Il processo che si terrà ad Amman, in Giordania, per il tentato golpe contro re Abdallah non è solo un processo contro una rete golpista, ma una procedimento giudiziario che rischia di essere di portata regionale. La dinastia hashemita non è infatti soltanto la guida della Giordania, ma un vero e proprio caposaldo della geopolitica mediorientale, elemento cardine di un equilibrio che vede unirsi quesitone israelo-palestinese, rapporti religiosi, rapporti dinastici e di clan. E in tutto questo, un complesso meccanismo internazionale in cui gli Stati Uniti, nel passaggio di consegne tra Donald Trump e Joe Biden, sono ancora pienamente coinvolti nel contenimento dell’Iran.

David Ignatius ha lanciato in questi giorni una vera e propria bomba sul processo contro i golpisti giordani. Sul Washington Post, il giornalista ha infatti affermato che dietro il tentativo di rovesciare Abdallah vi fosse un intricato sistema di relazioni e di lotte regionali con il coinvolgimento dell’Arabia Saudita. In base alle fonti del Washington Post, che cita l’intelligence britannica, statunitense, israeliana e anche segmenti degli 007 sauditi, quella notte di aprile in Giordania non vi sarebbe stato quindi un regolamento di conti per rafforzare la monarchia hashemita, ma una reale operazione delle forze di sicurezza per sventare un tentativo di colpo di Stato. Un piano che era partito da due direttrici: da un lato lo scontento della presidenza Trump (in particolare di Jared Kushner) per l’assenza della Giordania dagli Accordi di Abramo e, dall’altro lato, il conseguente rifiuto dell’Arabia Saudita di unirsi al patto voluto da Trump se non lo avesse fatto anche Abdullah, protettore di Gerusalemme Est. Come protettore di Al-Aqsa, re Abdullah è perfettamente consapevole che il suo unico ruolo è quello di equilibrista sullo scontro israelo-palestinese. Un accordo che pone Israele al centro, che rende secondaria la questione palestinese e che comporta un allineamento dello Stato ebraico con i Paesi del Golfo di fatto comporta il declino del ruolo giordano.

Per comprendere quello che sta accadendo in Giordania e il ruolo di questo processo, ne abbiamo parlato con l’ambasciatore Mario Boffo, già rappresentante diplomatico in Arabia Saudita e Yemen. “L’Arabia Saudita da sempre esercita, o prova a esercitare, un’influenza su tutta la regione”, spiega il diplomatico, “e lo fa attraverso fondi, influenze e aiuti economici in diversi Paesi, dal Nord Africa al Pakistan, Giordania compresa”. Una rete in cui, spiega l’ambasciatore, non va dimenticato l’elemento tribale, che in Medio Oriente, soprattutto in quell’area, ha un valore estremamente rilevante anche nelle dinamiche politiche. Sul coinvolgimento dell’Arabia Saudita nel tentato golpe contro Abdallah, per Boffo non sembrano esistere prove al momento, ma, ci spiega, “non è da escludere che Riad abbia in qualche modo sostenuto o addirittura fomentato un cambio della guardia ad Amman, considerata la reticenza della Giordania di re Abdallah ad accettare un accordo che farebbe venir meno il suo ruolo in Medio Oriente, ostacolando di conseguenza i sauditi, che non si sentirebbero di fare un passo in avanti sugli Accordi di Abramo prima degli hashemiti”.

Il processo contro la rete golpista, in particolare contro Bassem Awadallah, ex capo della Corte reale e ministro delle Finanze, e Sherif Hassan Zaid, parente di re Abdallah, rischia dunque di scoperchiare un vaso di Pandora ben più grande. Un complesso gioco diplomatico in cui l’ex principe ereditario e fratellastro del monarca giordano, Hamza, sarebbe solo una pedina di un gioco più grande, e che arriva fino a Washington. “Gli Accordi di Abramo sono un lascito di Trump, ma bisogna vedere cosa farà Biden” spiega Boffo. “Difficilmente potrà tornare indietro e cancellare quello che è comunque un risultato della precedente amministrazione, ma per Biden è evidente che l’interesse prioritario sia quello di trovare un accordo con l’Iran sul nucleare”. “Questo – conclude l’ambasciatore – potrebbe far sì che il presidente Usa utilizzi gli Accordi Abramo come arma diplomatica in chiave anti-iraniana, allargando o restringendo il loro campo d’azione in base alle scelte di Teheran”. Il pensiero dell’ex capo della diplomazia italiana a Riad e Sana’a è che gli Accordi di Abramo avranno successo solo se sintonizzati con il negoziato nucleare in modo da dar luogo a equilibri che, pur volti al contenimento dell’Iran, non si risolvano in una pure e semplice contrapposizione.

Per la Giordania non è comunque semplice. “Israele è estremamente pragmatico e non fa nulla se non ha un risvolto pratico” dice Boffo, ed è quindi chiaro che se non vogliono avere ad Amman un governo contrario agli Accordi di Abramo, non per questo sarebbero necessariamente favorevoli a una destabilizzazione della Giordania. In più ci sono altri attori dell’area che non possono essere dimenticati, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, che svolgono una loro politica relativamente silenziosa ma penetrante, e la Turchia. Attori che sono coinvolti non solo nella questione israelo-palestinese, ma anche nel dimenticato conflitto nello Yemen. Il processo di Amman è quindi anche un “test-case” degli orientamenti della nuova presidenza americana in merito agli Accordi voluto da Donald Trump e Kushner. Ma “il destino della Giordania è quello tipico degli Stati-cuscinetto”, dichiara Boffo. Quindi estremamente delicato.

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