il prossimo primo ministro britannico. La netta vittoria contro i Conservatori del premier uscente Rishi Sunak hanno confermato unanimi nell’incoronare il suo Partito Laburista di un’ampia maggioranza.
Il digiuno di quattordici anni vissuti dal Labour all’opposizione, mentre tra alti e bassi era il Partito Conservatore a mantenere il controllo della stanza dei bottoni nelle fasi più concitate della storia britannica recente: Grande Recessione, Brexit, pandemia e guerra in Ucraina, finisce con lo schianto dei Tory. Il Labour rimbalza di un punto abbondante rispetto alla debacle del 2019, i Conservatori sprofondano di venti punti: tanto basta, per l’alchimia dei collegi uninominali, per consegnare col 34% dei voti ben 410 seggi su 650 al partito di Starmer.
Starmer arriva a Downing Street dopo che alla guida del partito ha, negli anni, sopito gli entusiasmi e riacceso il pragmatismo: la Brexit e le sue conseguenze hanno spostato a destra la società britannica, risvegliando nella vecchia Inghilterra il mai sopito sentimento nazionalista e di questo bisognava prendere atto. La convergenza al centro, dove centro fa rima con “mainstream”, del Partito Laburista e l’implosione dei Tory logorati dal potere investono il 61enne baronetto di Southwark di un primato: l’avvocato divenuto politico, deputato dal 2015 e leader Labour dal 2020, è risultato essere il primo vincitore (numeri alla mano, addirittura trionfatore) di elezioni politiche britanniche della storia recente a non portare alcuna nuova elaborazione ideologica o pragmatica per conquistare l’elettorato.
Lo “Starmerismo” di cui spesso si parla è una riverniciatura della Terza Via di Tony Blair per una sinistra di mercato, a cui Starmer aggiunge analisi politiche figlie del suo tempo e legate alla disaffezione per il Partito Conservatore del pubblico britannico. Abbandonando la volontà del predecessore Jeremy Corbyn di sfidare i Tory sul terreno dell’egemonia culturale e politica e semplicemente accettando una realtà di fatto.
Ad esempio, sull’economia Starmer si preannuncia uomo di disciplina di bilancio dopo che i governi dei Conservatori avrebbero, a suo dire, “devastato l’economia”. Eccezion fatta che per la parentesi di Liz Truss, però, i problemi britannici sembrano più strutturali che contingenti e l’attuale primo ministro Rishi Sunak ha in due anni promosso una dolorosa campagna di tagli di bilancio. Tanto che perfino il Guardian, da sempre vicino alle istanze della sinistra britannica, ha affidato a Larry Elliott un commento pungente: ” Le aspettative sono a un livello così basso che non ci vorrà molto per superarle. Il desiderio degli elettori di liberarsi dei Tories non sembra essere accompagnato da un entusiasmo simile per ciò che offre il Labour. La fiducia nei politici di ogni genere è a un livello basso, quindi nessuno si aspetta molto”.
Sull’immigrazione, storia simile. Starmer ha aperto alla chiusura degli accordi col Ruanda per deportare i migranti irregolari, ma ha accettato la logica conservatrice della trasformazione della crisi degli sbarchi via Manica in emergenza nazionale. Tanto da esser accusato di razzismo dalla comunità bengalese britannica. E sulla Brexit? Starmer si dice pronto a rivedere in senso più aperto gli accordi con l’Unione Europea, non a invertire l’uscita di Londra dai Ventisette. Accettando la scelta fatta dai governi conservatori.
Starmer confonde i consensi del partito con i consensi alla sua persona, e cerca di non sbagliare alimentando lo spauracchio del suo predecessore, Jeremy Corbyn. Etichettato dai suoi fedelissimi come estremista e radicale e naturalmente divisionista. A un Corbyn divisivo e perdente si contrappone, nella narrazione, uno Starmer unitario e vincente. Ma l’unità è quella di colui che vuole dire sempre la cosa che, su ogni tema, scontenta il minor numero di persone. Un atteggiamento punto duramente da Jacobin: “gli appelli di Starmer per porre fine al fazionismo nel partito laburista sono, se non consapevolmente disonesti, nella migliore delle ipotesi poco chiari. Considerando la complessità della coalizione laburista tra socialisti, riformatori sociali e sindacalisti, con profonde e fondamentali differenze tra loro sulla natura e l’entità del cambiamento sociale richiesto, è impossibile risolvere le contraddizioni al suo interno semplicemente istruendo le persone a comportarsi bene”, ovvero evitando di essere divisivi.
Vero è che, però, Starmer divisivo ha saputo esserlo, e non poco. Un tema su tutti su cui le sue posizioni hanno suscitato critiche è quello del conflitto israelo-palestinese. Starmer, desideroso di cancellare la parentesi critica di Corbyn, ha schierato il Labour su un oltranzismo pro-Tel Aviv. Al punto da dirsi favorevole al taglio dell’energia elettrica e dell’acqua dalla Striscia di Gaza dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre e continuando a sostenere l’idea che un cessate il fuoco avrebbe favorito i jihadisti prima di essere anticipato su questo tema da Sunak e dal ministro degli Esteri David Cameron. A cui, una volta di più, Starmer si è accodato.
Chi definiva, tra i candidati laburisti, come “genocida” la condotta di Israele veniva sospeso dalle liste elettorali da Starmer, la cui identità politica e personale è profondamente toccata dalla situazione individuale: è sposato con una donna di discendenza ebraica, Victoria Alexander, e pur essendo ateo sostiene l’idea che i suoi figli debbano seguire la tradizione religiosa dei nonni materni.
Certo, si potrebbe obiettare che nel mondo milioni di persone di sincera fede ebraica si definiscono critiche degli eccessi di Israele a Gaza senza temere di sostenere gli orrori di Hamas per questo, ma per Starmer il punto di caduta che conta è la cancellazione del passato politico. Anche quando ciò porta a sconfessioni della sua linea come la vittoria elettorale di George Galloway, ex laburista eretico, nel collegio di Rochdale contro il suo ex partito dopo una campagna condotta unicamente sul tema della critica del sostegno di Starmer a Gaza. Una premessa a ciò che potrebbe accadere ora che Partito Laburista tornerà al potere dopo quattordici anni di traversata del deserto, finendo inevitabilmente sotto il fuoco delle critiche per ciò che farà e soprattutto per ciò che non farà. Sir Keir è avvertito: dal 5 luglio non essere un Conservatore non basta più. E dovrà agire di conseguenza.

