Il ritorno della Russia nell’accordo sull’esportazione del grano dai porti ucraini vede ancora protagonista Recep Tayyip Erdogan. Il presidente turco, che ha voluto a ogni costo mediare per questa intesa al punto di rendere Istanbul il centro logistico per il rispetto dell’accordo, si è mosso da subito per cercare di far tornare Vladimir Putin sui suoi passi dopo la decisione di interrompere il coinvolgimento russo. Missione compiuta, almeno per il momento. Con il leader di Ankara che incassa non solo una ulteriore vittoria diplomatica nel delicato e sempre più ristretto tavolo dei negoziati tra Kiev e Mosca, ma anche la gratitudine degli Stati Uniti e dell’Ucraina. Un tema che non va sottovalutato, perché in questa fase della guerra in cui tutto sembra orientato verso una paralisi delle trattive (almeno pubbliche), l’unico leader a essere riconosciuto da tutte le parti non solo come interlocutore, ma anche appunto come mediatore, è proprio il “sultano”.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha detto di avere “ringraziato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per la sua partecipazione attiva nel preservare l’accordo sul grano, per il suo fermo sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina”. Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha invece parlato con il proprio omologo, il turco Mevlut Cavusoglu, sempre per ringraziarlo “per gli sforzi compiuti dal suo Paese per garantire la ripresa dell’iniziativa per il grano del Mar Nero, incoraggiando il ritorno della Russia e ricordando a Mosca l’importanza di continuare ad aderire agli accordi mediati dalle Nazioni Unite e ai suoi impegni per sostenere la sicurezza alimentare globale”. Ringraziamento ribadito anche via social.
Sul fronte Onu, a rivolgersi alla Turchia è stato il sudanese Amir Mahmoud Abdulla, coordinatore per l’Iniziativa sul grano del Mar Nero, che su Twitter ha scritto di essere “grato per la facilitazione turca”. Mentre da parte russa, a parte le lodi tessute da Putin durante la scorsa settimana nei confronti del capo di Stato anatolico, la volontà di far ripartire l’accordo sul grano è già considerabile come un attestato di stima nei confronti dei turchi.
Se questa è la vittoria in chiave politica che ha incassato Erdogan, c’è un’altra chiave di lettura che aiuta a consolidare l’utilità strategica (ma se vogliamo anche propagandistica) di questo passaggio diplomatico tra Mosca e Ankara. Un passaggio che ha uno scenario molto importante: l’Africa. A confermarlo sono stati, seppure in maniera diversa, proprio i leader dei due Paesi: Erdogan e Putin. Il presidente russo aveva detto, durante una telefonata con l’omologo turco, che la Russia era “pronta a fornire gratuitamente quantità significative di grano e fertilizzanti all’Africa”. Punto già approfondito da alcuni membri dell’esecutivo di Mosca che avevano sottolineato come la Federazione avrebbe trovato il modo di rispettare gli impegni presi con gli Stati non solo mediorientali, ma anche africani, facendo intendere di essere sempre molto disponibili con quei partner degli altri continenti.
Al presidente russo ha fatto eco proprio Erdogan il quale, durante un discorso al Parlamento di Ankara non soltanto ha pubblicamente affermato che l’accordo è stato ritrovato grazie al ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, ma anche che questa rinnovata intesa avrebbe dato priorità alle nazioni africane, con un focus particolare su Gibuti, Somalia, e Sudan. Un tema su cui il Cremlino sta puntando molto e che si era già reso evidente quando lo “zar” ha accusato l’Occidente di togliere grano russi ai paesi in via di sviluppo o più poveri.
In queste comunicazioni da parte di Ankara e di Mosca si annida uno dei fattori forse decisivi per comprendere una parte dei rapporti tra Russia e Turchia non solo nella guerra in Ucraina e sul Mar Nero, ma anche nella stessa Africa. Lì dove l’antico colonialismo europeo ha gradualmente lasciato traccia se non per la presenza militare in alcune regione, i due vecchi imperi, quello turco e quello russo, hanno spinto sull’acceleratore dell’inserimento in Africa proprio per strappare posizioni di vantaggio a danno degli occidentali. Uno degli elementi su cui sia Mosca che Ankara hanno deciso di investire è quello della propaganda, e non è un caso che entrambe le forze che si affacciano sul Mar Nero parlino di vendita di cereali e fertilizzanti ai Paesi dell’Africa.
Una scelta dettata non tanto da filantropia, quanto da precise regole geopolitiche. L’Africa è un punto interrogativo troppo importante sia per Ankara che per Mosca. Entrambe queste potenze vogliono dominare la scena politica continentale a scapito delle vecchie glorie dell’Europa occidentale. In questo inserendosi anche nel flusso degli investimenti cinesi e nella contrapposizione con le nuove sfere di influenza che fanno capo al mondo arabo. Come in Mali sono apparsi bandiere russe o con il volto di Putin (un’influenza ampliata anche in altre aree del Sahel e dell’Africa centrale) in altri Paesi è il soft power turco a fare la differenza, creando i presupposti per una declinazione più ampia di quanto già avvenuto in Siria, Libia e Caucaso.