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Gorch Fock. Così si chiama la nave scuola della Marina Militare Tedesca (la Deutsche Marine) che assolve alle stesse funzioni del nostro Amerigo Vespucci: formare generazioni di ufficiali.

Il veliero tedesco, un trialbero varato nel 1958 che prende il nome di uno scrittore deceduto durante la famosa battaglia navale dello Jutland del 1916, è l’unica nave scuola a vela rimasta alla Germania.

Una unità simile e dallo stesso nome, però varata nel 1933, fu ceduta all’Unione Sovietica in conto riparazione danni di guerra e fece una malinconica fine – come peraltro fece la gemella di nave Vespucci finita nelle stesse mani, la Colombo – divenendo una bagnarola incapace di navigare che fu riconsegnata alla Germania nel 1999. Ora si trova nel porto di Stralsund, nel Baltico, e almeno ha recuperato parzialmente dignità fungendo da museo.

Dignità che però non si può dire faccia parte della sorte toccata al veliero omonimo che dovrebbe essere il vanto della Marina Militare Tedesca di oggi. 

La nave, infatti, è ridotta a poco più di un rottame in attesa di riparazioni che, a discapito dell’efficienza tedesca, tardano ad essere eseguite, e forse non lo saranno mai.

Preventivi sbagliati e manutenzione mai fatta

Già. Perché la storia del veliero tedesco sembra più la storia di una carretta di qualche Paese del sudamerica uscita dalla penna di un romanziere piuttosto che quella di una nave che dovrebbe essere il vanto di un’intera nazione come è la nostra Amerigo Vespucci.

Il veliero, dallo scafo ricoperto in acciaio lungo 82 metri e largo 12, nel corso degli anni ha subito diversi lavori di rimodernamento sino a quando è entrato in cantiere nel 2015, e da quel momento lì si trova.

Il preventivo iniziale, per i lavori, ammontava a nove milioni e mezzo di euro, ma la Gorch Fock ha dimostrato di avere problemi più seri di quanto si pensasse.

I due incidenti che aveva subito, tra cui uno speronamento ad opera del pattugliatore Frettchen della classe Gepard, ne avevano compromesso lo scavo a tal punto che se avesse ripreso il mare avrebbe rischiato di naufragare.

Non sarebbe bastato più, quindi, il semplice cambio delle vele e del rivestimento in acciaio, bensì una serie di complessi lavori strutturali per sistemarne lo scheletro dello scafo, visibilmente compromesso: la prua del veliero era infatti storta e si poteva notare ad occhio nudo.

Ed i costi, man mano che procedevano le ispezioni in cantiere, lievitavano esponenzialmente: 12,2 milioni nel marzo del 2016, un mese dopo si era già a 16 milioni, oltre 22 a giugno, 33,5 a agosto, quasi il doppio a settembre sino ad arrivare a 135 milioni di euro odierni. Un costo esorbitante che ha portato Berlino a pensare di rottamare il veliero e di vararne un altro, che però non sarebbe pronto prima del 2032. 

Ad oggi, come riporta Der Spiegel, sono stati già spesi 70 milioni di euro non solo a causa della cattiva manutenzione passata, ma anche perché risulta sparita la documentazione dei lavori effettuati dopo il varo e nel corso degli anni: una grave pecca per la solerte e precisa burocrazia germanica.

Un simbolo dei tempi

Il caso della Gorch Fock è l’emblema dei tempi sciagurati che si trova a vivere la Germania di oggi. Il veliero, con la sua decadenza ed il suo essere ridotto tristemente ad un rottame in rovina, è l’allegoria perfetta della situazione delle Forze Armate tedesche.

Lo Stato Maggiore tedesco si trova davanti una serie di enormi problemi strutturali che i recenti investimenti non hanno contribuito a risolvere, dimostrandone la natura intrinseca al sistema difesa.

Calo della domande di arruolamento che ha portato alla scelta di aprire le porte dell’esercito agli stranieri e ai minorenni, velivoli messi a terra per mancanza di pezzi di ricambio, sommergibili fermi nei cantieri per riparazioni, carri armati agli sgoccioli dipingono uno scenario di crisi profonda che è perfettamente rappresentato dalla fine ingloriosa che sta facendo la nave scuola tedesca.

Una Germania che si candida a rifondare l’Europa insieme alla Francia, come vorrebbero fare col Trattato di Aquisgrana, che vuole essere il nucleo centrale di un esercito europeo ponendosi come leader del programma Pesco sull’iniziativa industriale per la Difesa in Europa, prima dovrebbe pensare seriamente a ridarsi una cultura “militare” – problema condiviso anche dall’Italia peraltro – senza la quale ogni tipo di investimento e tentativo di iniziativa strategica sarebbe del tutto vano.