Nuove scottanti rivelazioni giungono dai cablogrammi di Wikileaks. Secondo quanto riportato in uno dei documenti del 2003, Mohammad bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti e vicecomandante supremo delle Forze Armate emiratine, avrebbe collaborato attivamente con gli Stati Uniti nel periodo antecedente l’invasione dell’Iraq da parte delle truppe statunitensi e alleate. I documenti resi pubblici dall’organizzazione fondata da Julian Assange mostrano in particolare gli stretti rapporti che intercorrevano allora tra il principe emiratino e Richard Haass, diplomatico statunitense dal luglio del 2003 presidente del Council on Foreign Relations. I due si sarebbero incontrati già nel gennaio del 2003, due mesi prima dell’inizio della campagna militare degli Stati Uniti contro Saddam Hussein, e, stando ai cablogrammi pubblicati, avrebbero discusso approfonditamente di Iran, relazioni con Arabia Saudita e soprattutto Iraq.

In particolare, con riferimento all’Iraq e alla prossima decisione di attivarsi per porre fine al governo di Saddam con la cosiddetta seconda guerra del Golfo, il ruolo del principe degli Emirati sarebbe stato quello di consigliare gli Stati Uniti su come comportarsi riguardo alcune questioni spinose per l’opinione pubblica dei Paesi del Golfo Persico e in generale dei Paesi arabi. Uno dei punti salienti di quell’incontro fu, infatti, quello che ebbe come argomento il braccio mediatico del Qatar: Al Jazeera. Già nel 2003, Al Jazeera aveva iniziato a operare come news maker fondamentale per tutti i paesi di lingua araba e non solo. La sua attendibilità era già particolarmente importante a quell’epoca per tutte le reti e i media internazionali, tanto da diventare quasi verità quanto riportato dall’emittente qatariota.

Il principe Mohammad bin Zayed Al Nahyan, durante l’incontro con Haass aveva in particolare chiesto al diplomatico americano di fare pressioni sul Qatar affinché chiedesse ad Al Jazeera di non inviare reporter nelle prime settimane del conflitto. Secondo quanto riportato dai cablogrammi, il monito del principe degli Emirati era in particolare teso a evitare che i cittadini dei Paesi Arabi e del Nordafrica potessero rimanere colpiti dalle immagini dei primi morti civili iracheni nel conflitto, e questo avrebbe compromesso la tenuta dell’accordo fra Occidente e monarchie del Golfo per quanto riguardava la scelta di non ostacolare la campagna in Iraq della Casa Bianca. Il cablogramma cita in particolare le parole di Haass, che ricorda, nei suoi documenti, quanto il principe considerasse “altamente rischioso” mostrare i morti innocenti dei bombardamenti americani. La scelta di oscurare la libertà di espressione e soprattutto la corretta informazione di quanto avveniva in Iraq, non ebbe poi da parte del principe alcun contraltare nel chiedere agli americani di limitare il più possibile le vittime civili. Quello che si evince da questi documenti è il totale disinteresse verso le perdite civili, e, al contrario, la ferrea volontà di non mostrare niente di compromettente all’opinione pubblica araba.

La questione delle vittime civili in Iraq a causa dei bombardamenti americani è stata una delle cause scatenanti dell’eterno conflitto iracheno di resistenza alle forze della coalizione internazionale a guida statunitense. Ancora oggi le statistiche non riescono a dare un quadro chiaro alle decine di migliaia di civili di tutto il conflitto e rappresenta ancora una lacuna importante. Dal 2003, l’Iraq ancora non riesce a dare un numero certo di vittime della guerra, ma quello che è evidente è che tutti, anche gli attori di quel conflitto – pensiamo a Tony Blair – hanno compreso le tragiche conseguenze politiche e umanitarie di quella guerra. Il ruolo degli Emirati fu in principio contrario all’intervento militare, ma mantenne una certa ambiguità, soprattutto in seno alla Lega Araba. Fatto del resto non troppo difficile da comprendere, se si pensa che gli Emirati, insieme all’Arabia Saudita, avessero partecipato con l’Occidente alla Prima Guerra del Golfo. Quando in Egitto, i Paesi dell’organizzazione, nel 2003, dichiararono la loro contrarietà a qualsiasi tipo d’intervento militare occidentale in Medio Oriente, gli Emirati proposero una mozione con la quale si chiedeva a Saddam Hussein di lasciare il potere entro quattordici giorni, abbandonare l’Iraq e amnistiare tutti i detenuti politici. Sempre nella proposta, si chiedeva l’intervento della lega Araba in accordo con l’ONU per il controllo del Paese. Segno di come gli Emirati, già a quel tempo, avevano individuato nella fine del potere di Saddam un obiettivo della politica estera di Abu Dhabi, come confermato, questi giorni, dai cablogrammi di Wikileaks.

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